Il prigioniero politico Julian Assange finisce in «Camera caritatis» | il manifesto

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6 Dicembre 2021 0 Di Luna Rossa
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È attualmente detenuto nel Regno Unito ed è a forte rischio di estradizione negli Stati Uniti, con conseguenze fisiche e morali che non è difficile prevedere

Gian Giacomo Migone

La Camera dei Deputati ha respinto, con 225 voti contrari, 22 favorevoli e 137 astenuti, una risoluzione presentata dal gruppo di Alternativa (fuorusciti dal M5S in occasione della costituzione del governo Draghi), prima firma Pino Cabras, vice presidente della Commissione Esteri, che impegnava il governo italiano a intervenire per la tutela di Julian Assange, attualmente prigioniero politico nel Regno Unito e a forte rischio di estradizione negli Stati Uniti, con conseguenze fisiche e morali che non è difficile prevedere.

Se risulta scontata l’opposizione di Forza Italia – il suo portavoce di politica estera, Valentino Valentini, ha denunciato il fondatore di Wikileaks quale autore di «un atto di sabotaggio sistemico» – e della Lega, come anche il parere contrario del governo Draghi, risulta lesivo di ogni elementare diritto umano e di diritto democratico alla conoscenza di atti governativi il voto negativo compatto dei deputati del Pd e, a dir poco, contradditorio, quello di astensione da parte dei loro colleghi del M5S e di LeU che pur continuano a dichiararsi solidali con Assange.
Sgombriamo, innanzitutto, il campo da una pur colpevole ignoranza da parte di parlamentari della materia in oggetto, anche se, forse, relativamente poco interessante perché non attinente alla durata della legislatura.

Assange e, successivamente, Frank Snowden, con l’aiuto di Chelsea Manning – più recentemente, proprio pochi mesi Daniel Hale, il giovane esperto di guerra dei droni che ne ha rivelato l’uso criminale nella guerra afghana ed è stato condannato da una Corte militare a 4 anni di carcere – , sono stati i protagonisti di una grande operazione di trasparenza democratica, rivelando la documentazione, abusivamente secretata dal governo degli Stati Uniti, che ha messo a disposizione del pubblico fatti occultati riguardo alle guerre condotte, in alleanza con la Nato, Italia compresa, in Afghanistan, Iraq e Libia, con esiti tragici ancora in atto.

Sulla scia della pubblicazione dei Pentagon Papers, ad opera di Daniel Ellsberg, che in tempi lontani contribuirono in maniera importante a segnare la fine della guerra contro il Vietnam, la nuova documentazione è stata messa a disposizione di un più vasto pubblico, per opera di alcune delle più importanti testate mediatiche internazionali, anche se quelle italiane, con poche eccezioni virtuose, rimasero cospicuamente silenti.

In questi, come in altri casi, hanno rotto questo silenzio, oltre che le forze politiche oggi astenute, alcune testimonianze importanti quali quelle generate dalle iniziative di una commissione del Senato presieduta dal senatore Giovanni Marilotti (anch’egli ex M5S, ora indipendente nel gruppo Pd) e dall’opera d’inchiesta giornalistica di Stefania Maurizi, culminata con la pubblicazione di un libro dedicato al caso Assange (cfr. “Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks”, Chiarelettere, 2021); che, in maniera serena e documentata, tra l’altro ricostruisce il non luogo a procedere, da parte della magistratura svedese, per una accusa di stupro, accertata come non sussistente che, in una fase precedente, avrebbe potuto determinare l’estradizione di Assange, agognata dalle autorità di Washington.

Sicuramente più diffusa, alla Camera dei Deputati, anche tra le forze di centro sinistra, è la perdurante «ibidine di servilismo» nei confronti degli Stati Uniti, per usare una definizione coniata, all’epoca della Costituente, da Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del consiglio, liberale. Un fenomeno, o atteggiamento, che si ripropone puntualmente ogni volta che si affaccia anche lontanamente una possibile divergenza di orientamento politico con il pur declinante alleato di Washington.

In questo caso vi è di più. Il caso Assange mette in gioco il diritto democratico dei cittadini alla conoscenza delle scelte di governo e le motivazioni che lo accompagnano. I paladini della Ragion di stato, che a parole si dichiarano favorevoli ad ogni possibile trasparenza, lo temono quale pericoloso precedente. Ad esempio, quale seguito intende dare Mario Draghi ai suoi impegni di accesso ad atti del passato, tuttora politicamente rilevanti, anche recentemente invocati dal presidente Mattarella?

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