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Calo natalità in Italia: polemica per le parole del ministro Lollobrigida -  YouTube

Il crollo della natalità è un problema molto serio per il Paese. E l’immigrazione è una risorsa

Il crollo delle nascite in Italia è una questione vitale, di cui è indispensabile parlare. Ma non è un fenomeno recente e non riguarda solo noi. La natalità è scesa sotto il livello di riproduzione (2,2 figli per donna) negli anni ’70 del ‘900 in tutti i Paesi occidentali, Stati Uniti compresi, dove però il fenomeno è stato bilanciato dalla grande immigrazione innescata dalle riforme del 1965. Anche in Italia la natalità crollò a partire da quel decennio, prima nel Centro-Nord e poi nel Meridione.

 

Si tratta quindi di un fenomeno di cui si sa molto, anche se buona parte della politica e della cultura lo ha a lungo e colpevolmente ignorato. È quindi possibile discuterne in maniera informata, mettendo da parte teorie del complotto come la “sostituzione etnica” e l’illusione che basti spostare risorse per risolvere le cose.
Siamo infatti di fronte a un problema serissimo, che produce effetti da 50 anni, e cui è difficilissimo porre rimedio. Tutte le politiche tese a farlo con semplici incentivi economici o con interventi autoritari sono fallite, nella Romania di Ceaucescu come nella Russia di Putin. Tanto la repressione (come il divieto dell’aborto) che gli incentivi economici hanno infatti effetti transitori: presto vengono trovate altre strade per limitare le nascite, e a profittare dei benefici sono coloro che avevano intenzione di fare figli e anticipano le loro scelte, producendo una bolla che si sgonfia dopo pochi anni. 

 

Persino i Paesi dove vi è da tempo acuta coscienza del fenomeno e si sono varate politiche complesse per affrontarlo (le prime serie misure francesi sono del 1939 e il calo della natalità fu una delle ragioni alla base della costruzione del grande welfare svedese) non sono riuscite a contrastarlo del tutto. Certo, la loro situazione è migliore della nostra (in Francia si fanno 1,8 figli per donna fertile e in Svezia 1,7 rispetto agli 1,2 italiani e agli 0,8 della Corea del Sud), e la Francia, che aveva nel 1990, come noi, 58 milioni di abitanti, ne ha oggi 10 di più, con una popolazione relativamente più giovane e un diverso peso, anche elettorale, nell’Unione europea. Come ha osservato Gianpiero Dalla Zuanna, anche quelle che sembrano piccole variazioni di una decrescita comune sono dunque importantissime, e hanno conseguenze di grande momento. 

Il fatto è che, per quanto spesso si dica il contrario, i figli non si fanno non perché si è poveri, ma perché si sta meglio, si è più liberi, e si hanno quindi aspettative diverse sulla propria vita e quella dei figli che potremmo fare. E per convincere gli individui a cambiare le loro aspettative ci vuole ben più di qualche incentivo. Lo dimostra il fatto che le nascite crollano ovunque si raggiunge un certo livello di benessere, in Cina come in Africa, e lo dimostrano gli sforzi francesi e svedesi, che hanno sì prodotto risultati ma non sono riusciti a cambiare la tendenza di fondo. 

 

La scelta non è quindi tra qualche incentivo alla natalità e l’immigrazione: è tra una catastrofe ormai probabile e una combinazione di sofisticate politiche di sostegno alla natalità, specie ma non solo a favore delle donne, e una razionale politica di immigrazione, che oggi l’Italia non ha. Lo dimostra il fatto che chiamiamo “immigrazione” una gestione di flussi (mal)fatta dal ministero degli Interni, nell’illusione che servano solo braccia temporanee. Anche se riuscissimo a risalire a un tasso di natalità simile a quello francese, avremmo comunque bisogno di milioni di veri immigrati solo per mantenere la popolazione attuale, e dovremmo quindi chiederci quali sia più giusto attrarre e come integrarli. 

 

Entrambe le leve di questa strategia richiedono idee, risorse e l’abbandono degli schemi ideologici del passato. Ma solo così si può costruire una speranza di salvezza, specie se non dimenticheremo di istruire e trattare meglio e il più seriamente possibile i pochi figli che continuiamo a fare, e la cui vita invece spesso sacrifichiamo a illusioni sulle nostre pensioni e alle nostre paure. 

Sorgente: Illusioni demografiche – la Repubblica