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BCE: dei lavoratori non ce ne frega un tasso

Recentemente, la Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, ha affermato l’intenzione di aumentare i tassi d’interesse di mezzo punto percentuale. L’obiettivo dichiarato di questo rialzo è quello di contenere la corsa dell’inflazione. Nel dettaglio, la misura di politica monetaria prevede l’aumento del tasso di rifinanziamento principale dal 3% al 3.5%. Mezzo punto potrà sembrare, a molti, una cosa da poco, ma non è così. In primis perché, come vedremo, si tratta di decimali che a fine mese contano, e non poco, per chi si è accollato o si deve accollare un mutuo. In secondo luogo, perché questo aumento fa seguito ad altri aumenti, avvenuti nei mesi scorsi (si veda il grafico sotto), che hanno portato i tassi ai livelli di oggi partendo da un livello prossimo allo zero.

Andiamo con ordine e cerchiamo di capire come tale scelta (il rialzo dei tassi) abbia conseguenze pratiche per famiglie (e imprese). Per comprenderlo è necessario spendere due parole sulla cosiddetta ‘trasmissione’ della politica monetaria. Nel momento in cui famiglie e imprese domandano credito sotto forma di prestiti ad una banca commerciale, quest’ultima domanda alla banca centrale un determinato quantitativo di risorse in prestito, le cosiddette riserve, in un ammontare calcolato in percentuale di quanto i clienti della banca hanno depositato presso di essa. Per questo prestito, le banche commerciali pagano un prezzo alla banca centrale, il tasso di rifinanziamento principale.

Un aumento del tasso di rifinanziamento principale, quindi, sta a significare che le banche commerciali vedono crescere i loro costi, e che, verosimilmente, tale maggior onere sarà scaricato sulla clientela aumentando il costo del credito. Tale maggior onere rappresenta un maggior costo per le imprese: se, da un lato, molte di queste rischieranno una crisi di liquidità in virtù delle maggiori difficoltà a reperire credito (con conseguenti impatti su produzione e occupazione), altre saranno portate ad aumentare i prezzi dei prodotti venduti, per preservare i propri margini. Ma è altresì evidente che tale scelta ha delle ripercussioni dirette sulle tasche delle persone comuni, quelle che hanno bisogno di contrarre un mutuo per comprare casa, o di ricorrere ad un finanziamento (i famosi pagamenti ‘a rate’) per acquistare una lavatrice o un’automobile. Ed è proprio in questa maniera che tale misura, nella mente dei ‘tecnici’ della BCE, dovrebbe tenere a bada l’inflazione: alzare i tassi dell’interesse significa ridurre i consumi (e in parte anche gli investimenti) di famiglie e imprese – se indebitarmi mi costa di più, sarò meno incentivato a comprare casa, o l’auto, o una lavatrice nuova. In questo modo, la carenza di domanda può contribuire a generare una recessione, con conseguente aumento della disoccupazione. Un contesto economico di recessione, come abbiamo già visto, è il modo più immediato (e più doloroso) di disciplinare i lavoratori e tenere a bada i salari. Così facendo, tutti i costi dell’inflazione vengono scaricati sui più deboli (sulla classe lavoratrice, per l’appunto), in barba ai padroni che, proprio grazie all’attuale scenario inflattivo, stanno vedendo aumentare i loro profitti a suon di speculazione.

L’aspetto inquietante, però, è che stavolta perfino la BCE è consapevole che un provvedimento del genere avrà ripercussioni dolorosissime sulle famiglie: l’aumento dei tassi dell’interesse finisce infatti per gonfiare a molti la rata del mutuo, con un costo aggiuntivo stimato di circa 200 euro al mese per famiglia. Non è impensabile, quindi, che molte famiglie saranno costrette, nel migliore dei casi, a saltare qualche rata, a ricontrattare le condizioni di pagamento del debito residuo, o, nel peggiore, a risultare inadempienti. Ecco quindi che la Presidente Lagarde fa un appello, come vedremo solo all’apparenza caritatevole, alle banche: parlando dei disagi delle famiglie che hanno un mutuo variabile si è detta “certa che molte banche sono pronte a rinegoziare” i mutui “per alleggerire nel tempo l’onere per le famiglie”. È nel “loro interesse” (delle banche…) farlo, ha spiegato, “perché non vogliono crediti non pagati nei loro bilanci”. La Lagarde sta di fatto dicendo alle banche che, per non rischiare di ritrovarsi con in mano dei crediti insoluti, dovranno ricontrattare i mutui con le famiglie.

