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di Amedeo Cottino

Per decenni ha regnato in Italia, con pochissime eccezioni, il silenzio sull’oppressione del popolo palestinese da parte di Israele, neppure rotto dalla denuncia, all’inizio di questo secolo, dello storico israeliano Ilan Pappé nel suo La pulizia etnica della Palestina (Fazi, 2008). Ora i chierici, come li aveva chiamati Julien Benda (La traison des clers, Grasset, 1958), coloro cioè a cui è affidato il compito di difendere la giustizia e la ragione – gli intellettuali in buona sostanza – si sono infine svegliati. Mi riferisco al recente documento nel quale qualche migliaio di accademici italiani ha avanzato l’urgente richiesta di cessare il fuoco e di rispetto del diritto umanitario internazionale.

Ma questo uscire dalla ben nota “torre d’avorio” è davvero il segnale di un risveglio, è la manifestazione di un più generale impegno a fare chiarezza fino in fondo sulla questione palestinese? Non è una domanda né retorica né accademica: migliaia di palestinesi vengono sterminati in questi giorni e noi non possiamo cavarcela semplicemente firmando un appello o tanto meno commuovendoci a fronte dei morti. Si tratta, se questo impegno vuole diventare reale, di prendere atto di alcuni fatti e di trarne le dovute conseguenze.

Primo. Il sionismo – o, meglio, l’impresa sionista – si è rapidamente mosso fin dai suoi albori in vista di un preciso obiettivo finale: Eretz Israel, la nazione ebraica con l’esclusione dei palestinesi. Lo scriveva nel 1896 Theodore Hertlz, il leader sionista per eccellenza, l’autore di un testo non a caso intitolato Lo Stato Giudaico. Un titolo dal significato inequivocabile: Stato giudaico perché, a suo avviso, l’assimilazione e l’emancipazione degli ebrei non potevano funzionare in quanto gli ebrei erano una nazione. Un obiettivo perseguito tenacemente attraverso la progressiva colonizzazione del territorio della Palestina all’insegna dell’idea icasticamente espressa da Ben Gurion, una delle figure chiave di questo processo di colonizzazione e futuro primo presidente dello Stato di Israele, che la Palestina fosse «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Scrive Pappé:

«La Palestina non soltanto era disabitata: era la terra promessa, Eretz Israel, la denominazione della Palestina nella religione ebraica, una Palestina intesa però esclusivamente come il luogo di pellegrinaggio religioso. Di questa concezione il movimento sionista si sbarazza assai presto mettendo a tacere l’opposizione ebraica fedele a un’interpretazione spirituale delle profezie bibliche […]: la tradizione e la religione ebraica istruiscono chiaramente gli ebrei ad aspettare la venuta del Messia promesso “alla fine dei tempi”, prima di poter tornare a Eretz Israel da popolo sovrano in una teocrazia ebraica, ovvero da obbedienti servi di Dio (ragione dell’antisionismo degli ebrei ultraortodossi). […] In altre parole, per portare a termine il loro progetto gli ideologi sionisti rivendicavano il territorio biblico o lo ricreavano, o meglio lo reinventavano come la culla del loro nuovo movimento nazionalista. Secondo loro la Palestina era occupata da “stranieri’ e si doveva riprenderne il possesso. Stranieri significava tutti i non ebrei che avevano vissuto in Palestina dal periodo romano».

Qui abbiamo una narrazione – frutto di una scelta politica precisa – che ha probabilmente beneficiato di un’altra narrazione, vale a dire quella radicata e diffusa in Europa per secoli secondo cui le terre extra europee erano appunto terra nullius, la terra di nessuno. E allora la domanda da rivolgere a noi chierici è: Siamo disposti ad accettare senza discutere quelle che Edward Said chiamò «le assurde pretese fondate sulla Bibbia»? La risposta non può che esser negativa. Ci pioverà addosso quasi sicuramente l’accusa di antisemitismo; ma che importa? Non mancano gli argomenti per ribatterla.

