«Renzi passa da Blair a Macron, non si rialzerà dal referendum» | il manifesto

18 Settembre 2019 0 Di Luna Rossa

Intervista a Piero Ignazi. Il politologo con cui ha polemizzato ad agosto: scissione bizzarra sbagliata nei tempi. A sinistra non era «un intruso» perché ha vinto le primarie nelle regioni rosse. Il suo errore è stato al governo: le politiche contro il sindacato fatte con 20 anni di ritardo

Professor Piero Ignazi, Renzi se l’è presa proprio con lei. Oggi che lascia il Pd in qualche modo le sue critiche di questi anni al renzismo vanno a compimento.
Renzi si richiama ancora oggi a quello scontro dicendo: “Per certa sinistra i due Mattei sono uguali”. Non ha capito niente, ancora una volta. Continua con questo refrain vittimistico. In realtà io parlavo dell’uomo forte, che tanto attrae gli italiani. Per un certo tempo.

Renzi dice: «Una corrente culturale nella sinistra italiana per la quale io sono l’intruso». Ora possiamo dire che uscito Renzi, il Pd può tornare di sinistra?
No, è sbagliata la premessa di Renzi e la sua interpretazione. Uno che vince le prime Primarie contro Bersani in buona parte delle regioni rosse evidentemente non è percepito come un intruso. Era percepito come una risorsa, uno nuovo, giovane e dinamico che poteva cambiare le cose. Poi è chiaro che le politiche adottate al governo sono state percepite come ostili alla tradizione della sinistra, a partire dal rapporto con i sindacati. E questo è stato il suo limite. La sinistra – non la destra – che ha iniettato nel Pd era l’espressione italiana della sinistra modello “Terza Via”. Ma lo ha fatto con 20 anni di ritardo rispetto a Blair.

Il suo giudizio è quindi totalmente negativo?
No, Renzi ha avuto anche due grandi meriti: aver portato il Pd nel 2014 nell’alveo della sinistra europea e, da primo ministro di formazione cattolica, di essere stato fra i più laici nei rapporti con il Vaticano tanto da adottare – il suo merito maggiore – una notevole agenda di diritti civili, cosa che i suoi predecessori di razza comunista – proprio per questo – non erano riusciti a fare.

Si aspettava la scissione? E, soprattutto, se l’aspettava adesso?
No, pensavo che Renzi rimanesse, che avesse oramai valutato che fosse meglio restare nel Pd. Ha deciso di andarsene adesso perché questo gli consente di avere un gruppo parlamentare suo per poter costruire nel tempo – perché questo governo è nato essenzialmente perché duri – il suo nuovo partito. Pensavo non lo volesse più fare soprattutto dopo che il governo è stato infarcito di suoi fedeli.
Infatti, Renzi ora ha un partito suo e controlla buona parte dei gruppi parlamentari del Pd, a partire dal senato con Marcucci.
Sì, è una scissione un po’ bizzarra. L’unico precedente storico ovviamente è quello del 1964 quando il Psi entrò al governo e l’ala di Lelio Basso fondò il Psiup. A sinistra, contro un governo. In questo caso non è contro un governo. È la realizzazione di un obiettivo a lungo coltivato. Che avviene in un momento in cui è difficile da motivare. Esattamente come accadde con la scissione di Leu che nacque durante il congresso del Pd, il tempismo sembra mal scelto. Qual è lo scontro? L’insanabile conflitto? Perché Zingaretti ha messo in segreteria uno che si è opposto al referendum costituzionale? Fa sorridere o è rivelatore di un problema non risolto: quello della sconfitta al referendum costituzionale.

Il paragone con Leu è anche nelle previsioni del successo elettorale?
Non azzardo previsioni. È troppo presto, specie in questo momento politico.

L’obiettivo è un movimento alla Macron?
Secondo me sì. Può avere grande successo o diventare irrilevante.

La parabola del renzismo pare comunque calante.
Il renzismo è un fenomeno che si è esaurito già un anno fa. Un tentativo di rinnovamento però fatto con un armamentario valoriale e di politiche vecchio di 20 anni. E dunque mal riuscito.

Veniamo al Pd. In poco tempo Zingaretti, che ha cercato in tutti i modi di evitare la scissione, si è dovuto convincere a fare un governo che non voleva fare. Ora senza Renzi sarà costretto a coprirsi al centro o potrà rifare un partito di sinistra con Bersani e D’Alema?
Non è che un partito di sinistra lo si fa se dentro ci sono Bersani e D’Alema. Senza scomodare il famoso “Di’ qualcosa di sinistra”, le politiche blairiane sono cominciate molto prima di Renzi che gli ha solo dato una curvatura arrogante. Ora la scommessa di Zingaretti è quella del governo col M5s, una sfida tremenda: deve avere successo – come nessun governo ha avuto negli ultimi 20 anni – perché diversamente l’onda di Salvini tornerà ancora più forte.

Renzi rivendica un Pd con un leader all’americana, di impronta Veltroniana…
Per carità. Sono state infatuazioni di un momento che hanno prodotto gravi danni. Ricordano «Un americano a Roma», imitazioni posticce. Il problema del Pd è quello di una debolezza analitica a partire dall’unico statuto al mondo che riconosce pari dignità agli iscritti e agli elettori.

Sorgente: ilmanifesto.it

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