I giorni difficili di Zelensky e la resa del Battaglione Azov: ora può rivestire i panni del politico

I giorni difficili di Zelensky e la resa del Battaglione Azov: ora può rivestire i panni del politico

18 Maggio 2022 0 Di Luna Rossa

 

di Andrea Nicastro

L’ordine al Battaglione Azov di arrendersi è un colpo alla leggenda delle virtù marziali degli ucraini. Ma è anche un richiamo alla necessità di politica e diplomazia

«Un giorno difficile» dice il presidente Zelensky nel video per l’uscita dei suoi soldati dalla trappola di Mariupol. Eppure, è il giorno in cui esseri stremati, amputati, affamati lasciano i bunker e tornano umani, riconquistano la speranza di un destino diverso. Certo, dal punto di vista militare è «un giorno difficile» perché Mariupol cade. Il corridoio tra Russa e Crimea è completo e permette a Mosca di mantenere il suo status di superpotenza. Su quella lingua di terra, potranno viaggiare testate nucleari fino al porto di Sebastopoli e finire nei sottomarini che garantiscono la reazione atomica contro qualunque aggressore. Militarmente, Mariupol è una preda indispensabile per le ambizioni russe, ma allo stesso tempo un’amputazione dolorosa per l’Ucraina. Inaccettabile, nelle dichiarazioni pre-trattativa.

Per il presidente Zelensky il giorno è «difficile» perché il suo ordine ai resistenti di Mariupol di cessare i combattimenti è anche un colpo alla leggenda del patriottismo ucraino. Gli eroi dell’Azovstal sono serviti non solo ad impegnare truppe russe o a dare tempo alle armi occidentali di arrivare, ma anche a tenere alto il morale del resto dell’esercito. Per due mesi e mezzo il Battaglione Azov e i fanti di marina hanno combattuto mettendosi in trappola da soli. Se resistevano gli eroi di Mariupol, circondati, senz’acqua, viveri, elettricità, sotto il martellamento quotidiano di 120 raid aerei, un migliaio di granate da mortaio e proiettili d’artiglieria, qualsiasi altra città ucraina aveva il dovere di non cedere. I soldati dell’Azovstal hanno dato l’esempio, l’intero Paese li ha seguiti. La tenacia delle forze ucraine è nata forse tanto a Mariupol quanto nei videomessaggi del presidente che non fuggiva quando persino l’intelligence americana glielo suggeriva.

Ma il «giorno difficile» potrebbe diventare un momento di svolta positivo in tanti dei dossier aperti. Se anche gli ultimi militari uscissero dalla città-porto, Zelensky non avrebbe più concorrenti nell’incarnazione del mito di resistenza nazionale. Il comandante del Battaglione Azov, lo statuario Denis Prokopenko, era l’unico a competere in popolarità nei suoi videomessaggi con quelli del presidente. Grazie al sistema di trasmissione satellitare di Elon Musk, il Maggiore Prokopenko si mostrava con le stigma del martire e ispirava obbedienza. In un ambiente post-apocalittico, velatamente sfidò la stessa autorità presidenziale. «Non posso credere che in tutta l’Ucraina non si trovino volontari e mezzi per rompere l’assedio», arrivò a dire il comandante del Battaglione Azov.

«Lasciatemi insistere — dice ora Zelensky — l’Ucraina ha bisogno dei suoi eroi vivi». Per questo «un’operazione militare per salvare i difensori di Mariupol era stata iniziata dalle nostre forze armate e dai servizi segreti», ma qualcosa, evidentemente, non ha permesso di completarla. Ed è rimasta solo la resa.

Le voci di blitz in elicottero, di barchini a zigzag tra le mine del Mar d’Azov fanno parte della leggenda di questo assedio e del prestigio del presidente come comandante in capo. L’«evacuazione», come gli ucraini preferiscono chiamare la resa, invece, è il momento in cui Prokopenko fa il Garibaldi. Smagrito, sporco, l’eroico combattente pronuncia il suo «obbedisco» alla sconfitta «per salvare vite».

Per il momento il protagonismo bellicoso del Battaglione Azov si azzera e lascia l’intera scena a Zelensky. «Il lavoro per riportare i nostri ragazzi a casa continua. Richiede tempo e discrezione». Abbiate fiducia, seguitemi dice il comandante in capo rivestendo i panni del politico.

Il messaggio di Zelensky può anche essere interpretato come un richiamo al fatto che coraggio e virtù marziali non bastano, neppure in un assedio. Che contano anche la diplomazia e la politica. Se è vero per gli eroi dell’Azovstal, potrebbe diventarlo anche per il resto dell’Ucraina. Con Mosca sazia col boccone di Mariupol, il tavolo della pace è più vicino. Zelensky tratta con gli invasori per salvare i «suoi ragazzi».

Pensando al film Il grande dittatore, nel video inviato al Festival di Cannes, Zelensky dice che «serve un nuovo Chaplin» per svelare l’imbroglio del potere. Ciò che è stato «preso al popolo sarà restituito al popolo». Magari non subito però e, nel frattempo, è bene salvare vite umane.

18 maggio 2022 (modifica il 18 maggio 2022 | 09:09)

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