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Repubblica è entrata nella Striscia su un blindato dell’Idf: i soldati israeliani, il corridoio umanitario e la tragedia del popolo palestinese

GAZA CITY – Dietro questa duna di polvere su cui è appoggiato il fucile di un soldato, cammina la vittima di ogni guerra. Il popolo. Va a Sud, si trascina via dalla città della battaglia, allontanandosi come può con il niente che ha. Là, oltre la carcassa di un edificio annerito dalle fiamme, cadono le bombe israeliane, sparano i miliziani di Hamas, si alzano colonne di fumo nero, muoiono i civili. Si sentono esplosioni e raffiche di mitra. «Duecento-trecento metri da qui…», segnala Gilat, il tenente colonnello israeliano. «Sono scontri tra i nostri e i miliziani». Il popolo palestinese deve lasciare le case se vuole sopravvivere. Abbandonare le botteghe, l’orto, gli animali, ogni straccio di vita di prima. Si mette in fila con gli altri che fuggono verso la metà meridionale della Striscia, percorrendo il corridoio umanitario che oggi è aperto per sei ore, dalle 9 alle 4 del pomeriggio.

 

 

Siamo a Gaza City. La strada Salah ad-Din che la taglia da Nord a Sud è irriconoscibile, l’asfalto non si vede più. Cumuli e buche, uno strato di sabbia ricopre ogni spigolo, gli olivi sradicati giacciono su un fianco, mozziconi di case, la polvere tra i denti. Si prova un senso di pudore a spiare da dietro la duna l’esodo degli ultimi. Centinaia di donne e di uomini, di bambini, di vecchi, i malati sulla sedia a rotelle che vengono spinti al contrario perché altrimenti le ruote si incastrano nelle pietre, un carretto trainato da un cavallo. Una signora avanza con le braccia alzate in segno di resa, non si sa mai. Altri sventolano panni bianchi che hanno arrotolato su bastoni di legno. Borse, sacchetti, valigie, coperte.

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Foto Fabio Tonacci
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Nessuno piange, la processione è silente. I piccoli, ce ne sono tantissimi, curvati dal peso degli zaini di scuola da cui hanno tolto i libri per mettere provviste. Uno, avrà dieci anni, non si può muovere e lo trasportano dentro una gabbia di ferro. Gilat avvicina un megafono alla bocca, i suoi uomini hanno le armi puntate sulla carovana umana. «Se tra di voi c’è qualcuno degli ostaggi catturati il 7 ottobre si faccia avanti, non abbiate paura». Nessuno risponde. E nessuno ha mai risposto da quando il corridoio è stato aperto quattro giorni fa.

«Crede che mi piaccia vedere la gente che soffre?», fa a questo punto Gilat, percependo il nostro disagio e anticipando la domanda. «No, non mi piace. Quello che stiamo facendo qui è separare i civili da Hamas, per tutelarli, perché i terroristi lo fanno apposta a confondersi con loro, a usarli come scudi umani. I miei uomini sono a protezione del corridoio umanitario che Israele ha voluto. Non ho visto corridoi simili nei kibbutz di Be’eri, di Nir Oz, o a Sderot e negli altri luoghi violentati da Hamas un mese fa».

 

Foto Fabio Tonacci
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Non è difficile intuire perché l’esercito israeliano abbia affidato al tenente colonnello Gilat Pasternak (38 anni), vice comandante della 828 esima Brigata, marito, padre di due figli, il compito di accompagnare i giornalisti dentro la Striscia. Sa parlare, è paziente, argomenta. Durante le tre ore della missione non perde mai la calma, neanche quando gli si chiede conto delle immagini atroci provenienti dagli ospedali colpiti dalla loro artiglieria e dall’aviazione, dal numero spropositato di vittime civili (i morti totali sono più di 11 mila), dall’accusa di stare compiendo un crimine di guerra che gli muove il segretario generale dell’Onu. «Ci chiamano assassini e mi addolora. È frustrante. Ogni nostro attacco è collegato alle attività di Hamas, che ha costruito i rifugi sotto gli ospedali, nelle scuole, nelle moschee».