Secondo. Ora si dà il caso che, malgrado la narrazione della terra promessa come occupata da stranieri, di fatto gli autoctoni c’erano e ci sono. Erano la stragrande maggioranza della popolazione. In Palestina, agli albori del Novecento, gli ebrei erano poco più di 50.000 contro quasi un milione di palestinesi e di arabi. Dunque il processo di colonizzazione se intendeva, per così dire, essere coerente a questa visione, cioè all’obiettivo di una terra riservata agli ebrei, doveva assumere una forma specifica, tale cioè da essere funzionale allo scopo. E questa forma non poteva essere altro che il colonialismo di insediamento. Un modello coloniale che, nella sua forma idealtipica, implica, per realizzarsi, l’assenza o la scomparsa della popolazione autoctona. Come bene ci hanno spiegato E. Bartolomei, D. Carminati e Alfredo Tradardi (Esclusi, 2017), il colonialismo di insediamento, a differenza del colonialismo classico dove la potenza occupante assume il controllo dei mercati, delle risorse e sfrutta la popolazione colonizzata, si propone di sostituirsi agli autoctoni per costituire una società nuova, fondata sulla loro esclusione. In sintesi, alla logica dello sfruttamento propria del colonialismo classico, si sostituisce la logica dell’eliminazione. Un modello peraltro lungi dal costituire una novità; c’è, infatti, un mostruoso precedente storico, vale a dire l’Olocausto Americano. Lo ha studiato lo storico statunitense David Stannard (The American Holocaust, 1992) secondo la cui stima noi europei abbiamo sterminato nel corso di quattro secoli di massacri nelle due Americhe tra i 75 e i 100 milioni di nativi. Ecco come funziona il colonialismo d’insediamento; la pulizia etnica della Palestina descritta da Pappé nel sopra citato libro ne è l’illustrazione.

Terzo. La narrazione della terra nullius e il processo del colonialismo di insediamento si avvalgono a loro volta della narrazione di un Altro che non c’è o, se c’è, è ontologicamente diverso da noi. Il nativo, lo straniero, infatti, non appartengono alla nostra specie. La logica è elementare: se l’Altro non fa parte della mia specie, le mie remore morali vengono meno e io mi sento legittimato a compiere atti che altrimenti non commetterei mai se rivolti a un mio simile. È il disimpegno morale. Detto in modo poco elegante: stacchiamo la spina. In Palestina, questo sguardo sull’Altro nelle sue varianti più o meno deumanizzanti non è il frutto casuale, estemporaneo, della violenza in corso, conseguenza cioè dell’abbruttimento che la guerra comporta; non lo è e non può esserlo proprio poiché questo rifiuto di riconoscere all’Altro lo statuto di umano è elemento integrante del modello coloniale di insediamento. E di ciò troviamo conferma un po’ ovunque, sia nel presente sia nel passato. Ne abbiamo una testimonianza recentissima nelle dichiarazioni di alcuni politici israeliani che, a commento o giustificazione del massacro in corso della popolazione della striscia di Gaza, hanno parlato dei palestinesi come di un popolo di animali. Con toni non apertamente razzisti ma significativi comunque dell’assoluta Alterità dei palestinesi, le parole dell’ex presidente israeliano Moshe Katav che una ventina di anni fa dichiarava: «Mi sembra che a poche centinaia di metri da noi viva una popolazione che non soltanto non appartiene al nostro continente, non soltanto non appartiene al pianeta, ma appartiene in effetti a un’altra galassia» (Haaretz, 2001). Altrettanto rivelatrici le testimonianze, molte delle quali risalenti all’inizio del secolo, dei soldati israeliani in sevizio nei Territori occupati (La nostra cruda logica, 2016). Senza dimenticare le voci dei refusnik, gli obiettori di coscienza israeliani, come la voce di Stephen Langur che osserva: «La legge morale si applica alle persone, perciò si può evitare di sentirsi in colpa persuadendosi che gli oppressi siano subumani» e aggiunge: «La dottrina della subumanità degli arabi è di gran moda presso di noi, “cavallette”, “scarafaggi”, “un millesimo di ebreo”, “animali”, “il popolo più sudicio della terra”» (Meglio carcerati che carcerieri, 2003).

Quarto. I palestinesi. Come l’operaio che, nel racconto distopico di Samuel Butler Erewhon, viene condannato perché colpevole «del grave delitto di tubercolosi polmonare», parimenti, la “disgrazia” dei palestinesi è di vivere su una terra che è la loro e di non volerla abbandonare. In ultima istanza, la loro “colpa” è di esser palestinesi; di essere, al pari dell’operaio tubercolotico, ciò che sono.

Quinto. Noi, i chierici, siamo stati finora, in stragrande maggioranza, degli spettatori. Abbiamo murato le nostre finestre per non sentire le grida di dolore che provenivano da quella terra. Ma lo spettatore, il terzo, non esistono. Come scriveva Albert Camus, «noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di far morire» (La peste, 2002).

Sorgente: Gaza. La guerra non è contro Hamas, è contro i palestinesi

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