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Intervista al prof. Ugo Mattei. Dal 22 aprile scorso è iniziata la raccolta di firme per due referendum contro la decisione di governo e parlamento di inviare armi per la guerra in Ucraina. Abbiamo rivolto alcune domande al prof. Ugo Mattei, giurista, docente dell’Università di Torino, autore dei quesiti referendari sull’acqua pubblica e adesso tra i promotori dei referendum contro l’invio di armi.

L’Italia viene trascinata sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Il voto in Parlamento e le scelte degli ultimi due governi hanno coscientemente coinvolto  il paese in una escalation bellica. Come spiega questo avventurismo bellicista delle classi dirigenti?

La spiegazione è semplice. A causa del mutato rapporto fra potere privato e pubblico nell’ ambito occidentale, con soggetti privati transnazionali enormemente più forti delle istituzioni pubbliche, i politici sono stati privati di qualunque reale autonomia. Devono sottostare a regole etero-imposte a pena di sparire completamente dalla scena. In Italia e oggi in generale in Europa occidentale, il costituzionalismo liberale non è più capace di difendere l’ autonomia del giuridico e del politico rispetto all’ economico.

Quindi i politici eseguono, per opportunismo o paura, spartiti scritti da chi controllando informazione e denaro ne determina le possibilità di successo. Si tratta di spartiti scritti dai grandi poteri finanziari dell’ asse Wall Street-City di Londra che rispondono al Partito Democratico Statunitense e che al momento paiono onnipotenti. Questi interessi si traducono in complessi azionari che guadagnano cifre immense dalla guerra e dall’ emergenza sulla pelle dei popoli Ucraini, Russi ed Europei. L’interesse economico spinge ad una guerra duratura.

In Italia poi ci sono 100 basi Statunitensi, ci sono ordigni nucleari che non controlliamo, decine di migliaia di soldati americani e neppure più ormai da anni un ambasciatore in Via Veneto perchè tanto non serve!. Siamo un protettorato e i nostri politici hanno interiorizzato, quasi all’ unisono, questa vile sudditanza.

 

Nonostante una invasiva informazione massmediatica, praticamente al servizio della causa guerrafondaia, la maggioranza della popolazione continua ad essere contraria alla guerra. Come si spiega questa autonomia e questa impermeabilità dell’opinione pubblica a tale campagna di propaganda?

Il potere riteneva di poter applicare i risultati della sperimentazione sociale operata in pandemia tramite terrorismo pubblico, anche sulla questione della guerra. Il terrore ha funzionato meno perche’ in pandemia, si è lavorato sull’ istinto animale di conservazione immediata di se stesso. La gente per terrore si è lasciata iniettare qualsiasi cosa e oggi vediamo le conseguenze.

Al contrario la guerra non e’ sentita come un rischio immediato e quindi la reazione è stata diversa. Non dico che sia stata dimostrata grande nobiltà neppure stavolta, ma forse si può lavorare per rendere politico questo dissenso maggioritario. Per questo stiamo tentando la via del referendum, per rendere istituzionalmente rilevante questo dissenso che, se resta generico, non produce alcun beneficio ed è anzi figlio della stessa logica da “mi faccio i fatti miei” che prevale nel cittadino ridotto artatamente a bruto consumatore edonista. Vedremo se la gente farà lo sforzo di documentarsi e firmare su www.generazionifuture.org . Se non si raggiungono le firme è evidente che la strategia della rana bollita funziona!

 

Gettare sabbia nel meccanismo della guerra è un dovere ma è tutt’altro che semplice. Lei è tra i promotori dei referendum contro l’invio di armi italiane in guerra. Ritenete che questa iniziativa può avere la forza di bloccare questo piano inclinato?

Il referendum è la sola via concreta disponibile e infatti stanno facendo di tutto per non farcelo fare. Non ci danno spazi TV, molti comuni estorcono soldi e danno le autorizzazioni ai banchetti in ritardo, la piattaforma pubblica per la raccolta online non è stata approntata e quindi chi firma online deve pagare una piccola somma ma è il principio che conta, già giuristi e intellettuali di regime avanzano tesi giudicate infondate per dare argomenti alla Corte Costituzionale per evitare il voto… E’ una partita difficilissima ma è il solo strumento per un popolo che voglia decidere in autonomia e coerenza con la propria Costituzione, senza farsi tradire in silenzio dai politici guerrafondai (e purtroppo anche dalle istituzioni di garanzia che oscenamente tacciono da anni).

 

Alcuni detrattori del referendum sostengono che la scelta di inviare armi all’Ucraina è conseguenza dell’adesione dell’Italia alla Nato, quindi a quei trattati internazionali per i quali è escluso il ricorso al referendum. Come pensate di superare questo ostacolo?

Ha risposto benissimo Pasquale de Sena maestro del diritto internazionale sul Fatto Quotidiano. L’ Art 75 pur interpretato estensivamente dalla Corte Costituzionale  richiede almeno  un obbligo produttivo di conseguenze giuridiche qualora non adempiuto e tale obbligo non c’è.  Ci sono paesi NATO come la Turchia che non mandano armi e anche paesi UE come Ungheria e Austria che non lo fanno senza alcuna conseguenza giuridica. Si possono aiutare i popoli vittimizzati in molti altri modi quando si ripudia davvero la guerra. Draghi, Meloni e i guerrafondai del PD hanno scelto politicamente di inviare armi non esiste alcun obbligo.  E noi, politicamente possiamo batterli abrogandone tramite referendum le scelte scellerate e immorali.

Sorgente: “Due referendum per battere le scelte scellerate e immorali sull’invio di armi” – Contropiano


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