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Imputato Julian Assange: processo al giornalismo – Il Fatto Quotidiano

di Stefania Maurizi

Quando la fila inizia davanti ai cancelli della Woolwich Crown Court di Londra è ancora buio. Sono le 5.45 di mattina di lunedì 24 febbraio: alle 10, inizierà la prima udienza cruciale del processo di estradizione a Julian Assange. Il freddo gelido e la pioggia sottile non hanno dissuaso attivisti e gente comune, che si sono messi in fila con i pochi giornalisti già arrivati per conquistarsi un posto dentro la piccola aula della corte, dove si terrà il dibattimento per quattro giorni consecutivi. Passate da poco le 6, un team di Reporters Sans Frontières (Rsf) si unisce alla coda e per quattro giorni Rsf non mancherà mai. Sempre lì, al gelo per ore. Pochi minuti prima delle 10 siamo ammessi all’aula 2 della Woolwich Crown Court e il fondatore di WikiLeaks arriva scortato: si siede in un box dirimpetto al banco del giudice, Vanessa Baraitser. Alla sua destra c’è una guardia di colore e alla sua sinistra una di pelle bianca. Il box è alla spalle degli avvocati della difesa e dell’accusa, separato da loro da una spessa vetrata.

Ha un atteggiamento stoico, Julian Assange. Un volto impassibile, che non tradisce emozioni. Ma noi che, con altri giornalisti stranieri abbiamo lavorato dieci anni con lui come media partner, contribuendo a rivelare i documenti segreti di WikiLeaks fin dal 2010, sappiamo decifrare quel viso. La pelle, che il giorno dell’arresto, l’11 aprile scorso, era di colore bianco spettrale, oggi vira a un colore grigiastro. I media lo hanno spesso dipinto come un sorta di cattivo della saga di James Bond: un personaggio che proietta un’aura di mistero e minaccia. Ma chi lo conosce sa che sa ridere, essere affettuoso, autoironico. Oggi, però, è cupo, provato. Non sta bene, Julian Assange.

In aula, l’avvocato James Lewis che rappresenta gli Stati Uniti, e quindi l’accusa, cerca di convincere tutti che gli Usa non vogliono processare il giornalismo. Ma di fatto è la prima volta nella storia dell’America che un giornalista è stato incriminato con l’Espionage Act, una legge draconiana del 1917 pensata per punire le spie che passano informazioni segrete al nemico. Eppure Julian Assange non ha mai passato informazioni al nemico. Manco il governo americano lo accusa di tanto: ha pubblicato documenti segreti che rivelano crimini di guerra e torture. 91mila file segreti sulla guerra in Afghanistan, 391mila su quella in Iraq, 251.287 cablo della diplomazia Usa, 779 schede dei detenuti di Guantanamo. File che il New York Times, il Guardian, lo Spiegel e decine di altri grandi media nel mondo hanno rivelato in collaborazione con WikiLeaks. Chi scrive ha pubblicato quelle stesse informazioni per ben dieci anni senza mai subire un’incriminazione, un processo, una detenzione. Perché Julian Assange, dopo averli resi pubblici nel 2010, non ha mai più conosciuto la libertà?

In aula, Lewis argomenta che WikiLeaks ha messo a rischio fonti e informatori che hanno parlato con le truppe o con la diplomazia degli Stati Uniti nei teatri di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq o nei paesi autoritari come la Cina o l’Iran. Sono dieci anni che il governo americano continua a rilanciare questa accusa, senza mai portare una sola prova di danno concreto. Nel 2013, durante il processo a Chelsea Manning – la fonte di WikiLeaks per i documenti segreti per cui oggi Julian Assange è incriminato, rischia l’estradizione in Usa e una condanna a 175 anni di prigione – il capo della Task force del Pentagono incaricato di verificare i danni causati dalle pubblicazioni, Robert Carr, fu chiamato a testimoniare. Carr ammise di non aver trovato un solo esempio di vittima. Nessuno era morto o era stato anche solo ferito a causa di quelle rivelazioni. Sette anni dopo, il governo americano si è presentato in aula questa settimana senza un solo nome, un esempio specifico di danno effettivo. Nel corso dell’udienza l’avvocato dell’accusa ha argomentato che “gli Stati Uniti sono a conoscenza di fonti, i cui nomi non redatti o la cui descrizione era contenuta nei documenti pubblicati da WikiLeaks, che sono successivamente spariti, sebbene gli Stati Uniti non possano dimostrare a questo punto che la loro scomparsa sia il risultato delle pubblicazioni di WikiLeaks”. Se non possono dimostrarlo, perché citarlo davanti a un giudice? E possibile che, se ci fossero state delle vittime, i loro nomi non sarebbero emersi in dieci anni, nonostante tutti i tentativi del governo Usa?

