La Siria è morta. Viva Assad | Rep

17 Gennaio 2019 0 Di luna_rossa

Il presidente siriano Bashar al-Assad su un cartellone nel centro di Damasco. La scritta dice: «Se la polvere del paese parlasse, direbbe Bashar al-Assad» (Louai Beshara/ Afp/ Getty Images)

La guerra non è finita, ma il dittatore l’ha vinta. Damasco, Aleppo, Homs: reportage da un Paese che per metà ostenta il ritorno alla normalità. E per metà è un cumulo di macerie.Video

di Sara Lucaroni

DAMASCO. A Damasco raccontano di quando il figlio più piccolo di Asma e Bashar ha ricevuto per la prima volta a casa un compagno di scuola. “Sei fortunato, tuo papà è presidente”. Lui ci ha pensato, poi ha risposto freddo: “Mio padre è solo un uomo di nome Bashar, il Presidente è la Siria”. Oggi questo Paese fatto di macerie è stato riconquistato dal regime. Lo slogan lealista durante le rivolte del 2011 era “Allah, Siria, Bashar e basta” – è rimasto solo lui, il Presidente Bashar al-Assad, e i suoi alleati: Russia, Hezbollah libanesi, Iran. Una sua foto in divisa e occhiali scuri va per la maggiore e signoreggia sui lunotti delle auto e i cartelloni stradali, nei negozi, nei conventi accanto a quella del Papa. Solo o insieme a Putin e Nasrallah, il leader di Hezbollah.

Il comodato d’uso del Paese pur di garantirsi il potere, i 500 mila morti, i 100 mila “oppositori” rinchiusi e torturati nelle carceri: arrivando qui sembrano tutti fantasmi. “Non parli mai male di lui con nessuno finché sta in Siria” dice un vecchio monaco di passaggio nella capitale. “Ma io dico che lui è peggio del padre Hafez (dittatore dal 1971 al 2000, ndr)”. Lo dice anche se i cristiani, con sciiti e alawiti (la setta cui appartengono gli Assad), ovvero le minoranze vincitrici, spiegano la guerra accusando “i terroristi”, cioè ogni forma di contestatore: dall’Isis all’esercito ribelle, fino ai sunniti poveri nei quartieri in cui si è manifestato o occupato. Motivo per cui – nell’ottica di Assad – i “crimini contro l’umanità” verso la propria popolazione non sono che una “legittima difesa”, un baluardo contro l’islamizzazione dell’Occidente.

Le due facce di Damasco
La stanchezza della maggior parte dei siriani, a cui ora è imposta la felicità, dopo un primo impatto spunta dietro i servizi funzionanti di Damasco, i bei matrimoni, le botteghe dei mobili di legno e madreperla, gli afrori dei tre suq, la piazza della Grande Moschea che brulica, gli spot grotteschi sul turismo sulle coste di Tartus. I servizi in tv sminuiscono le proteste di chi il venerdì torna in strada con la bandiera a tre stelle, quella della Rivoluzione, per dire che la Primavera era trasversale, non è morta e non è stata del tutto avvelenata da scarcerazioni cronometriche di jihadisti per delegittimare le proteste, né dall’aver messo le comunità le une contro le altre con la scusa di proteggerle.

Ma è difficile nascondere che i ragazzi escono di notte per non essere arruolati per Idlib e il nord; le riforme non sono state concesse; le donne sono l’unica forza lavoro; Trump va via; il Paese corrotto e sotto sanzioni occulta i capitali in Libano; le milizie paragovernative imperversano; servono 400 miliardi di dollari per la ricostruzione, e servono nuovi alleati. L’Italia, ad esempio: un’interrogazione parlamentare dei Cinquestelle ritiene ormai obsolete le sanzioni e propone di riaprire i canali diplomatici (anzi, come anticipato da Repubblica, il governo italiano si appresterebbe a riaprire l’ambasciata) come gli Emirati Arabi e il Bahrain.

A Damasco fino ad aprile si beveva caffè al cardamomo osservando l’altra metà della città in fiamme, la Ghuta, a est, 400 mila persone. Riconquistata con tagli di viveri e servizi, bombe su scuole e ospedali, attacchi chimici fino all’intesa che ha fatto partire in pullman la milizia di Jaysh al-Islam – mescolata per anni ai ribelli – è all’alba che appare in tutta la sua spettralità. I quartieri di Jubar, Harasta, Duma, Adra, Tishrin sono silenziosi e affamati.

Per i pochi autorizzati a transitare, dalle pareti sventrate, dai buchi dei proiettili, dai tetti rovesciati, dai piani sospesi sul niente filtra una luce che trasfigura il cemento. E chi ha accettato di trasferirsi nelle aree di de-escalation, firmando un accordo di “riconciliazione”, vive sotto controllo militare. “La polizia arresta le donne, presunte spie, e gli uomini sono arruolati con la forza” spiega un ragazzo. La legge 10 impone di fornire un certificato di proprietà delle case, pena l’esproprio. Ma gli sfollati sono 10 milioni, i catasti sono stati bruciati. È una contro-rivoluzione: le case si spianano con le ruspe per sostituirle con residence di lusso o altre case assegnate alle famiglie degli alleati. Fa parte dell’economia di guerra come i compensi a chi segnala oppositori, i saccheggi, le mazzette per avere documenti, le mance ai check point.

