Lancet: «Il declino dell’Homo sapiens sta per cominciare» 

Lancet: «Il declino dell’Homo sapiens sta per cominciare» 

15 Luglio 2020 0 Di Luna Rossa

 

Andrea Capocci

Dopo il calo della popolazione italiana segnalato dall’Istat per il 2019, una ricerca internazionale pubblicata dalla rivista The Lancet descrive la rivoluzione demografica che ci attende da qui alla fine del secolo. Secondo lo studio realizzato dai ricercatori dell’università di Seattle guidati da Christopher Murray, siamo davvero alla vigilia di mutamenti epocali. Un dato per tutti: poco dopo la metà del secolo, la popolazione mondiale raggiungerà un picco vicino ai dieci miliardi.

POI, PER LA PRIMA VOLTA dalla comparsa dell’Homo sapiens sulla Terra, inizierà a declinare, scendendo al di sotto dei nove miliardi nel 2100. Previsioni su un periodo così lungo devono essere prese con una certa cautela. Basta che il tasso di fecondità aumenti di 0,1 per avere 500 milioni di esseri umani in più a fine secolo. Perciò le previsioni dei ricercatori prevedono ampi margini di incertezza e dovranno necessariamente essere aggiornate negli anni a venire.

MA SU UN’IPOTESI convergono un po’ tutti i demografi: il numero di figli per donna è destinato a diminuire un po’ ovunque nel mondo. Secondo lo studio di Lancet, su scala globale scenderà dagli attuali 2,37 figli per donna a 1,66 a fine secolo, dunque al di sotto della soglia necessaria a mantenere una popolazione costante fissata a 2,1. I ricercatori prevedono infatti che la diffusione di livelli educativi più elevati e delle tecniche di contraccezione continueranno ad alimentare il calo della fecondità. Il calo sarà compensato solo in parte dall’aumento dell’aspettativa di vita, che si avvicinerà agli 80 anni a livello globale.

TRATTANDOSI DI MEDIE, tuttavia, questi valori nascondono le situazioni variegate che si presenteranno nei singoli paesi. Cina e India, i paesi attualmente più popolosi con circa 1,4 miliardi di abitanti ciascuno, vedranno calare notevolmente la loro popolazione: a fine secolo in Cina abiteranno poco più di 700 milioni di persone, mentre la popolazione indiana supererà di poco il miliardo di abitanti.

TRA I PAESI IN PICCHIATA demografica i ricercatori vedono il Giappone, che oggi ha 128 milioni di abitanti e nel 2100 ne avrà meno di 60. In altri paesi la popolazione invece crescerà notevolmente: spicca tra tutti la Nigeria, che secondo le proiezioni quadruplicherà la popolazione in poco più di ottant’anni dagli attuali duecento a quasi ottocento milioni di abitanti. Nel complesso, nell’Africa sub-sahariana vivranno circa 3 miliardi di persone.

E L’ITALIA? IN ACCORDO con l’Istat, anche secondo gli autori dello studio è uno dei 23 paesi che da qui al 2100 vedrà la propria popolazione dimezzarsi, scendendo a 30 milioni di abitanti dai 61 attuali (massimo storico). Simile la traiettoria spagnola, che passerà dai 46 milioni attuali a 23. In crescita, seppur di poco, quelle di Francia, da 65 a 67 milioni da qui al 2100 e Regno Unito, da 67 a 71 milioni. Diminuirà anche la popolazione tedesca, da 83 a 66 milioni.

IL DECLINO DEMOGRAFICO avrà enormi ripercussioni sull’economia. Italia e Spagna, oggi rispettivamente nona e tredicesima economie del mondo per prodotto interno lordo, scenderanno al venticinquesimo e al ventottesimo posto.

«IL DECLINO DELLA POPOLAZIONE è potenzialmente una buona notizia per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e per la pressione sul sistema agroalimentare», dice Stein Emil Vollset, primo autore della ricerca. «Ma con più persone anziane e meno giovani, emergeranno nuove sfide economiche per società che dovranno conciliare la crescita con un numero inferiore di lavoratori e contribuenti, e ridotte capacità per generare la ricchezza necessaria a finanziare l’assistenza sociale e sanitaria per le popolazioni anziane».

TRA LE SOLUZIONI PIÙ immediate per affrontare i problemi che affioreranno nel corso del secolo, i ricercatori suggeriscono ai paesi ad alto reddito di adottare politiche di maggiore apertura nei confronti dell’immigrazione. «Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti hanno seguito questo approccio negli ultimi 30 anni» scrivono gli autori. «Se queste strategie in materia di immigrazione continueranno, le nostre proiezioni mostrano una sostenuta crescita della popolazione e un allargamento della forza lavoro, con una concomitante crescita economica».

ALL’OPPOSTO, C’È IL RISCHIO che per reagire al calo demografico si adottino politiche regressive, per esempio sul terreno del diritto all’interruzione di gravidanza. «Esiste il pericolo reale che di fronte al declino della popolazione alcuni paesi adottino politiche che restringono l’accesso ai servizi sanitari per la riproduzione, con conseguenze potenzialmente devastanti» dice il coordinatore della ricerca Christopher Murray. «È fondamentale che la libertà e i diritti delle donne siano in cima all’agenda di sviluppo di ogni governo».

Sorgente: ilmanifesto.it

 

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