Primo, non licenziare | Left

Primo, non licenziare | Left

21 Luglio 2021 0 Di Luna Rossa

di Roberto Musacchio

Di fronte alle proteste degli operai della Whirlpool e della Gkn contro gli ennesimi licenziamenti collettivi, occorre ribadire che è solo la piena occupazione la premessa per una buona società. Questo deve essere al centro della politica per la Next Generation Eu

Secondo i dati Eurostat l’Italia ha avuto nel 2020 uno dei cali più forti in Europa del monte salari, pari al 7,47%, per 39,2 miliardi. Si è scesi da 525,732 miliardi nel 2019 a 486,459 miliardi. La Francia nello stesso anno ha perso 32 miliardi, che sono però il 3,4 in meno di un monte salari ben più ampio di quello italiano. In Francia si è scesi da 930 a 898. Ancora più ridotta la perdita in Germania: “solo” 13 miliardi su oltre 1500, con un meno 0,87%. In Italia per altro la fascia dei lavoratori tra i 30 e i 49 anni è pagata meno della media. E i giovani sono stati i più espulsi dal mondo del lavoro. Dunque le minori tutele, fortemente e trasversalmente imposte in questi anni, rispetto a quelle che ancora “aiutano” i più grandi non hanno determinato più lavoro ma più espulsioni e meno salario. Facile immaginare che ora si voglia riprendere a colpire i più tutelati “usando” la transizione per ristrutturare e arrivare a sostituirli con lavoratori meno tutelati. Togliere le persone per togliere le tutele. A vedere quanti sms per licenziamenti collettivi per ristrutturazione stanno partendo, questa è ancora una volta una questione cruciale per decidere da che parte si va.

“Se posso licenziare vuol dire che comando. Se comando, posso licenziare”. Nel decalogo della «lotta di classe rovesciata» come l’ha battezzata Luciano Gallino, questo motto sta sicuramente ai primi posti. Non a caso Thatcher e Reagan iniziarono così a ristabilire l’ordine. Thatcher piegò i minatori che si ostinavano a non farsi rottamare. In ballo c’era anche allora una “transizione ecologica”, dal carbone inquinante. Ma, soprattutto, il potere sindacale che per la teorica della «società non esiste, esistono individui (e imprese)» andava smantellato. Valeva anche per i controllori di volo in sciopero licenziati da Reagan che non erano obsoleti (e di limitare gli inquinantissimi aerei non si parlava e non si parla proprio) ma non si piegavano. Per stare da noi, in Italia, i 40mila licenziati alla Fiat di inizio anni 80 servivano a ristabilire precisamente il comando e a liberarsi di troppi operai indocili.

Se veniamo ad oggi troviamo i licenziati via sms e per ragioni di ristrutturazione, il foglio di via al sindacalista che organizza picchetti e chi al picchetto ci muore. A dire che questa durezza tornata in auge con la restaurazione di 40 anni fa è poi rimasta. Naturalmente ci vogliono anche delle forme e delle “spieghe” che rendano motivabile che ci si trovi licenziati dopo la pandemia, che è ancora in corso, e la barca di soldi che va alle imprese. Eccola la “distruzione creatrice” o, meglio, la “transizione”, parola divenuta religiosa. “Tu ti devi sacrificare perché dal tuo sacrificio viene il futuro. E noi ti sacrifichiamo”. E cosa più della transizione ecologica, e digitale, vale il sacrificio? Ma è proprio così? Sbandierata come novità assoluta, la transizione ecologica in realtà riempie la “pianificazione” europea da più di un decennio. E sì, perché anche la Ue procede per piani, invece che quinquennali, decennali. Il millennio si aprì con la Strategia di Lisbona. Dal 2010 prende il via Europa 2020. Ora c’è Next generation Eu. Se si vanno a rileggere gli obiettivi molto dettagliati di Europa 2020 si trova che già allora il cuore, o meglio il core business, per stare alla “natura” della pianificazione europea che è il mercato, si trova contato alle unità di posti di lavoro “verdi” che dovevano sostituire quelli bruciati perché “vecchi”. Risultati?

