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Crisi di identità britannica

«Dal 2016, Londra ha tentato ripetutamente di riorientare la propria politica estera e di darsi un nuovo ruolo globale nel dopo-Brexit. Ma, consumata da varie crisi interne, non ci è mai riuscita», il prologo severo di Elettra Ardissino su Limes. Ma il peggio viene dopo. «Il paese sta perdendo rapidamente il suo storico posto tra i protagonisti della geopolitica mondiale, ritirandosi sempre più nel ruolo di comparsa, rischiando alla lunga l’irrilevanza». Povero Re Carlo III.

Solo soci di minoranza

I britannici sono gli alleati di fiducia degli Stati Uniti, ma ‘soci di minoranza’. Tutti in Europa a ’pagar pegno’ per la guerra Usa alla Russia di Putin, ma c’è chi paga di più e chi ha lo sconto. Londra paga più della stessa Germania con i suoi Nord Stream affondati da mani amiche, che il gas russo a basso costo se lo sogna ancora adesso.

Classe politica inadeguata

Con una valutazione impietosa sulla classe politica figlia del buffonesco Boris Johnson. «Una classe dirigente consumata da una miriade di crisi domestiche, tra economia in tracollo e separatismi che bollono a fuoco lento in Scozia e in Irlanda del Nord. E la situazione si prolungherà probabilmente oltre le elezioni parlamentari del 2024». Salvo anticipi.

Ucraina, guerra a perdere (non solo per Putin)

Il Regno Unito non si è certo tirato indietro nel supporto materiale all’Ucraina. Nelle settimane precedenti la guerra, i suoi servizi di intelligence sono stati gli unici a spalleggiare quelli americani, che già da fine 2021 avevano visto/previsto (temuto/favorito) le condizioni per cui Putin avrebbe invaso. Da subito Londra ha aiuti umanitari, finanziari e militari a Kiev. E il via vai di visite tra Zelensky e Boris Johnson, molto prima di Francia, Germania e Italia.

Le irrisolte contraddizioni Usa

Non è chiaro se l’amministrazione Biden intenda concludere la fase attiva della guerra entro la fine del 2023 o se voglia invece costruire la campagna elettorale delle prossime presidenziali e portare avanti il conflitto a oltranza, con buona pace degli aspetti umanitari. «In ogni caso, gli Stati Uniti non hanno cercato e non stanno cercando i consigli del Regno Unito per definire il proprio approccio all’Ucraina».

Passi falsi gravi

L’improvvida ministro degli Esteri Liz Truss alla Bbc sulla partenza di cittadini britannici per combattere in Ucraina come volontari, a rischio di un conflitto diretto contro la Russia l’esempio eclatante. Poi come premier (per fortune solo un assaggio) ha fatto pure peggio. Di fatto, Primi ministri allo sbaraglio a svelare al mondo che né il Partito conservatore, storico interprete dell’interesse nazionale britannico, né gli apparati del ministero della Difesa, il Foreign Office e l’Mi6 sono stati in grado di formulare una visione coerente.

Reducismi da Brexit e tecnici assenti

Conservatori allo sbando. «Partito dilaniato in sottogruppi nemici, le cui rivalità nascono dal Brexit ma toccano ogni aspetto della politica estera e non solo. Sotto lo stesso ombrello convivono ultraoltranzisti anti-europeisti ed ex Remainer; falchi e colombe sulla Cina; fanatici del mercato libero e socialdemocratici».  Solitamente, tante debolezza politica significa più potere ai tecnici. Se tecnici validi ci fossero.

L’oltranzismo di Boris Johnson e la Cina

Possessore di passaporto statunitense fino a qualche anno fa, Johnson è sempre stato profondamente atlantista. Per l’Ue, avendo costruito la sua fortuna politica sul Brexit, ha voluto posizionare il Regno Unito in stato di tensione permanente nei confronti di Bruxelles. In Ucraina, la scelta dell’eroe di guerra che trascina la superpotenza nel grande conflitto. Contemporaneamente Johnson è stato uno dei politici britannici più morbidi verso la Repubblica Popolare

Truss, una Thatcher mancata

Nel suo brevissimo interregno a Downing Street, l’ex ministro degli Esteri voleva allineare totalmente Londra a Washington. Per la Cina, aveva promesso di definire ufficialmente «Pechino una minaccia» e reso evidente il suo filo-atlantismo oltranzista in ambito economico. A Truss, ironizza Elettra Ardissino «per essere una Thatcher è mancato, fra le altre cose, un Reagan, un capo di Stato statunitense allineato alla sua visone politica che la spalleggiasse». E Biden è servito.

