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17 July 2024
0 15 minuti 10 mesi

DIARIO DELLA CRISI | Classe senza organizzazione di classe – di Gianni Giovannelli

Il lavoro e le manovre fiscali in Italia dentro la crisi

Una nuova puntata del Diario della crisi, condivisa con Machina e con El Salto. Nel testo, Gianni Giovannelli si sofferma a riflettere su come la classe precaria, “turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta”, priva di forme di organizzazione di classe, oggi utilizzi forme di resistenza passiva. Nel frattempo viene tagliato il reddito di cittadinanza e il governo della destra spinge sulla coazione al lavoro. Da un lato, dunque, si allarga la platea dei bisognosi, dall’altro si sottraggono alternative a chi già vive nell’incertezza: “Un esempio, fra i molti possibili, […] è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento”. Infine, “per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili”. Questi i problemi di fronte ai quali si trova “la classe senza organizzazione di classe”…

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E la crisi in Ucraina è quindi arrivata

in un momento in cui qualcuno

ne aveva bisogno

(Qiao Liang, La bacchetta magica della finanza, 2015)     

 

In data 3 luglio 2023 è stato convertito in legge, con modifiche, il decreto-legge n. 48 del maggio precedente, il primo in tema di lavoro varato per iniziativa del governo di destra guidato da Giorgia Meloni. Come di consueto il pacchetto normativo ha seguito un copione ormai collaudato, eredità degli esecutivi precedenti, nel segno di una continuità quanto meno procedurale. Il decreto consente di evitare estenuanti discussioni e trattative nelle commissioni, lasciando libero l’esecutivo nella elaborazione dei provvedimenti; la conversione deve avvenire comunque entro 60 giorni e la tagliola della fiducia protegge dalle insidie parlamentari e dal fuoco amico. Non c’è dubbio, comunque, che non si tratti di una mera questione di metodo: la coalizione a guida neofascista non si è discostata troppo, neppure nella sostanza, dalle attese, piegandosi apertamente all’interesse d’impresa, spacciato per interesse generale.

La guerra in Ucraina prosegue e non se ne intravede, almeno a breve, la conclusione. Alcuni segmenti produttivi, e fra questi spicca naturalmente quello connesso all’apparato militare, hanno moltiplicato i profitti; altri, come quello del turismo già logorato nel biennio della pandemia, faticano a riprendere la corsa. L’incremento dei costi energetici e il permanere dell’inflazione sono ulteriore motivo di contrasto: nell’area della composizione capitalistica attuale c’è chi guadagna e c’è chi perde e questo si riflette inevitabilmente nelle scelte politiche nazionali. Tuttavia, a differenza di quanto avviene dentro la grande maggioranza dei sottoposti (la moltitudine direbbe Toni Negri), ove prevale la divisione, questo variegato capitalismo finanziarizzato tende alla coalizione, non appena si sente in pericolo. Almeno all’interno degli schieramenti in cui si trovano ad operare. L’egemonia nordamericana è oggi un punto fermo anche per la vecchia Europa; dunque sono un punto fermo la guerra, il costo della guerra, le conseguenze della guerra. Si tratta di vedere soltanto chi debba provvedere al pagamento e agire di conseguenza. Ecco la scelta governativa, ecco il decreto che procede in concreto ad individuare le risorse da prelevare.

Via il reddito di cittadinanza!