Chi legge Left li conosce perché ne abbiamo scritto. In realtà i rendiconti della Ue assomigliano a quelli dei comitati centrali del vecchio socialismo reale in cui tutto torna tranne la realtà. Pure nelle carte che si pubblicano in Europa, e che Left riferisce, si documenta che nel 2018, a dieci anni dalla crisi finanziaria che ha visto la Ue spendere migliaia di miliardi di euro per salvare banche indebitando gli Stati e poi colpendoli con l’austerità, e a otto dal progetto Europa 2020, la condizione del lavoro in Europa era peggiorata da tutti i punti di vista. Solo la Germania aveva recuperato le ore lavorate prima della crisi ma con lavoro più precario. L’Italia restava sotto di miliardi di ore con un aumento massiccio dei contratti a termine ed una esasperazione di tutte le distorsioni del lavoro. Bassissimo tasso di occupazione. Discriminazione verso donne, giovani e Sud. Lavoro precario e nero insieme. Lavoro pubblico sotto la media europea e percentualmente la metà di quello svedese, con occupati anziani e mal pagati. Altissima percentuale di scoraggiati che non lavorano, non studiano e non cercano un’occupazione. Ma il quadro europeo è tutto negativo. Le disuguaglianze tra Paesi, aree, generazioni, sessi sono cresciute. Il salario medio va dagli oltre 4mila euro della Danimarca a poco più di 400 euro della Bulgaria, alla faccia della armonizzazione.

Qualcuno si degna di spiegare perché? Eppure sarebbe indispensabile prima di fare il bis con Next generation, riempiendo le casse di multinazionali che già hanno fatto profitti enormi facendoci convivere con la pandemia (Big pharma, imprese high tech) e lasciandole libere di licenziare per continuare a ristrutturarsi.
Le spiegazioni arrivano sotto forma di bollettini di vittoria del comitato centrale, pardon della Commissione europea che dice che nuovi passi avanti sono stati fatti verso la società più innovativa, competitiva, ecologica ecc. Questo è il mantra che comincia da Maastricht. Scrivere, come dicevano Thatcher e Reagan, che esistono solo individui e imprese era troppo viste le Costituzioni europee fondate sul lavoro. Ecco che viene fuori la “economia sociale di mercato” per essere i più competitivi ecc. Solo che il sociale è puramente di servizio al vero soggetto che è il mercato e ai suoi interpreti che sono le imprese. A completare il catechismo neoliberale di Maastricht il commercio e la finanza. Basta vedere come la Ue si è comportata a proposito dei vaccini, ossequiando brevetti e borsa, per vedere a che punto si è arrivati.

Al punto che l’impresa comanda, profitta e licenzia, il lavoro obbedisce.
In realtà si sono rovesciate le fondamenta della Europa sociale che veniva dal disastro delle guerre mondiali. Cioè l’idea della piena occupazione come diritto e premessa e non come ipotetica risultante delle magnifiche sorti e progressive del mercato. Che non ci sono. La piena occupazione era il punto di contatto anche con il socialismo. Poi quello reale l’ha affidata al produttivismo burocratico. Ma l’attuale Europa reale l’ha abbandonata consegnando al mercato il dominio sulla impiegabilità delle persone. Con gli esiti nefasti che viviamo.

Allora, che fare? La lotta contro la “libertà” di licenziare è oggi quella che decide veramente il segno della Next generation della Europa. E può vincere se ripropone il punto fondante della modernità e cioè il lavoro come diritto, libero e per tutti. La piena occupazione come premessa e condizione di una buona società. Così andrebbe scritto un vero Next generation per un futuro diverso: “Nessuno deve essere licenziato e a tutti va garantito il lavoro”. Sono talmente tante le cose che servono, come ha mostrato la pandemia, che un tale proposito è la cosa più concreta da fare.

Sorgente: Primo, non licenziare | Left

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