 

 

Per entrare nella Striscia di Gaza, oggi, c’è solo un modo: andare embedded con l’esercito che l’ha invasa dopo il 7 Ottobre, il sabato dell’orrore, dei 1.400 trucidati nei kibbutz e al rave nel deserto, dei 239 rapiti. Repubblica ha avuto accesso nella giornata di ieri, insieme col Washington Post, Zdf e France24. Abbiamo dovuto mostrare il materiale fotografico e video raccolto a un addetto dell’esercito «per motivi di sicurezza militare». Anche la bozza di questo articolo è stata visionata prima dell’uscita. Nell’unico filmato che l’Idf ha chiesto di non mostrare si vedeva il retro e l’interno del blindato che ci ha portato a Gaza. Il testo non ha subito modifiche.

 

Foto Fabio Tonacci
Foto Fabio Tonacci

 

«Siamo dentro», ha gridato Gilat quando abbiamo varcato il muro della Striscia. Abbiamo fatto, all’inverso, lo stesso percorso seguito da 25 gruppi di miliziani, ognuno composto da 4-5 uomini, che hanno assaltato Be’eri uccidendo 108 persone. Il tenente colonnello urlava, perché è assordante il rumore del motore diesel e dei cingoli dell’Achzarit, il più pesante blindato israeliano per trasporto truppe il cui nome in ebraico significa “il Crudele”. Siamo in nove, stretti. «Benvenuti nella mia vita».

 

 

Dietro al seggiolino, Gilat conserva un libro, “Cecità” di Saramago. Accanto al pilota, un giovane di nome Aviad muove una telecamera esterna col joystick. «Se ci saranno sparatorie non vi preoccupate, le lamiere sono fatte apposta per resistere». Un soldato sta col busto all’esterno, alla mitragliatrice. Attraverso sei feritoie non più grandi dello specchietto retrovisore di un’utilitaria è apparsa a tratti Gaza, in tutta la sua distruzione. Venti minuti dopo si era al corridoio umanitario, lungo la Salah ad-Din. Dove il popolo palestinese marcia nella polvere col capo chino e le braccia alzate.

«In quella colonna ci possono essere anche dei membri di Hamas che stanno scappando, perché fanno così, si mescolano agli innocenti», spiega Gilat. «Non stiamo controllando nessuno perché è un corridoio umanitario. Ma lo sappiamo che i terroristi lo possono sfruttare». Sopra un baldacchino una famiglia di palestinesi ha sistemato i due materassi che aveva in camera da letto, i trolley sono da trascinare perché nella sabbia le ruote non girano. Il proscenio dell’esodo è un palazzo di cemento a cui è stato strappato via il tetto. L’esercito non prende i nomi di nessuno. «A Sud troveranno delle sistemazioni e saranno più al sicuro rispetto a qui». L’ufficiale aggiunge un concetto, che in fin dei conti regge l’impalcatura di ogni suo ragionamento. «Se non ritenete che Israele abbia diritto di esistere e di difendersi, allora niente di tutto questo ha senso».

 

Foto Fabio Tonacci
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Il fucile appoggiato sulla duna di polvere è di un soldato di nome Ashraf, 23 anni. È nato in Cisgiordania, genitori americani. «Qualcuno paragona l’evacuazione in corso a una scena di Schindler’s list, ma non è così, non c’è equivalenza. Noi stiamo combattendo contro Hamas, che è peggio dei nazisti perché non tenta neanche di nascondere le nefandezze che compie. Non vuole la democrazia, se qualcuno ha dubbi sul nostro operato pensi al 7 Ottobre».

In venticinque minuti passano un migliaio di sfollati a piedi. Non è possibile avvicinarci. Cinquantamila è la cifra quotidiana registrata finora. A Gaza City, secondo Gilat, ci sono ancora almeno 300 mila persone nelle case. Si riparte, di nuovo sul blindato, direzione Sud-Est, verso il sobborgo di Juhor ad-Dik.

