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Antibiotici, ecco perché non ci curano più. Quali rischi corriamo?

 

Le infezioni non ci hanno mai preoccupato troppo, perché c’era sempre un antibiotico che le curava. Poi l’industria farmaceutica ha fermato la ricerca perché costava troppo: dall’elaborazione di una nuova molecola alla sperimentazione sull’uomo ci vogliono dieci anni e 1 miliardo di euro, con un ritorno di uno a 100 rispetto ad altri farmaci. Dal 2017 a oggi sono stati approvati solo due nuovi antibiotici considerati innovativi.

Parallelamente sono cresciute in tutto il mondo le infezioni che gli antibiotici in uso non riescono più a curare. E in Europa l’Italia è il Paese messo peggio. l’Escherichia coli, che è la causa più comune di infezione della vescica nelle donne, è resistente all’antibiotico nel 14,6% dei casi contro il 5,3% Ue; la Klebsiella pneumoniae, responsabile di polmoniti e infezioni alle vie urinarie, nel 29,7% contro il 18,6% Ue; e lo Staphylococcus aureus, causa di infezioni cutanee – ma che può spostarsi attraverso il sangue (batteriemia) e infettare qualunque parte del corpo, in particolare le valvole cardiache (endocardite) e le ossa (osteomielite) – nel 34,1% conto il 16,8% Ue.
Le cause

È quella che tecnicamente viene definita antibiotico-resistenza. Le cause principali sono tre: 1) ne assumiamo troppi, anche autoprescritti e in modo non appropriato; 2) vengono somministrati in quantità eccessiva negli ospedali a causa di una alta diffusione delle infezioni; 3) l’utilizzo su larga scala negli allevamenti intensivi, i cui residui entrano nella catena alimentare. Il consumo di antibiotici in Italia è di 21,4 dosi al giorno per 1000 abitanti, superiore alla media europea di 20,1.

Dal rapporto Aifa: il 75% viene acquistato in farmacia su prescrizione dei medici di base e dei pediatri. Il 9% è utilizzato negli ospedali. Il 16% viene acquistato privatamente e nel 30% dei casi è inutile – e quindi dannoso – soprattutto per le infezioni acute delle vie respiratorie, dove 8 volte su 10 sono di origine virale, e per le cistiti, per le quali gli antibiotici andrebbero impiegati solo quando il trattamento di prima linea dovesse risultare inefficace o dovessero sussistere motivi che non ne consentono l’impiego. L’uso più elevato avviene dopo i 75 anni ma anche nei primi quattro anni di vita. Il 40,8% della popolazione pediatrica (0-13 anni) riceve almeno una prescrizione per 2,6 confezioni in media. Nel primo anno di vita nel 2018 è stato raccomandato un antibiotico a un bambino su due.
Come ci si infetta in ospedale

Per quel che riguarda gli ospedali, dal rapporto Esvac emerge che il consumo per uso sistemico (2,4 dosi giornaliere per 1000 abitanti) è tra i più alti di tutti gli Stati membri e più del doppio del consumo medio Ue (1 dose giornaliera). L’8% dei pazienti contraggono un’infezione durante il ricovero, cioè 500 mila ogni anno. Le infezioni più comuni: respiratorie 24%, batteriemie 18%, urinarie 18%, da ferita chirurgica 14%. Peggio di noi c’è solo l’Islanda. Le cause sono dovute a una scarsa formazione del personale e al non adeguato rispetto dei protocolli d’igiene. Se per comodità il paziente viene cateterizzato due giorni invece delle poche ore necessarie, è certo che svilupperà una infezione, che a sua volta, sempre per comodità, sarà curata con un potente antibiotico a largo spettro. Negli ospedali ci si contagia spesso anche con i batteri portati da altri pazienti e che vengono diffusi da medici e infermieri passando di fretta da una stanza all’altra senza lavarsi le mani o cambiare i guanti. Il livello di igiene è misurabile attraverso il consumo di disinfettante: in Italia la media è di 15 ml per paziente al giorno, mediana 9 ml per paziente al giorno, al di sotto del minimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (20) ml per paziente al giorno. Risultato: infezioni ospedaliere da germi multiresistenti in Europa ogni anno: 670.000 malati con 33 mila decessi; in Italia: 200.000 malati con 10 mila morti.