Il testo del provvedimento apre con questa decisione, già preannunciata in campagna elettorale (articoli da 1 a 13). La cancellazione delle norme sul reddito di cittadinanza (varate a suo tempo da Lega e 5 Stelle con l’opposizione di PD, FdI e Forza Italia) non è solo una pesca a strascico per racimolare risorse, riducendo la spesa di assistenza sociale; è qualche cosa di più articolato e di più violento. Il vastissimo bacino che vive in condizione precaria utilizza forme di resistenza divenute ormai quasi tradizionali nell’epoca contemporanea: la passività, l’attesa polemica, la non collaborazione, il ritrarsi o magari il negarsi. Certo: non vede (ancora?) il lavoro come una merce, come un nemico, ma, sia pure in forma confusa, è un segnale pericoloso il disagio esistenziale, nato e cresciuto all’interno di un precariato indispensabile per la produzione di valore. Una turba divisa, disunita, frammentata, insoddisfatta. Una classe senza organizzazione di classe. L’attacco al reddito di cittadinanza è un attacco preventivo, è volto alla disarticolazione e all’annientamento della sola idea che sia possibile esistere senza essere messi a valore. Secondo INPS poco più di un milione di persone percepiva il reddito di cittadinanza (con una platea familiare interessata di oltre 2 milioni e mezzo); li hanno messi all’indice come un peso, li hanno additati alla maggioranza di poveri come dei furbastri che sottraevano risorse ai lavoratori campando senza far nulla. Ogni segmento della maggioranza subordinata è, visto da solo, una minoranza: i quattro milioni che non raggiungono il salario minimo, i braccianti agricoli vittime dei caporali, le operaie tessili ingaggiate dai terzisti, i migranti della logistica, le badanti, tutte e tutti. Utilizzando il medesimo schema logico nei giorni scorsi il ministero ha rielaborato i dati statistici; la neo-commissaria Michela Gelera (insediata di forza dopo l’estromissione di Tridico) ha firmato il XXII rapporto INPS, in data 13.9.2023, e rimosso la povertà per via matematica. Ha preso un solo mese quale riferimento, e non l’anno completo, ha rimosso dal sistema di calcolo la collaborazione domestica e il bracciantato agricolo, ha scremato e alterato le basi di partenza e presentato poi un consuntivo in cui la fascia povera precedente, del 24%, si è ridotta per magia a 871.800 lavoratori. Nel paese reale la povertà (sia assoluta sia relativa) rimane, ma è comunque minoranza numerica, dunque debolezza politica, incrementata sinergicamente dalla mancanza di organizzazione durante il conflitto. La procedura per accedere alla c.d. inclusione (assegno peraltro modesto e limitato nel tempo) ha del diabolico, quanto a complicazione e paradossi rievoca il celebre Comma 22 del film americano tratto dal romanzo di Joseph Heller. Inoltre (astrazione di fatto quasi inapplicabile ma importante come deterrente ulteriore) l’assegno viene meno di fronte a offerte di lavoro stabile (art. 9) in qualsiasi comune italiano, al minimo salariale e anche part time al 60%; per il lavoro a termine vale l’offerta dentro 80Km o comunque per luoghi raggiungibili in 120 minuti (fra andata e ritorno sarebbero 240, 4 ore). Con un treno TAV (che è pubblico) si arriva da Milano a Firenze, il biglietto costa più della retribuzione, ma non importa; il problema non è infatti quello di occupare gli occupabili, ma di sottrarre loro possibili alternative per obbligarli ad accettare qualunque cosa, di mettere dunque ogni esistenza a valore. Questo è lo scopo della legge, il resto è propaganda.

Minimi salariali e dintorni

La legge n. 85 di conversione del Decreto contiene altri elementi che confermano la ratio del provvedimento. L’articolo 37 eleva nel settore turismo (fiere ed eventi compresi) da 15.000 a 25.000 euro il limite in cui si consente il vaucher ovvero la convocazione a giornata, anche tramite agenzia di somministrazione, senza preavviso e senza garanzie, e questo vale per tutte le imprese che hanno organico fino a 25 dipendenti. Con 25.000 euro annui siamo sopra la soglia di povertà! L’art. 24 allarga ancora le maglie del contratto a termine, consentito sostanzialmente senza necessità di motivare il perché fino a 24 mesi; e cade pure la soglia percentuale di utilizzo, per via di esoneri dal computo così ampi da comprendere qualsiasi eventualità. L’unico ammortizzatore sociale (art. 39) riguarda (ma solo fino al 31.XII.2023) la percentuale di trattenuta previdenziale a carico del lavoratore (fino a 25 o 35 mila euro), con beneficio netto di circa 50 euro mensili (300 euro fino alla scadenza). Ben più ampio lo stanziamento che tocca alle imprese: quelle di trasporto ottengono esoneri di versamento, chi assume under 30 beneficia di riduzioni consistenti, perfino l’Agenzia Industrie Difesa incassa come aiuto 14,5 milioni di euro (art. 33) per promuovere filiere produttive (tradotto: produzione di nuove armi). Il taglio delle risorse e la promozione del lavoro precario sfruttato trova riscontro logico nel silenzio che circonda il tema della retribuzione minima oraria, rinviato senza data certa in attesa che il CNEL diretto oggi dall’ex ministro Brunetta fornisca indicazioni. Ma la scelta è già scontata: nessuna garanzia di soglia salariale oraria minima e consegna del lavoro povero alle organizzazioni sindacali, che provvederanno a mantenerlo tale. Proprio lo studio della Fondazione Consulenti del Lavoro (allora diretti dall’oggi ministro Calderone) aveva messo in luce come su 61 contratti nazionali di portata principale almeno un terzo, fra quelli firmati da CGIL-CISL-UIL, si collocano sotto i 9 euro lordi orari di corrispettivo. La Procura di Milano ha in corso numerose inchieste che individuano le tariffe sindacali come il risultato dell’intimidazione e della minaccia. La propaganda di regime presenta le vicende economiche con diverso angolo di valutazione: il prelievo fiscale a carico delle banche, annunciato ma ancora non eseguito, coinvolge senza ombra di dubbio una minoranza esigua di cittadini, eppure le critiche mosse al progetto muovono dalla difesa dell’economia intesa come interesse del paese, il danno non colpisce un ristretto gruppo di privilegiati (che pagano 0,4% sul denaro trattenuto e chiedono 4,5% su quello prestato), ma la nazione. Invece il salario minimo è una pretesa di una minoranza composta da solo 4 milioni di persone e danneggia l’intero apparato produttivo, dunque la maggioranza del paese. Aveva ragione Joseph Goebbels, il ministro nazista della propaganda: una menzogna enorme viene creduta e diviene verità, se proposta di continuo. Il governo di destra sa mettere a frutto l’insegnamento.  Il precariato, di contro, senza organizzazione e senza alternative sociali, non sa coalizzarsi, viene posto in condizione sottomessa, costretto dalle circostanze a subire il ricatto; anche questa è una trappola della precarietà.

