5 March 2024
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stack of different euro banknotes

Economia. Dopo la giravolta del governo sulle banche. Eppure il rialzo dei tassi da parte della Bce sta facendo molto bene agli istituti

Ricordate la storiella della tassa sugli extra-profitti delle banche annunciata lo scorso agosto dal governo Meloni? Beh, è finita prima ancora di iniziare. Perché tutte le principali banche del Paese non verseranno nemmeno un centesimo all’erario (era stato stimato un introito di tre miliardi). Possibile? Sì, grazie alla giravolta dello stesso governo, che lo scorso settembre, appena dopo un mese, ha presentato un emendamento che consente agli istituti di credito di non pagare la tassa, purché destinino un importo due volte e mezzo il suo valore al consolidamento del proprio patrimonio.

In pratica, i soldi che dovrebbero dare allo stato se li tengono in cassaforte. Quello che ad uno ad uno stanno facendo tutti i principali gruppi, da Unicredit a Intesa San Paolo, passando per Bpm, Bper, Credem, Mediobanca. Una larga e forte compagnia, alla quale si è aggiunta adesso anche Mediolanum, la banca controllata per il 30% dalla famiglia Berlusconi (i primi a levare scudi contro la proposta sono stati non a caso quelli di Forza Italia). Neanche Mps, controllata al 64% dal Ministero dell’Economa, ha aderito alla misura, come Mediocredito-Banca del Mezzogiorno che è partecipato al 100% da Invitalia, a sua volta interamente controllata dal Tesoro. Molto efficace, sul punto, la battuta dell’esponente di +Europa Benedetto della Vedova: «Anche il ministro Giorgetti, attraverso il Mps controllato dal Mef, elude la tassa della Meloni». Un vero flop, insomma, che si potrebbe ribattezzare sarcasticamente «operazione gettito zero».

Eppure, il rialzo dei tassi da parte della Bce sta facendo un mondo di bene alle banche. Profitti stellari che pagano i cittadini con le rate dei mutui e le imprese con l’accesso al credito (il tasso di riferimento interbancario Euribor a 6 mesi è sopra il 4%, mai così alto dal 2008). Lo conferma, da ultimo, uno studio realizzato dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (Fabi). «I risultati potrebbero essere in crescita del 70% rispetto ai 25 miliardi del 2022», si legge in esso. Intanto, nei primi nove mesi dell’anno i cinque gruppi bancari più grandi del Paese hanno già realizzato profitti per 15,7 miliardi, quanto in tutto il 2019 e più del 2018 (15,1 miliardi). La previsione è che a fine anno gli utili supereranno i 43 miliardi. Per l’intero sistema bancario, la società di consulenza internazionale Kearney stima invece che i profitti realizzati tra giugno e settembre superano già i 16,5 miliardi, l’80% in più rispetto al terzo trimestre del 2022, con Unicredit e Intesa Sanpaolo sul podio (per la prima si prevede una chiusura a 13,7 miliardi nel 2023).

I maggiori guadagni derivano principalmente dai prestiti (58%), seguono le commissioni (34%) ed «altre attività» (8%). Un’inversione di tendenza, rispetto a quando i tassi a zero imponevano di aumentare il costo dei servizi. Bene anche per il patrimonio, che si rafforza, non per niente, grazie agli accantonamenti che possono sostituire il pagamento della tassa sugli extra-profitti. Ma i rafforzamenti patrimoniali le banche avrebbero dovuto comunque farli, visto il clima generale (guerra, inflazione, venti di recessione) che potrebbe portare ad un deterioramento dei crediti. Scegliendo l’opzione offerta dal governo, quindi, le banche hanno fatto prima quello che la vigilanza avrebbe con ogni probabilità imposto dopo. «Il settore bancario italiano sta attraversando una fase straordinaria: gli utili raggiungono livelli record», dice con enfasi Lando Sileoni, segretario generale della Fabi. Peccato che a farne le spese sono, manco a dirlo, i ceti popolari.

Sorgente: ilmanifesto.it

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