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Il prolungarsi della guerra in Ucraina e di quella a Gaza ha rianimato le discussioni intorno alla vendita o alla cessione di armi ai paesi in guerra. Nel caso dell’Italia le discussioni si sono presto trasformate in polemica politica, a partire dalle prime fasi della guerra in Ucraina, e risentono delle strumentalizzazioni tipiche di questo genere di confronti, specialmente adesso che si avvicinano le elezioni europee, che saranno a giugno. Tuttavia la polemica finisce per alimentare confusioni su cosa significhi davvero che l’Italia vende o dà armi ad altri paesi.

 

La legge che disciplina l’importazione, l’esportazione, il commercio e il transito di armi e munizioni in cui è coinvolta l’Italia è la legge 185 del 1990, aggiornata poi nel 2003. Le aziende del settore degli armamenti e della difesa devono operare nei limiti di quella legge, sapendo però che è sempre il governo, al termine di procedure lunghe e complesse, ad autorizzare i contratti di compravendita nel settore.

Le operazioni commerciali sulle armi avvengono sostanzialmente in un regime che si potrebbe definire di libero mercato vigilato dal governo. Nel senso che le singole imprese – sia quelle private, sia quelle partecipate e controllate dallo Stato – hanno piena libertà di provare a vendere ai governi i propri prodotti. Lo fanno o con commesse dirette, nel caso in cui una certa azienda sia all’avanguardia in una specifica produzione, cosa non così rara per le aziende italiane; oppure partecipando a bandi di gara nel caso in cui un governo voglia prendere in considerazione diverse proposte di vendita, per poi decidere a quale azienda affidarsi. Ma queste operazioni, per potere essere portate a termine, hanno bisogno di una specifica autorizzazione del governo.Le aziende della difesa italiane possono commerciare in armi e munizioni anche con altre aziende di armi, dunque in una transazione tra privati: è il caso, per fare un’ipotesi, di una azienda statunitense che produce navi da guerra su cui vuole montare cannoni prodotti da un’azienda italiana. In questi casi, però, è necessario che anche l’azienda privata straniera ottenga una specifica autorizzazione del governo del paese in cui ha sede.I parametri in base ai quali il governo valuta le richieste di operazioni sono in parte fissi, in parte dipendono dalle contingenze. Non si possono infatti fabbricare o vendere armi nucleari, chimiche o batteriologiche. Né si possono esportare armamenti che verranno impiegati in operazioni militari che vadano contro la Costituzione italiana, contro la tutela della difesa nazionale e della lotta contro il terrorismo, e contro gli impegni internazionali assunti dall’Italia: in teoria, quindi, è impossibile per imprese italiane commerciare in armi con paesi che siano potenziali rivali dell’Italia o che adottino pratiche contrarie al rispetto dei diritti umani, o all’utilizzo della violenza come strumento di risoluzione delle controversie.Tutto ciò è la teoria, appunto. In realtà questi principi sulla carta molto rigorosi sono sempre stati applicati in maniera vaga e lasca. Questo spiega come mai vengano regolarmente autorizzate vendite di armi verso paesi africani o del Medio Oriente che non rispettano affatto gli stessi standard di democrazia e di tutela dei diritti umani previsti dalla Costituzione, e che non sempre condividono le stesse posizioni dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente sul terrorismo.Poi ci sono parametri che cambiano a seconda del contesto. Sono vietate le esportazioni di armi verso paesi nei cui confronti le Nazioni Unite o l’Unione Europea abbiano dichiarato l’embargo totale o parziale di materiali bellici. Non si possono inoltre autorizzare compravendite o cessioni di armi a paesi coinvolti in una guerra, a meno che il Consiglio dei ministri, cioè il governo, non approvi una specifica deroga autorizzata subito dopo anche dal parlamento.

Sorgente: Come l’Italia vende armi agli Stati stranieri – Il Post