‘Mussolini, pfui’: undici punti che mostrano ciò di cui il Duce non è stato capace – Il Fatto Quotidiano

‘Mussolini, pfui’: undici punti che mostrano ciò di cui il Duce non è stato capace – Il Fatto Quotidiano

5 Maggio 2021 0 Di marco zinno

‘Mussolini, pfui’: undici punti che mostrano ciò di cui il Duce non è stato capace
Con Franco Sircana, amico fin dal liceo, storico militante radicale, parlavamo spesso di scrivere un libro che avremmo intitolato “Mussolini, pfui”, per dimostrare che il Duce non è stato capace, in venti anni di potere assoluto, di fare dell’Italia un paese più ricco e più moderno: un giudizio che a noi appariva ovvio, ma che non è condiviso da tutti gli italiani. Purtroppo Franco è venuto a mancare prematuramente e solo ora provo a buttar giù qualche considerazione sull’argomento, sollecitato anche dalla lettura di un recente libro di Francesco Filippi (Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo), dal quale attingo molte delle notizie che seguono.

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L’economia. Una delle “avventure” del Duce in economia si chiamò “Quota Novanta”, una operazione volta a fissare il cambio fra la moneta italiana e quella inglese a 90 lire per ogni sterlina. Per rafforzare la lira, il Duce dovette imporre il taglio delle retribuzioni di quasi tutte le categorie di lavoratori salariati, il che portò il paese alla stagnazione economica, legata alla contrazione dei consumi. Questo intervento, dunque, rese i lavoratori italiani non più ricchi ma più poveri, riducendo la loro capacità di spesa di circa il 15%. Una seconda avventura fu quella della “autarchia” (produrre tutto ciò di cui il Paese ha bisogno all’interno dei confini nazionali). Simbolo di questa fallimentare operazione fu la “battaglia del grano”, con le famose immagini dei Duce a petto nudo che falcia quantità inverosimili di grano.

Italiani più ricchi? Una falsità della propaganda fascista. In realtà, nel Ventennio la maggioranza dei lavoratori vide ridursi stipendi e salari. Naturalmente, la situazione si aggravò per la “crisi del ’29”, la più tremenda crisi mondiale del secolo, che colpì soprattutto i lavoratori, i cui salari reali vennero congelati e solo dieci anni dopo tornarono al livello del 1929.

La condizione delle donne. Per il fascismo il solo ruolo utile delle donne era quello di “fattrici”, che donassero nuovi figli alla Patria. Le donne furono colpite sul fronte economico, espulse dal mondo del lavoro, e su quello dell’istruzione (al massimo, potevano essere “maestre giardiniere”). Nel 1925 fu riconosciuto loro il diritto di voto, ma solo con paletti molto stretti. Insomma, il trionfo del maschilismo. Ma il risultato più paradossale delle “campagne demografiche” del Duce fu che il tasso di fertilità degli italiani si contrasse dai 30,54 bambini nati ogni mille abitanti nel 1921 ai 22,40 registrati nel 1936.

Le pensioni. Sbaglia anche chi afferma che fu il fascismo a introdurre le pensioni, perché una prima forma di garanzie pensionistiche fu introdotta – per impiegati pubblici e militari – dal governo Crispi nel 1895. Seguirono altre misure, così che nel 1919 tutti i lavoratori italiani avevano già diritto alla pensione.

Lo Stato corporativo. Nel 1926 un insieme di norme (“Disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro”) vietava lo sciopero e la serrata ponendo sotto controllo anche i datori di lavoro, ponendo le basi per lo “Stato corporativo”.

Le bonifiche. In gran parte falso anche il mito delle “bonifiche”. L’obiettivo del fascismo – recuperare 8 milioni di ettari di nuove terre – fu mancato clamorosamente, riducendosi a 4 milioni, di cui 2 in gran parte recuperati già dai governi precedenti. Anche il contenimento della malaria (quasi 250mila casi nel 1922) iniziò veramente dopo il 1935 e la malaria fu sconfitta solo dopo la guerra, grazie anche al DDT portato dagli americani.

L’edilizia. Dal punto di vista urbanistico, il fascismo fece poco per l’edilizia popolare, privilegiando progetti che avessero un impatto di propaganda: spesso discussi come lo sventramento del quartiere di Borgo a Roma, ma a volte pregevoli, come l’Università “La Sapienza” e l’Ospedale Forlanini a Roma. In cambio, la partecipazione alla Seconda guerra mondiale portò a distruggere due milioni di vani abitativi e danneggiarne gravemente un altro milione.

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