I  love Aleppo
“Pagano camion, taxi, autobus”. Allarga le braccia l’autista dell’agenzia di viaggi che ogni giorno in cinque ore porta i clienti ad Aleppo. Ad ogni controllo si tocca il naso e accartoccia una banconota sotto i documenti da mostrare, ad ogni agglomerato di case dice un nome e l’aggettivo “distrutto”: Hama con i treni fermi sui binari rugginosi e la grande raffineria, i giardini di ulivi di Salamieh, il minuscolo bazar di Khanasir, al grande check point prima della zona industriale di Aleppo. Le fabbriche sono distrutte. Una fetta dell’élite che le possedeva è volata via, come i migliori professionisti, verso Europa e Stati Uniti. Cristiani e alta borghesia sunnita, molta della quale vicina alla causa degli Assad, hanno belle case a Shahba e Halab al-Jadida. I più poveri del centro e i 200 mila dei quartieri est hanno vissuto la rivolta e poi le bombe. Qui ancora manca l’acqua e l’elettricità. Migliaia di orfani vivono in androni in rovina e le botteghe hanno riaperto nei palazzi che non sono venuti giù.

A Maidan, dove gli armeni hanno le loro officine, al visitatore mostrano subito il convento dei gesuiti, che sembra imploso. Un ragazzo cammina su un tappeto di tegole rotte per imbracciare l’involucro di una bomba russa: “Guarda cosa hanno fatto i terroristi”. Aleppo era stata l’ultima a manifestare. “Un gruppo di studenti di medicina andò a protestare davanti all’Ordine dei medici, in un quartiere cristiano. Li salvò la polizia, erano stati aggrediti” spiega George, giornalista aleppino: “Nei primi tre anni il regime ha fatto massacri non con le bombe ma con i coltelli, per terrorizzare, e poi diffondeva i video. Soprattutto nelle enclave sunnite, di Homs, Hama e Baniyas, e per mano di alawiti, perché si avesse una reazione di tipo confessionale”.

Nei quartieri di Azizieh, Suleymaniye e al-Ram, anche per molti musulmani la Chiesa è stata l’unica possibilità di sopravvivere. Accanto al santuario di Sant’Antonio, sotto un ufficio dei servizi segreti, un centro di riabilitazione cura 200 ragazzi sordomuti. Sotto San Francesco, architetti e ingegneri ricostruiscono case. “I capi dei vari riti si sentivano principi prima della guerra. Erano divisi, poi hanno lavorato insieme. Ma l’effetto del denaro e del potere non è buono” spiega un sacerdote, l’unico a pronunciare la parola “regime”. Solo ad Aleppo ci sono stati 200 mila sfollati, e 30 mila morti. Sotto la Cittadella, la moschea degli Omayyadi è in ricostruzione, ma manca l’80 per cento delle case antiche. C’è l’eco sorda di qualche martello. La scritta “I love Aleppo” è posta a didascalia di una gigantografia benedicente.

Essere vedova a Homs
La piazza dell’orologio di Homs è invece immacolata: “Ma non la fotografare, è pieno di polizia”. Qui arrivarono i carri armati contro le prime proteste, ora è la più deserta tra tutte le città della rivoluzione, e di 800 mila abitanti ne rimane un quarto. Il cartellone della massiccia campagna pubblicitaria di un centro estetico è appeso a un lampione divelto all’ingresso di Bustan al-Diwan, il quartiere centrale con le chiese di tutti i riti. Era il cuore della città. Devastato come Bab Sbaa e Baba Amr. Il quartiere alawita invece è stato fortunato. “Hanno fatto la rivoluzione con ragazzini che non capivano neppure gli slogan che gli mettevano in bocca. E poi sono venuti combattenti stranieri” dice un uomo che parla un francese bellissimo, come ancora molti in Siria.

Vive nel quartiere del famoso suq, ora ripulito dalle macerie. È felice perché ha riaperto il panificio. Il governo pubblicizza un’amnistia per i disertori: quattro mesi di tempo per consegnarsi, sei per chi è uscito dal Paese. C’è la piaga delle vedove che si prostituiscono. “Mio marito è stato ucciso da un’esplosione il giorno in cui è andato ad accompagnare mio figlio in caserma perché fosse arruolato, era il 2013. Un mese dopo, anche lui è stato colpito. Io mi occupo di mia madre inferma” racconta una donna. Mentre parla va via di nuovo la luce. Anche nell’altra stanza la finestra non ha i vetri e le coperte sul pavimento fanno da letti. Sono tre. In mezzo c’è quello della nipote, con le principesse Disney. “Il regime stesso è sotto un altro regime” spiega George: “i generali sono sotto influenza iraniana o russa. Il Paese non è neanche più sotto Assad. Il futuro non è della Siria”.

 

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