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La giuria del processo a New York gli ha dato torto su tutti i 34 capi d’accusa: la pena sarà decisa l’11 luglio

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato condannato dalla giuria popolare che lo stava giudicando nel processo sui pagamenti all’attrice di film porno Stormy Daniels. Trump è stato giudicato colpevole per tutti i 34 capi di accusa a suo carico: la sentenza sarà stabilita dal giudice che ha seguito il processo, Juan Merchan, l’11 luglio.

La pena massima prevista è di 4 anni di carcere. Una condanna detentiva è possibile, ma non è né scontata né più probabile rispetto ad altri tipi di pena (libertà vigilata, libertà condizionale, servizi sociali): la decisione spetta solo al giudice. Trump è candidato con il Partito Repubblicano alle elezioni presidenziali del prossimo 5 novembre, e il giudizio di colpevolezza non lo obbliga a ritirarsi.

Trump era accusato di aver falsificato documenti contabili della campagna elettorale del 2016 per nascondere l’esistenza di questi pagamenti, dato che sarebbero serviti proprio per comprare il silenzio di Daniels su una relazione sessuale avvenuta dieci anni prima.

I 12 giurati si erano riuniti mercoledì 29 maggio per discutere il verdetto, dopo che avevano ascoltato le conclusioni dell’accusa e della difesa. I procuratori avevano insistito sull’esistenza di un piano criminale, di cui Trump era a conoscenza, per nascondere notizie negative e potenziali scandali: la falsificazione dei documenti contabili sarebbe uno strumento di questa operazione, definita «potenzialmente decisiva» nella vittoria elettorale del 2016.

La difesa aveva invece sostenuto l’estraneità di Trump alla questione, che sarebbe stata gestita autonomamente dal suo legale, Michael Cohen: lui avrebbe deciso di pagare quella che la difesa definisce una «estorsione» (Trump nega anche la relazione sessuale con Daniels). Gli avvocati di Trump si sono concentrati a screditare Cohen, che effettuò personalmente il pagamento, definendolo «il più grande bugiardo di tutti i tempi».

Pagare qualcuno per un cosiddetto non disclosure agreement (un documento che obbliga al segreto) non è di per sé illegale: il problema, secondo l’accusa, era che il pagamento a Cohen per restituirgli la cifra data a Daniels indicava una consulenza legale alla campagna elettorale di Trump, che però non era mai avvenuta. Si trattava quindi di un uso illecito dei fondi della campagna. Ad agosto del 2018 Cohen si dichiarò colpevole per questo, e disse esplicitamente che Trump gli aveva ordinato di effettuare i pagamenti «allo scopo principale di influenzare le elezioni».

– Leggi anche: Il caso Trump-Stormy Daniels, in breve

La tesi dell’accusa si basava proprio sul fatto che durante la campagna elettorale del 2016 i collaboratori più stretti di Trump avessero messo a punto una strategia per proteggere il candidato da scandali relativi al suo passato. David Pecker, editore del tabloid National Enquirer, aveva il compito di scovare storie che avrebbero potuto creare difficoltà e metterle a tacere, secondo una tattica conosciuta come “catch and kill” che di fatto consiste nel comprare l’esclusiva sulle notizie per evitarne la pubblicazione.

Michael Cohen, avvocato personale di Trump e “faccendiere”, incaricato di risolvere problemi dell’azienda e della famiglia, avrebbe svolto il lavoro di intermediazione, anche economica: questa tattica sarebbe stata usata almeno tre volte per comprare il silenzio del portinaio della Trump Tower, Dino Sajudin, della modella di Playboy Karen McDougal e di Stormy Daniels, appunto.

Daniels, che durante la sua testimonianza ha raccontato con molti particolari la relazione avuta con Trump, è stata pagata 130mila dollari da Cohen, che anticipò personalmente la cifra. Lo fece, secondo l’accusa, dopo aver avuto una diretta autorizzazione a procedere da parte di Trump: alcuni mesi dopo sarebbe stato ripagato di oltre 400mila dollari (cifra aumentata perché soggetta a tasse, e che comprendeva un premio arretrato), con undici diversi assegni. Il pagamento fu giustificato come spese per consulenze legali, e l’accusa ha presentato come prova centrale della falsificazione alcune annotazioni del responsabile finanziario di Trump che indicavano la cifra come “rimborso”.

La tesi difensiva aveva puntato invece sull’estraneità di Trump alla questione, perché non sarebbe stato a conoscenza del pagamento. L’operazione è stata definita un’iniziativa personale di Cohen, che aveva testimoniato contro Trump e per questo sarebbe stato animato da spirito di vendetta e pronto a mentire in ogni singola dichiarazione di fronte alla giuria: l’opera di screditamento dell’avvocato era favorita da alcune condanne passate di Cohen, reo confesso di aver mentito a una commissione d’inchiesta del Congresso statunitense. Le parole lie e liar (bugia e bugiardo) erano state le più ripetute, con tanto di metafore sportive: «MVP dei bugiardi», usando una sigla che viene utilizzata per indicare il miglior giocatore di una partita o di un campionato.

La difesa ha giustificato il fatto che nove degli undici assegni per pagare Cohen fossero stati firmati personalmente da Trump sostenendo che il presidente lo avesse fatto senza prestare alla cosa «troppa attenzione», perché «aveva un paese da guidare».

Quello appena concluso è solo il primo dei quattro processi penali nei quali è coinvolto Trump. Presso altri tribunali è accusato di aver cercato di sovvertire l’esito delle elezioni presidenziali del 2020; di aver tentato di cambiare i risultati ufficiali delle elezioni presidenziali nello stato della Georgia, sempre con l’obiettivo di ribaltarne il risultato generale; e di aver conservato alcuni documenti governativi riservati nella propria villa di Mar-a-Lago, in Florida.

Sorgente: Donald Trump è colpevole – Il Post


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