Sempre più giovani all’estero: «Cercano la meritocrazia che non c’è in Italia»

25 Gennaio 2019 0 Di ken sharo

 

Dal 2006 al 2018 sono aumentati del 64,7% quelli che hanno preso la residenza in un altro Paese: due su tre non hanno la laurea. I gruppi su Facebook

Da sinistra, Daniele Munar, 24 anni, Giovanna D’Alema, 28, Marco Mencaroni, 26Da sinistra, Daniele Munar, 24 anni, Giovanna D’Alema, 28, Marco Mencaroni, 26
Giovanna, Nicola, Marco: le storie dei giovani che hanno lasciato l’Italia
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Nicola, 24 anni: «Mi laureo qui, mi pagano per studiare»

«Abbiamo cresciuto ormai due generazioni che grazie alla loro formazione hanno un’identità europea» spiega la ricercatrice Delfina Licata che ha curato il Rapporto 2018 Italiani nel mondo per Migrantes. Basti pensare al progetto Erasmus: nel 1987 vi avevano partecipato 3.244 universitari da 11 Paesi, nel 2017 41 mila solo tra gli italiani. «Una parte sempre più consistente di giovani – chiosa Licata – si sposta all’interno di uno spazio condiviso che è l’Europa». E si abbassa anche l’età di chi lascia l’Italia per studio: nel 2016 gli scolari delle superiori che hanno passato un periodo all’estero sono stati 7.400, contro i 3.500 del 2009: il 111% in più. Hanno scelto soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Cina, segno che la loro prospettiva è sempre più globalizzata.

Questa nuova mobilità, come la chiamano gli esperti per distinguerla dall’emigrazione tradizionale, non riguarda solo i cosiddetti «cervelli in fuga», ma anche chi non ha studiato. «La parola chiave per tutti è meritocrazia — spiega Licata –: anche se fanno un lavoro non qualificato, o meno qualificato rispetto alla loro formazione, riferiscono che all’estero si sentono più valorizzati e remunerati che in Italia». «Solo il 30% di chi va via è laureato, il 34,6% ha la licenza media, un altro 34,8% il diploma», conferma Luigi Vignali, Direttore generale per gli Italiani all’estero della Farnesina. «I giovani che hanno minore preparazione e culturale, in particolare quelli che hanno difficoltà con le lingue straniere, cadono più spesso vittima di sfruttamento, a volte da parte degli stessi italiani che incontrano nei Paesi di destinazione. Molti– dice Vignali – si ritrovano a fare i camerieri in nero nel Regno Unito o in Germania perché non riescono a trovare altro».

Ad avvicinare il mondo è anche internet e infatti tutti sono iperconnessi: «Mentre gli emigranti tradizionali si trovavano nei centri culturali o nelle chiese questi giovani usano i social per aggregarsi – aggiunge Vignali –. Solo su Facebook abbiamo contato 70 gruppi di italiani all’estero». Quella del web è una dimensione fondamentale. «La loro identità non è più localizzata in un territorio specifico, anche perché grazie al web possono mantenere i contatti con l’Italia e i compagni di studi che sono magari in altri Paesi — racconta Luciana Degano Kieser, psicoterapeuta a Berlino con molti pazienti arrivati dall’Italia—. È un’esperienza inedita: si sentono contemporaneamente italiani, cittadini del mondo e dell’infosfera».

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