di Lorenzo Giarelli

Piazze rosse, urne verdi. Pietro Nenni forse spiegherebbe così il paradosso della Cgil: mentre il segretario Maurizio Landini lancia l’idea di uno sciopero generale contro il governo, una ricerca Ipsos mostra come alle elezioni europee quasi il 40% dei tesserati abbia votato per i gialloverdi, con un gradimento personale per Matteo Salvini pari al 44%. Numeri da un think tank di destra, più che da sindacato di sinistra.

Beninteso: di voto operaio alla Lega si parla ormai da decenni, ma la voragine tra la voce della segreteria e i dati delle urne è oggi amplificata da un contesto politico senza precedenti. A spiegarlo è Sergio Cofferati, che della Cgil è stato il leader dal 1994 al 2002: “Molti tesserati votavano già la Lega di Bossi, ma il fenomeno era circoscritto a Lombardia, Veneto e parte del Piemonte”. Poi è arrivata la svolta nazionalista di Salvini, anche tra gli iscritti. E così alle ultime europee il Pd è stato ancora il primo partito tra i tesserati Cgil, con il 44,8%, ma la Lega è salita al 18,5 dal 10% di un anno fa, tallonando il M5S al 19,9. Risultati che fanno il paio con gli indici di gradimento di Giuseppe Conte (58%), Luigi Di Maio (39) e del già citato Salvini (44). Giovedì scorso, ospite a Otto e mezzo, Landini ha glissato sull’argomento, rivendicando come la maggioranza degli iscritti sia ancora contro il governo. Chi gli è stato vicino in questi giorni giura che il segretario non ne fa una questione personale: “Più che chiedersi perché gli iscritti votino Lega – riferisce chi gli ha parlato– vorrebbe che ci si domandasse perché chi vota Lega è iscritto alla Cgil”. Una fuga in avanti per leggere i dati alla luce del pragmatismo: i lavoratori si iscrivono alla Cgil perché ritengono li rappresenti meglio sul lavoro e allo stesso modo votano gialloverde perché credono siano la miglior soluzione per il Paese. Ogni ideologia rimane fuori, contano rapporti di fiducia e il criterio dell’utile. Una spiegazione del genere se la dà anche Gianfranco Pasquino, politologo con un passato nella Sinistra Indipendente: “Salvini si è impadronito di due temi chiave per i tesserati: l’immigrazione, che viene descritta anche come una sfida occupazionale”. Tradotto: se la Lega assicura di proteggere i posti di lavoro dall’avanzata straniera, anche chi ha la tessera Cgil si sente più rassicurato. “L’altra questione è la sicurezza: probabilmente molti operai o pensionati iscritti ai sindacati sentono questa esigenza. Io non condivido le risposte che dà Salvini, ma almeno, a differenza della sinistra, alcune risposte le dà”.

Legittimo, a questo punto, obiettare che non ci sia alcun problema se gli iscritti a un sindacato – che comunque rivendica la propria autonomia dai partiti – simpatizzano per un leader lontano dall’area di riferimento della propria rappresentanza. Sergio Cofferati, per esempio, ricorda una certa ragion di Stato: “Nel ’94 contestammo in piazza la riforma delle pensioni di Berlusconi. Fu una protesta molto ampia, ma che ebbe la sua sostanza in Parlamento nella Lega, che ritirò la fiducia a Berlusconi e fece cadere il governo”.

Sullo stesso solco Mattia Forni, ricercatore Ipsos: “Il sindacato viene sempre più percepito come un fornitore di servizi, più che come un trasmettitore di valori o un contenitore politico. Per cui non c’è incoerenza, secondo i tesserati, a far parte della Cgil, aprezzandone l’aiuto sul lavoro, per quel che vediamo, e poi votare a destra”. Ma secondo Ivan Pedretti, segretario del Sindacato Pensionati Italiani Cgil, nella deriva verde dei lavoratori c’è invece un’anomalia: “Il tema per noi non è per chi votano gli iscritti, ma se i valori espressi da quella forza politica sono in contraddizione con quelli del sindacato. E la Lega spesso si contrappone alle idee di solidarietà, inclusione sociale, tolleranza, diritti delle donne che per noi sono fondamentali”. Che fare, allora, per invertire la tendenza? “Bisogna confrontarci con i lavoratori per riaffermare i nostri valori. Il sindacato deve tornare a essere un punto di riferimento nel territorio, costruendo relazioni sociali e aiutando la gente nel concreto”. E quindi una mano “per gli asili nido, il risanamento urbano, piattaforme logistiche per i più anziani (ascensori, scale mobili in città)” e tutta la fetta di welfare di cui può farsi carico un sindacato.

Qui è mancata la Cgil, secondo Pedretti, ma forse qui stanno anche le colpe dei partiti di sinistra, che “dovrebbero sentirsi addosso questa responsabilità – Cofferati dixit – perché se un lavoratore Cgil oggi vota Lega vuol dire che non vede nel Pd ipotesi di soluzioni ai suoi problemi”. E questa, oltre che un tema di identità, può essere una questione elettorale: “I dem devono preoccuparsi – sostiene Pasquino – perché se perde quel bacino di voti diventa difficile uscire da quel 20-22%. Ma deve smetterla di dire soltanto che non va bene quel che fa Salvini, limitandosi a demonizzare la destra”.