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Francesca Schianchi

Come se non bastassero i medici obiettori, sei su dieci in media, in alcune regioni anche otto su dieci e oltre. Come se non bastasse l’ostilità di alcuni territori al metodo farmacologico ambulatoriale, nonostante linee guida emanate dal ministero della Salute ormai quattro anni fa. Si sentiva proprio la necessità di aggiungere al percorso a ostacoli dell’aborto anche la presenza nei consultori di «soggetti del terzo settore» con «una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità», come stabilito da un emendamento al Pnrr a prima firma Fratelli d’Italia: esponenti delle associazioni pro life, gentili signori che si daranno un gran daffare a convincere donne che hanno scelto del proprio corpo e della propria vita, in linea con una legge che lo consente, che invece no, non dovrebbero farlo, non ne hanno diritto, stille di ansia e senso di colpa spacciate per sostegno.

Sono passati quarantasei anni dall’entrata in vigore della legge 194, quella che regola l’aborto, ma come in un eterno gioco dell’oca sembra di tornare continuamente alla casella di partenza. Non la si può abrogare, la destra lo sa bene: ma, un colpetto qui e una difficoltà là, si continua a renderne più tribolata e penosa possibile l’applicazione. E lo si fa proprio mentre in Francia introducono l’interruzione di gravidanza come diritto in Costituzione con una maggioranza larghissima che include la destra di Marine Le Pen, e all’Europarlamento passa una risoluzione perché analogo diritto venga incluso nella Carta fondamentale dell’Unione europea. In Italia, invece, abbiamo una ministra delle Pari opportunità secondo cui l’aborto fa «purtroppo» parte delle libertà femminili e una premier, la prima donna a guidare un governo nella storia della Repubblica, che si preoccupa moltissimo di fantomatici «cattivi maestri» che diffondono un’idea poco cool della maternità (non saranno politiche di welfare assenti o inefficaci? ) e poco o niente del rispetto del diritto di scelta delle donne. Quelle che vogliono abortire, con dolore o con distacco, non spetta allo Stato giudicare: ma che allo Stato si rivolgono per vedere applicata una norma che esiste e va rispettata.

Certo che alle donne occorre rappresentare tutte le possibilità, e i consultori già lo fanno, certo che se questa scelta nasce da un problema economico occorre predisporre strumenti di sostegno. Ma davvero le si aiuta introducendo nelle strutture preposte ad accoglierle e supportarle associazioni che paragonano l’aborto all’omicidio e predicano la necessità di riconoscere i diritti umani fin dal momento del concepimento? No, lo sa bene chi sostiene emendamenti come questo: si tratta solo di colpevolizzare e rendere più faticoso un percorso. Come quando, sempre Fratelli d’Italia, propose una delirante legge per la sepoltura dei feti anche senza il consenso dei genitori. Lo sanno ma vanno avanti, compatti sulle battaglie di retroguardia sui diritti come su poco altro: al Parlamento europeo, la settimana scorsa, meloniani, Lega e Forza Italia si sono divisi sul patto migrazioni e asilo, ma hanno ritrovato l’unità contro l’aborto. Indietro tutta, mentre il resto del mondo va avanti

 

Sorgente: La trappola nel Pnrr per minare il diritto all’aborto – La Stampa