Sunak, terzo primo ministro 2022

Un tecnico paracadutato a capo del governo per pilotare il paese fuori dalla crisi politica, economica e sociale causata dall’inaffidabilità di Johnson e peggiorata dall’inettitudine di Truss. A rischio le istituzioni finanziarie del Regno Unito con un fronte politico interno in sfacelo. Ma Sunak, ex banchiere senza alcuna formazione militare o diplomatica, le questioni geopolitiche le lascia a margine. Allentando qualche tensione con Cina, Unione europea e Francia, ma senza risolvere i problemi che restano aperti.

Il dubbio laburista

Il Labour, primo partito d’opposizione e probabile vincitore delle prossime elezioni, non è mai stato particolarmente ferrato in ambito strategico. Salvo la sciagurata partecipazione britannica alla guerra americana in Iraq decisa da Tony Blair. Il partito laburista ha un’anima molto più europeista rispetto ai conservatori e sarà pertanto ben posizionato per trovare alleati nell’amministrazione pubblica, anch’essa tendenzialmente Remainer.

Asse Londra-Varsavia

Regno Unito e Polonia sono entrambi Stati oltranzisti nei confronti della Russia in Ucraina, ma con origini diverse. Varsavia nemica atavica di Mosca, Londra alleato principale degli Stati Uniti. Manca una ‘bussola strategica’ da Washington, ma ad accomunare le due capitali, i loro governi di destra anti-europeista, che hanno reso il confronto con Bruxelles un loro cavallo di battaglia elettorale. Prossimamente forse a perdere.

Prima crisi interna è quella economica

Secondo le ultime previsioni della Bank of England, il pil 2023 calerà ancora e avrà solo una lievissima ripresa nel 2024. Il programma fiscale del governo Sunak prevede aumenti di tasse e tagli alla spesa pubblica, con effetti duri su occupazione e consumi delle famiglie britanniche. «In altre parole, il tentativo di Sunak di calmare i mercati dopo la crisi di ottobre si ripercuoterà sulle probabilità che i conservatori restino al governo dopo il voto del 2024».

Crisi di consenso sociale e separatismi

La valanga di scioperi che ha travolto vari settori pubblici (persino gli operatori delle ambulanze) a partire da dicembre, e che continua, ha paralleli storici inquietanti. Terza crisi, quella dei separatismi in Irlanda del Nord e Scozia. Il Partito nazionale scozzese rivendica il diritto di organizzare un secondo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, ma di fatto non insiste troppo in attesa di ulteriori certezze di vincerlo.

L’Irlanda Nord a maggioranza cattolica

Irlanda del Nord: l’agenzia statistica locale ha confermato che la popolazione cattolica (tendenzialmente separatista, che punterebbe all’unificazione con la Repubblica d’Irlanda) è ora ufficialmente maggioranza. I protestanti fedeli al Regno Unito sono dunque in minoranza. Possibile un referendum sull’indipendenza, ma anche questo pericolosamente prematuro.

Bombe attorno al Regno sempre meno Unito

«Da oltre sei anni, il Regno Unito si trova a un crocevia ma ancora non ha scelto quale strada prendere». Brexit ha incrinato il rapporto con i paesi dell’Europa continentale ed escluderà i britannici da un ruolo di punta nelle questioni geopolitiche europee. Allo stesso tempo, la ‘superpotenza’ guarda sempre più all’Indo-Pacifico, ma molto distante dal Regno Unito e fuori dal suo raggio di proiezione militare.

«Politici e apparati britannici sono confusi e stanchi, chiamati a rispondere a crisi interne sempre più pressanti. Il probabile vincitore della prossima tornata sarà il Labour, un partito storicamente debole in politica estera. È facile che si produca un governo non dotato di grande profondità diplomatica e geopolitica».

Sorgente: Dietro tanta regalità, la caduta di un impero –

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