La difesa di Julian Assange, costituita da un nutrito gruppo di avvocati di alto profilo – come Gareth Peirce, una delle più grandi legali inglesi, esperta di diritti umani, il cui lavoro è raccontato nel film Nel nome del padre, il giudice spagnolo Baltasar Garzon, che negli anni ‘90 cercò di arrestare ed estradare il dittatore cileno Augusto Pinochet, mentre era in visita a Londra, Edward Fitzgerald e Jennifer Robinson dello studio legale londinese Doughty Street Chambers e Mark Summers – si preparano a chiamare a testimoniare anche i giornalisti che hanno lavorato sui documenti segreti, per ricostruire come WikiLeaks chiese a tutti di contribuire alla redazione dei documenti, se contenevano nomi di fonti a rischio.

Nel processo di estradizione gli Stati Uniti non agiscono direttamente, ma attraverso la pubblica accusa inglese: il Crown Prosecution Service (Cps). Chi scrive ha passato gli ultimi cinque anni a cercare di ottenere i documenti del Crown Prosecution Service sul caso Julian Assange attraverso il Freedom of Information Act (Foia), citando in giudizio le autorità del Cps. Dopo cinque anni, stiamo ancora lottando in Tribunale a Londra, ma i materiali che abbiamo ottenuto finora lasciano emergere molti interrogativi. Il Crown Prosecution Service ha avuto un ruolo chiave anche nell’indagine svedese per stupro, che ha tenuto Julian Assange intrappolato a Londra fin dal 2010, sotto indagine preliminare per ben nove anni, senza che la magistratura svedese si decidesse a rinviarlo a giudizio per processarlo oppure a scagionarlo una volta per tutte. L’inchiesta svedese è stata archiviata in modo definitivo solo nel novembre 2019, dopo che ormai Julian Assange era stato arrestato dagli inglesi per cercare di estradarlo in America, su ordine degli Usa, per le pubblicazioni di WikiLeaks.

I documenti che abbiamo ottenuto con il Foia forniscono la prova che sono state le autorità inglesi del Crown Prosecution Service a contribuire a creare la paralisi giudiziaria e diplomatica che ha caratterizzato il caso svedese. I materiali rivelano che nel 2011 le autorità inglesi del Cps scrissero ai magistrati svedesi: “Non pensiate che questa richiesta di estradizione sia gestita come tutte le altre”: che c’era di speciale in questo caso? E ancora: la documentazione lascia emergere che nel 2013, la Svezia considerò di chiudere l’indagine per stupro, ma le autorità inglesi del Cps non erano d’accordo e scrissero ai colleghi svedesi: “Non vi azzardate”. Non è chiaro che interesse speciale avessero le autorità inglesi in un caso di presunto stupro in Svezia. Quando abbiamo provato a cercare risposte a queste interrogativi, chiedendo tutta la documentazione completa, il Crown Prosecution Service ci ha risposto che avevano distrutto la corrispondenza, sebbene il caso giudiziario di Julian Assange fosse ancora in corso ed altamente controverso. Questa è l’agenzia del governo inglese che agisce nel procedimento di estradizione in Usa per conto del governo americano.

Il processo nell’aula della Woolwich Crown Court sembra condotto all’insegna del fair play, dopotutto l’Inghilterra è il Paese del fair play. Ma nel caso Assange, alcune delle azioni del governo inglese ricordano quelle di un paese fuorilegge. Per sette anni il Regno Unito ha negato un salvacondotto a Julian Assange per uscire dall’ambasciata dell’Ecuador e godersi il diritto di asilo in Ecuador, un diritto riconosciuto dalla legge internazionale. Quando nel 2015 le Nazioni Unite hanno stabilito che Inghilterra e Svezia lo detenevano arbitrariamente, Londra ha prima appellato la decisione e dopo aver perso l’appello ha semplicemente ignorato il responso dell’Onu, come un regime autoritario qualsiasi. Né hanno prodotto risultati le denunce autorevoli dell’Inviato Speciale dell’Onu contro la tortura, Nils Melzer.

Oggi, su richiesta degli Stati Uniti, il Regno Unito processa un giornalista, che ha rivelato crimini di guerra e torture, come un criminale della peggiore specie, rinchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce neanche a comunicare in modo riservato con i suoi avvocati. E la stampa inglese, che in questi ultimi dieci anni in cui Julian Assange è rimasto confinato prima in ambasciata e poi ora in prigione, non solo non ha fatto nulla per frenare i peggiori istinti del governo di Londra, ma continua a scrivere a malapena del caso.

Sorgente: Imputato Julian Assange: processo al giornalismo – Il Fatto Quotidiano

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