Inflazione, guerra e manovra fiscale: attacco dentro la crisi

La guerra in Ucraina ha dei costi, l’occasione è ghiotta per farli pagare ai ceti subalterni e al tempo stesso modificare i rapporti di forza, ulteriormente a vantaggio dell’odierna organizzazione capitalistica. La passività e il sentimento di estraneità che caratterizzano i comportamenti sociali dello sciame precario si traducono non solo nella consueta alienazione, ma debbono diventare, nel progetto governativo, sottomissione attiva. Il disagio, quando diventa disperata apatia, rallenta la cooperazione sociale, è di ostacolo alla creazione di valore. Va bene la resa, ma va mantenuto il ritmo binario durante il lavoro, come a New Orleans,  this old hammer. Per questo si provvede per un verso ad allargare la platea dei bisognosi, per altro verso a sottrarre risorse alternative a chi già vive nell’insicurezza e nell’incertezza. Un esempio, far i molti, di allargamento della platea è il caso Alitalia: quasi duemila lavoratori sono stati estromessi dall’organico, licenziati, individuando nella scelta l’area di quelli che per età o condizioni di salute avevano maggior costo e minor rendimento. Per poter raggiungere questo risultato hanno cancellato l’obbligo di rispettare criteri di scelta vincolanti, e lo hanno fatto a colpi di decreto; ora si trovano di fronte a un contezioso promosso da singoli soggetti contro un apparato istituzionale compatto, da destra a sinistra, sindacati compresi.  Scoppia la contraddizione a fronte di alcune decisioni contrastanti, parte di accoglimento, parte di rigetto delle richieste dei lavoratori; e dentro la contraddizione gli organismi comunitari esitano a prendere posizione. Di fronte ai primi successi già parte la minaccia: Giorgio Pogliotti, su Il Sole 24 Ore del 17 settembre, riferisce la notizia della reintegrazione in ITA Airways di 174 lavoratori (Tribunale di Roma, 13 settembre), ma ricorda che 34 sentenze hanno invece premiato l’azienda e soprattutto che un successo eventuale dei lavoratori comporta l’uscita di Lufthansa e la cancellazione degli aiuti di stato, ovvero il fallimento della compagnia. In sostanza: o i lavoratori perdono la causa o il padrone rovescia il tavolo da gioco e finisce la partita. Lo ha capito anche il governo Meloni, sempre agli ordini: è in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale l’ultimo decreto emanato per improrogabile urgenza e il Presidente Mattarella ha confermato di firmarlo. Si tratta di una interpretazione autentica della legge da applicare proprio nel caso ITA-Alitalia; il governo, che è il proprietario del pacchetto di controllo delle società, mentre il giudizio è in corso, interviene e afferma nel decreto che le norme si interpretano proprio come dicono i suoi avvocati nel giudizio! Altro che autonomia dei tre poteri, sembra una norma ideata da un militare birmano o da un colonnello di Haiti. Vedremo come andrà a finire, questi per fortuna, sono arroganti ma semianalfabeti, il testo fa acqua da tutte le parti. La via giudiziaria, comunque, fragile per sua natura, è un indice significativo della mancanza di organizzazione reale dei lavoratori nella gestione del conflitto; viene scelta necessariamente, in mancanza di percorsi alternativi credibili o almeno possibili.

Per colpire chi già mal se la passa un ruolo centrale lo ha l’inflazione; gas, luce, cellulare, alimenti erodono le scarse risorse disponibili. La manovra sui costi è scaltra, arretra quando è meglio arretrare, colpisce quando il destinatario si trova in difficoltà nel reagire. Dentro la crisi, dentro l’economia di guerra, dentro l’inflazione il potere cerca di aggredire le ultime trincee rimaste a difendere la passività precaria: la casa di proprietà e il risparmio di famiglia. I sudditi sono la maggioranza, potenzialmente non possono non vincere. Ma i segmenti di questa maggioranza sono minoranze e come tali non possono non perdere. Questo è il problema che si pone per una classe senza organizzazione di classe. E anche questo è un aspetto della crisi odierna. Come scriveva il vecchio Marx: le rivoluzioni proletarie … sospendono spesso la loro marcia … si ritraggono atterrite … arrivano ad un punto in cui è impossibile tornare indietro, e la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta!

 

Testo pubblicato su Machina

Testo, tradotto in spagnolo, pubblicato su El Salto

Sorgente: DIARIO DELLA CRISI | Classe senza organizzazione di classe – di Gianni Giovannelli


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