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21 April 2024
0 6 minuti 3 mesi

GAZA. Rafah attende l’inizio dell’attacco israeliano. Altri cento morti palestinesi nei bombardamenti

È una corsa contro il tempo a Rafah. I bombardamenti si fanno più intensi e l’arrivo dei carri armati israeliani potrebbe essere una questione di ore. Ieri mattina 14 persone – tra cui donne e bambini – sono state uccise in un attacco aereo su una casa alla periferia della città. Altre quattro sono state uccise a Deir Al-Balah. Altri due membri delle unità di soccorso della Mezzaluna Rossa sono stati sepolti: erano stati uccisi nei giorni scorsi da spari dell’esercito a Khan Yunis, come la loro collega Hidaya Hamad, colpita mentre era nel quartier generale dell’organizzazione. A Khan Yunis gli artificieri dell’esercito israeliano hanno fatto saltare in aria e polverizzato un intero quartiere residenziale abbandonato dai suoi abitanti.

Sebbene stiano concentrando la loro azione nel sud, le truppe israeliane compiono raid anche nel nord della Striscia, in particolare nella parte occidentale del capoluogo Gaza city dove, secondo quanto affermano i comandi israeliani, non vi sarebbe più presenza di militanti di Hamas, Jihad e altre organizzazioni da settimane. Gli scontri a fuoco in quell’area ieri sono stati di una intensità che non si registrava da settimane. Israele sostiene di aver ucciso altre decine di combattenti palestinesi e di aver distrutto lanciamissili anticarro, ma fonti sanitarie riferiscono anche di due civili colpiti da cecchini. I soldati hanno anche arrestato diverse persone a Tel Al-Hawa. Con comunicati separati Hamas, Jihad e altri gruppi armati ribadiscono di aver impegnato anche negli ultimi giorni i soldati nemici in violenti scontri a fuoco. «Più le forze di occupazione rimarranno sul posto, più le raggiungeremo. Un martire cade, un altro si alza e prende il fucile, siamo pronti a combattere per molti mesi». I morti a Gaza tra venerdì e sabato sono stati 107 e il totale dei palestinesi uccisi dal 7 ottobre è salito a 27.238.

La fuga dei civili verso ovest, verso la costa e l’area agricola dei Mawasi non si arresta. Una fiumana di persone si allontana dall’ultimo rifugio che credeva sicuro, Rafah, e ora rischia di trasformarsi in una trappola. Si sono messe in marcia ieri decine di famiglie, presto saranno centinaia prevedono le organizzazioni umanitarie. A Mawasi la Mezzaluna rossa (Prcs) ha appena completato l’allestimento del quinto campo di accoglienza per 70 famiglie, circa 700 persone, provenienti in prevalenza da Khan Yunis, circondata dall’esercito israeliano e da settimane bersaglio dell’offensiva di terra. Non si arrestano peraltro le distruzioni sistematiche di case palestinesi entro un chilometro dalle linee di demarcazione tra Gaza e Israele con l’obiettivo di creare una «zona cuscinetto di sicurezza» nonostante le obiezioni internazionali. Immagini satellitari mostrano la demolizione di edifici e il livellamento del terreno in un’area di 6 chilometri quadrati a Khuzaa, a est di Khan Yunis. La zona cuscinetto sottrarrà circa 60 chilometri quadrati alla superficie totale della Striscia di Gaza di appena 360 chilometri quadrati.

Si affievolisce la speranza di un cessate il fuoco in tempi stretti. Il premier Netanyahu ha ribadito più volte negli ultimi giorni che non accetterà accordi con Hamas «contro la sicurezza di Israele» ed è pronto a resistere alla pressione delle famiglie dei 132 ostaggi a Gaza affinché si raggiunga un accordo per uno scambio di prigionieri. Netanyahu conta anche su un nascente movimento in Israele – formato da militari della riserva e parenti e amici di soldati caduti in combattimento (oltre 220) – che chiede la continuazione dell’offensiva militare che sta distruggendo Gaza. Questa mattina migliaia di persone si ritroveranno nei pressi di Zikkim, tra Ashqelon e Gaza, e daranno inizio alla «Marcia della vittoria» con l’obiettivo di arrivare a Gerusalemme l’8 febbraio dove si accamperanno davanti alla sede del governo. Ieri sera però si sono tenute anche le manifestazioni per il ritorno a casa degli ostaggi e a sostegno di elezioni politiche immediate, davanti alla residenza del Presidente a Gerusalemme, vicino a quella del primo ministro a Cesarea, in Piazza Habima e al Museo d’arte a Tel Aviv, ad Haifa e in altre città.

Da parte sua il movimento islamico ha rinviato la partenza della sua delegazione, guidata dal leader all’estero Ismail Haniyeh, attesa al Cairo per discutere della proposta di tregua emersa dal recente vertice tenuto a Parigi da Usa, Qatar, Israele ed Egitto. Un dirigente di Hamas ha detto al giornale The New Arab che «il rinvio della visita è stato deciso per ulteriori consultazioni con le forze di resistenza a Gaza». Hamas smentisce le voci sull’esistenza di disaccordi al suo interno tra leader politici e militari e di contrasti tra Hamas e gli altri gruppi armati come hanno scritto i media israeliani. Venerdì Haniyeh aveva incontrato il segretario generale del Jihad islami, Ziad al-Nakhalah, e il vicesegretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Jamil Mezher. Secondo indiscrezioni la riunione si sarebbe conclusa con la decisione di accettare lo scambio ostaggi-prigionieri palestinesi solo se si arriverà a un cessate il fuoco immediato e totale e al ritiro dell’esercito di occupazione da Gaza.

Sorgente: Tregua. Hamas prende tempo, in Israele resta forte il sostegno alla guerra | il manifesto

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