Proviamo a spiegare meglio questo ragionamento. All’aumentare del tasso d’interesse fissato dalla banca centrale, crescono tutti i tassi d’interesse dell’economia, in particolare quelli sui mutui, che vanno a colpire le famiglie dei lavoratori che hanno acquistato una casa. Mentre la rata di un mutuo a tasso fisso già concordato non risente della variazione dei tassi ufficiali, la rata di un mutuo a tasso variabile (generalmente agganciato all’Euribor, ossia il tasso di interesse interbancario, che a sua volta risente del tasso ufficiale della BCE) finisce per aumentare, seguendo le decisioni della BCE. Così, una famiglia con un mutuo a tasso variabile, acceso magari dieci anni fa, si troverebbe da un giorno all’altro a pagare una rata maggiore, e che continua ad aumentare ad ogni rialzo dei tassi deciso dalla BCE. Per quanto riguarda i mutui già erogati a tasso fisso, non si avrebbero questi problemi, ma i nuovi mutui sarebbero erogati a tassi maggiori, rendendo sempre più difficile per una famiglia accendere ad un mutuo ed accedere al diritto alla casa (specialmente per giovani con lavori precari).

Dati alla mano, in Italia più del 40% dei mutui in essere è a tasso variabile, il che implica un danno per moltissime famiglie. E qui il colpo di genio di Lagarde: questa mazzata sarà così tremenda che si rischierà di mandare sul lastrico molte famiglie, con la concreta possibilità che non riescano a ripagare interamente i mutui e, quindi, di far registrare delle perdite anche alle banche. Si tratta, in sostanza, di un meccanismo simile a quello che ha innescato la Grande Recessione del 2007, quando negli USA scoppiò la crisi dei mutui sub-prime. Ma this time is different e Lagarde ritiene che saranno le banche stesse, di fronte alla prospettiva di una nuova tremenda tempesta finanziaria, a venire incontro alle famiglie e ricontrattare i mutui (magari allungando le scadenze) per evitare di riempirsi di crediti deteriorati e dunque di minori profitti. Non si tratta, come può sembrare, di un’azione misericordiosa verso i debitori: mentre i tassi salgono (aumentando così i profitti del settore bancario), la Lagarde non si pone il problema di proteggere i redditi dei lavoratori, bensì di preservare la capacità dei lavoratori di pagare (anche in maniera dilazionata) quei maggiori profitti. In altri termini, tutta l’attenzione della BCE è orientata ad evitare che il debitore, cioè colui che ha contratto il mutuo, muoia: piuttosto, il mutuatario deve sopravvivere, seppure a stento, perché dovrà comunque finire di pagare il suo mutuo. Ecco il vero significato del termine rinegoziare: se il debitore, visto il rialzo dei tassi, non è in grado di pagare alla banca 100mila euro in 10 anni, sarà costretto a ricontrattare un pagamento, più alto, magari di 120mila euro, ad esempio in 15 anni. Non solo: sfruttando le difficoltà di questa fase storica, le banche potrebbero proporre alle famiglie in difficoltà di rinegoziare i mutui a tassi variabili (attualmente alti) a mutui a tassi fissi ancora più alti. Una rinegoziazione che, di certo, non allevierebbe le sofferenze dei debitori, che a quel punto sarebbero cornuti e mazziati: dopo aver pagato un anno di rate alte, bloccherebbero le future rate su livelli ancora più alti.

In conclusione, l’aumento dei tassi risulta tutt’altro che una scelta di carattere tecnico: così facendo, la BCE si schiera a tutela delle rendite finanziarie e contro il potere d’acquisto dei salari. Dietro al totem della stabilità dei prezzi e della lotta all’inflazione, si cela tutto il ruolo politico svolto dalla banca centrale nella lotta per la spartizione del prodotto.

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