 

 

A bordo, il comandante si è incupito, dalla radio gli hanno appena comunicato due parole non banali. «Purple rain», pioggia viola, che non è una canzone di Prince ma il segnale che nella zona i miliziani stanno colpendo con i mortai. «Tutto ok, tutto ok, non sono segnalati feriti o vittime». Il Crudele accelera, il motore diesel ruggisce e la sabbia entra dalle feritoie per depositarsi precisamente negli occhi dei passeggeri. Non si sente niente. Quando si riapre il portellone del retro, siamo a Juhor ad-Dik, un posto che ha ormai perso ogni connotato urbano. Una volta era un villaggio, ci vivevano 5 mila persone. Non un solo edificio è rimasto in piedi, non una sola casa è intatta, non un solo abitante è in giro. Si passeggia nell’attimo dopo un terremoto. Sembra Grozny, o Aleppo, quelle città della Storia su cui la guerra si accanisce fino alle fondamenta. “Inferno verde”, scritto in italiano su un muro. Puzza di bruciato. All’orizzonte il campo di battaglia, incendiato dalle bombe e avvolto nel fumo. Gilat, che è successo qui?

«Era una roccaforte di Hamas, un mese fa sono partiti da questo villaggio e sono tornati portandosi due golf car del kibbutz di Be’eri». Juhor ad-Dik è stato quindi sottoposto alla procedura delle forze armate israeliane: prima i servizi di intelligence hanno individuato le postazioni, i lanciatori di razzi, i tunnel, le trappole, poi li hanno bersagliati dall’alto con droni e una pioggia di missili, quindi sono arrivati i carri armati Merkava, le ruspe anti-mine, il genio militare, e, solo alla fine, i fanti della 838 esima Brigata. Che ora fanno il segno della vittoria affacciandosi da terrazzi diroccati, dormono nei ruderi dietro tappeti messi come porta, hanno issato una bandiera di Israele. E hanno segnato i muri col graffito “Ultras Maccabi Haifa”.

 

Foto Fabio Tonacci
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Nei pressi della scuola hanno scoperto l’imbocco di un tunnel e l’hanno fatto saltare con l’esplosivo. Gilat spiega che nella “metro”, come chiamano la chilometrica rete di cunicoli sotterranei, non vanno quasi mai. «È l’ultima delle ipotesi, solo se non abbiamo proprio altra scelta». Troppo pericoloso per loro, troppo vantaggioso per gli altri. E però, ogni tanto, dalle viscere della Striscia sbuca qualcuno con un lanciarazzi e fa fuoco. È successo già quattro volte in questo villaggio di cui resta solo il nome, Juhor ad-Dik, significa “il pozzo del gallo”. Raso al suolo, lo credevano innocuo. E invece. «Il mondo di sopra è neutralizzato. Il sotto è imprevedibile». Finora l’Idf ha perso 40 soldati dall’inizio delle operazioni nella Striscia, 360 dal 7 Ottobre.

Si torna indietro, si va alla base. Gilat è stanco, però non si sottrae all’ennesima domanda. Forse la più difficile. Quei civili morti all’ospedale di al-Shifa, quei pazienti senza più cura perché rimasti senza hanno elettricità, acqua, cibo. «Gli attacchi aerei sono molto accurati, lo ripeto, non colpiamo niente che non sia legato alle attività terroristiche di Hamas. Quando perde la vita un innocente si spezza il cuore, io vorrei che la gente vivesse in pace in Palestina. Ma il 7 Ottobre ha cambiato le regole, 3 mila terroristi sono venuti in Israele a uccidere, macellare, bruciare, stuprare, decapitare. Loro hanno commesso crimini di guerra e noi siamo qui a combatterli». Sullo sfondo il popolo è in cammino. La prima vittima di ogni conflitto.

Sorgente: Dentro Gaza City: il reportage – la Repubblica