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Manca poco ormai alla prossima assemblea mondiale della sanità e – nonostante i media mainstream ne parlino con molta avarizia –  quella rischia di essere una data cruciale  nella storia politica  dei paesi occidentali, tradizionalmente considerati – con molta ragione e con molto torto – culla e fonte del pensiero democratico moderno: la centralità dei parlamenti, la sovranità dello Stato, la libera informazione, la partecipazione popolare al dibattito politico.

Nella prossima assemblea mondiale dovrebbe approvarsi il nuovo trattato pandemico. “Dovrebbe“ , perché vari Stati hanno già espresso un forte rifiuto mentre alcune componenti della attuale  maggioranza italiana sembrano chiamarsi fuori. Il nuovo trattato pandemico – nella vulgata ufficiale di accompagnamento – dovrebbe “facilitare la lotta alle pandemie“. I punti critici sono tanti. Uno dei principali è che si continua a non porre mai il tema della indipendenza reale di un organismo come l’OMS a cui si vuole delegare il governo planetario della politica sanitaria, nonostante l’80% delle sue risorse di bilancio provenga dai giganti globali della grande industria farmaceutica privata, il che è più che sufficiente perché si stagli sul muro l’ombra di un ciclopico conflitto di interessi, visto che la OMS rischia di essere mero specchio riflesso dei suoi giganteschi finanziatori  privati.

Se così è – infatti – è legittimo chiedersi se i colossi del farmaco saranno mossi davvero da afflati  filantropici, posto che – da quanto ne sappiamo – si tratta di strutture industriali e societarie con fini di lucro per regola statutaria.

Altro punto dolente: il progetto OMS sdogana definitivamente ogni tipo di finanziamento per i laboratori che praticano esperimenti sul cosiddetto “guadagno di funzione“ (art. 9 del progetto), cioè finalizzati ad “aumentare la patogenicità e la trasmissibilità “ di virus altrimenti innocui, cioè proprio gli esperimenti che – almeno secondo il Times – venivano fatti nel laboratorio di Wuhan da cui, secondo alcuni osservatori, è sfuggito il virus del Covid.

Insomma, il paradosso di un trattato che dice di volere lottare contro le pandemie ed invece rischia di sdoganarne le cause. Un’altra miccia accesa è il combinato disposto degli artt. 17 e 18 del progetto: l’art 17 del progetto OMS richiede agli Stati di “contrastare le informazioni false, fuorvianti e disinformative“, senza però mai chiarire cosa siano esattamente le informazioni “false“  o “fuorvianti“; l’art 18 invece introduce il concetto di One Health, in virtù del quale le pandemie sarebbero il frutto di un incrocio di molti fattori, fra i quali il “cambiamento climatico”, tema invece ancora oggi dibattutissimo nel mondo scientifico.

La definizione così generica di “disinformazione”,  il potere imperiale di imporre ai singoli Stati sovrani di “contrastarla“, il concetto altrettanto generico e poliforme di One Health : un trittico molto elastico che rischia di produrre una sostanziale compressione dei diritti a danno di qualunque organizzazione sindacale o politica, di qualunque organo di stampa, di qualunque accademia o scuola o di qualsiasi privato abbia semplici posizioni non conformi.

Quella parte di mondo scientifico ed accademico che non aderisca alla tesi del cosiddetto “surriscaldamento climatico” attenta forse alla salute collettiva e fa opera di disinformazione? Chi invoca un semplice principio di precauzione davanti alle soluzioni di politica sanitaria di volta in volta suggerite dai colossi privati finanziatori dell’OMS, fa opera di disinformazione? I governi nazionali che ritengano di adottare soluzioni differenti in materia di lockdown, magari per evitare il tracollo economico delle piccole e medie imprese, andranno messi al bando della comunità internazionale per attentato alla salute planetaria?

La verità è che il combinato disposto di queste norme può tradursi nel ritorno a vecchie forme di  compressione della libertà di pensiero e di ricerca scientifica, in contrasto con l’ articolo 21 della nostra Costituzione e con gli articoli 10 e 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Il trattato sarà  un enorme cambiamento giuridico.  Ma – a differenza di quanto per esempio avveniva negli anni 70 ed 80 del nostro Paese – sarà un cambiamento imposto dall’alto, non preceduto da alcun dibattito e che inciderà profondamente sulle sovranità nazionali .

La verità è che in questi tempi difficili di postdemocrazia le dinamiche di formazione delle norme extranazionali sono sempre più profondamente separate dalla coscienza popolare e sono parto di élites tecnocratiche, impermeabili alle esigenze di trasparenza pubblica .

I popoli ricevono, non partecipano . E i falsi sapienti che proclamano la necessità del  superamento definitivo degli stati nazionali a favore di oligarchie sovranazionali, farebbero bene a ricordare che proprio gli stati sono rimasti gli unici luoghi dove le comunità possono ancora eleggere i loro rappresentanti e dove la parola democrazia può avere ancora un senso, magari nei suoi ultimi rantoli di vita semantica.

Di:

Sorgente: Il trattato della postdemocrazia | La Fionda