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In un anno di governo smantellata l’Agenzia per la coesione, chiuse e centralizzate le Zes, tagliato il fondo perequativo Manca il report sui fondi Pnrr per il Mezzogiorno, ma già tagliati 7,6 miliardi, con una scure su periferie e piani urbani

ROMA — Dalle finestre di Palazzo Chigi il Sud non si vede più. Il governo di Giorgia Meloni ha abbandonato le politiche per il Mezzogiorno: non solo per i tagli alla spesa stimabili in circa 20 miliardi, ma anche per la gestione dei finanziamenti.

Una scelta che inizia il 22 ottobre 2022. È il giorno del giuramento al Quirinale del governo e la neo presidente del Consiglio non sa a chi assegnare la delega per il Meridione. Nel comunicato ufficiale va all’ex governatore siciliano Nello Musumeci, che avrebbe fatto il ministro unico del Mezzogiorno. Invece dopo 22 giorni di balletti e retroscena viene affidata al ministro Raffaele Fitto, che aveva già le deleghe agli Affari europei, al Pnrr e alle Politiche di coesione. Un ministro che in questo anno di governo ha dimostrato di non riuscire a gestire tutti i dossier che ha sulla scrivania. Il risultato è l’abbandono di un pezzo del Paese.

Ma andiamo per ordine. Dopo l’affidamento della delega a Fitto, il primo decreto legge varato dal governo smantella l’Agenzia per la coesione: le competenze di «programmazione e coordinamento» dei fondi comunitari e nazionali per il Sud «passano al Dipartimento per le politiche di coesione di Palazzo Chigi». È il primo accentramento di potere fatto dalla presidente Meloni, proprio sul Sud. Ma il travaso, di personale e risorse, si rivela tutt’altro che fluido. Nel guado restano ad esempio i consulenti che lavorano per l’Agenzia. Solo il 27 dicembre scorso, ad appena quattro giorni dalla scadenza, vengono informati del rinnovo della collaborazione, ma solo per due mesi. Intanto i ritardi si fanno sentire: e a oggi non c’è traccia della relazione chiamata a certificare il rispetto o meno della clausola Pnrr che destina al Mezzogiorno almeno il 40% dei finanziamenti. Eppure la riduzione dei divari interni, in particolare quelli Nord-Sud, è una delle ragioni che hanno convinto l’Europa a concedere all’Italia l’importo più elevato del Recovery Fund tra i paesi Ue.

E proprio il Pnrr finisce al centro della seconda scure sul Mezzogiorno. Con la proposta di revisione del Piano arriva un taglio di 15,9 miliardi: 7,6, la metà, fanno riferimento a progetti finanziati al Sud, dalla riqualificazione delle periferie ai Piani urbani integrati. Il grande investimento per la riconversione green dell’ex Ilva di Taranto, a cui il Pnrr aveva destinato 1 miliardo, viene cancellato. Ma non solo. Restano al palo anche i 900 milioni del Fondo di transizione equa per la riconversione industriale della città pugliese. E dai radar del governo scompaiono anche il Contratto di sviluppo per Salerno (250 milioni), oltre a una serie di altre iniziative.

A tagliare le gambe al Mezzogiorno arriva anche la chiusura delle sei Zone economiche speciali (Zes), da Palermo a Napoli. Tutte legate alle aree portuali, che dopo anni e anni di burocrazia erano finalmente partite attraendo i primi investimenti. Con un decreto fortemente voluto da Fitto, nasce la Zes unica per tutto il Sud. A gestirla una struttura, anche in questo caso, accentrata a Roma: sessanta dipendenti a occuparsi di tutte le autorizzazioni alle nuove imprese, perfino per aprire un cinema. A sei mesi dall’istituzione di questo “mostro” burocratico le attività delle Zes si sono fermate.

Ma c’è di più. Mentre in Parlamento marcia spedita l’autonomia differenziata cara alla Lega e al ministro Roberto Calderoli, con l’ultima manovra di bilancio arriva il taglio quasi totale del Fondo perequativo infrastrutturale: 4,4 miliardi promessi al Sud dal 2021. Non arriveranno più. Cestinati. Eppure il Fondo era stato ideato, quindici anni fa, per ridurre il deficit infrastrutturale delle diverse aree del Paese, Sud in testa, proprio in vista dell’avvio del disegno federalista. L’unico investimento annunciato al Sud è il Ponte sullo Stretto sbandierato dal ministro Matteo Salvini, che ha rimesso in vita il carrozzone della Stretto di Messina spa. Ma in attesa della grande opera (a oggi non c’è un progetto esecutivo con le autorizzazioni ambientali), la beffa: 1,6 miliardi di fondi Fsc destinati a Sicilia e Calabria sono stati ceduti al Ponte. Erano soldi che servivano per realizzare strade e ferrovie nelle Regioni più lente d’Italia. E si arriva all’ultima polemica. Il governatore campano Vincenzo De Luca vuole denunciare Fitto perché il ministro non sblocca nemmeno i fondi della nuova programmazione dell’Fsc.

Scelte precise di Palazzo Chigi che in fondo si spiegano bene con il silenzio sul Sud da parte della premier nella conferenza di inizio anno. Il Mezzogiorno non è nel vocabolario del governo.

 

(di Giuseppe Colombo e Antonio Fraschilla – repubblica.it)

Sorgente: Meloni abbandona il Sud: uffici chiusi e 20 miliardi spariti – infosannio – notizie online


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