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Uso zootecnico: secondi in Europa

Contribuisce allo sviluppo di batteri resistenti anche tutto quello che, a nostra insaputa, entra nella catena alimentare attraverso l’utilizzo massiccio di antibiotici negli allevamenti intensivi. Per avere un’idea: l’Italia acquista ogni anno circa 1500 tonnellate di principio attivo antimicrobico, 500 sono per uso umano, e 1.067 per uso zootecnico, di cui il 60% è destinato agli allevamenti dei suini.

Non se la passano meglio i conigli: 2,5 mg di antibiotico ogni chilo di carne. Eppure siamo migliorati. Dopo dieci anni di pressioni da parte dell’Europa siamo passati dal primo posto, per mg venduti per animale, al secondo: ora in testa alla classifica c’è Cipro. I dati sono contenuti nell’ultimo report ESVAC dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco): le quantità in Italia superano di 4 volte la Francia e più di 3 la Germania.
L’acquisto online sfugge ai controlli

Negli ultimi due anni la situazione è migliorata nel pollame perché gli allevatori sono passati alla vaccinazione preventiva, ma quando la crescita del pollo non è considerata sufficiente si procede sempre a suon di antibiotici. Per tracciare i farmaci usati per ogni singolo animale (bovini, suini, ovini, polli, tacchini, conigli) da aprile 2019 è obbligatoria la ricetta elettronica. Una strada corretta per ridurne l’uso, ma dopo un anno dall’entrata in vigore del decreto a che punto siamo? Il ministero della Salute i dati non ce li ha forniti. I veterinari di diverse regioni dicono che troppi allevatori sfuggono ai controlli perché c’è ancora un mercato nero, ma soprattutto acquistano online. L’attività dei Nas negli ultimi 2 anni, su 8.000 verifiche, ha riscontrato 2.500 attività illecite e il sequestro di 24.341 confezioni non regolari di antibiotici, vaccini, cortisonici.

Batteri resistenti passano dall’animale all’uomo

Il problema è che negli animali, come nell’uomo, quando vengono somministrati troppi antibiotici si sviluppano batteri resistenti che possono rimanere sulla carne cruda ed essere trasmessi all’uomo, se non si lavano le mani dopo averla toccata per metterla in padella. Residui sono stati trovati nel latte. E alla fine i liquami di tutti gli allevamenti finiscono nell’ambiente, rendendo resistenti i germi del terreno su cui cresce il foraggio di cui poi si nutre l’animale; oltre a contaminare la verdura che finisce nel piatto. Motivo per cui è importante lavarla molto bene.

Il piano nazionale di contrasto

Il contrasto all’antibiotico resistenza nel nostro Paese ha una «priorità altissima» e per questo, nel 2017, è stato attivato un Piano Nazionale (Pncar). Le indicazioni: 1) assunzione di antibiotici dopo prescrizione, dosaggio e tempi corretti; 2) rigidi controlli negli allevamenti sul corretto utilizzo; 3) studio di nuove molecole; 4) screening per batteri multiresistenti ai pazienti critici al momento dell’ammissione in ospedale. Spendendo 1 milione di euro in test diagnostici si stima un risparmio in cure per 1 miliardo di euro. Ebbene, l’applicazione del Piano è partita a fine 2019, ma ed è subito rimasta bloccata per il Covid-19. Converrà riprenderla in fretta, anche perché l’ultimo rapporto dell’OMS parla chiaro: 700.000 morti nel mondo nel 2018. Ma è una stima al ribasso perché calcolata sui dati disponibili di 22 Paesi e prospetta, in assenza di interventi, 10 milioni di morti entro il 2050.

Siamo disponibili a cambiare modello?

Per cambiare passo bisognerà maturare una consapevolezza su quel che alla fine è più conveniente per tutti. Finché sarà consentito l’allevamento intensivo dove gli animali stanno ammassati uno all’altro, continueranno ad ammalarsi e contagiarsi e gli allevatori troveranno sempre il modo di riempirli di antibiotici. Pagandone loro per primi il prezzo, maneggiando ogni giorno molecole di ogni tipo. Nel biologico gli animali vivono in condizioni più naturali (distanziamento fisico), stanno meglio e quindi non hanno bisogno di tanti farmaci. Ma è possibile estendere il modello su larga scala solo se siamo disponibili a mangiare meno carne e a pagarla un po’ di più. Se negli ospedali un infermiere ha in carico troppi letti a cui badare, sarà difficile che riesca anche a seguire sempre i protocolli. Infine per i medici occorre rinunciare a prescrivere un bazooka per comodità, almeno là dove per uccidere un germe basterebbe la fionda.

Sorgente: Corriere della Sera

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