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Basta guardarsi intorno per rendersi conto che di motivi per voler fare una rivoluzione ce ne sarebbero parecchi. O quantomeno una rivolta senza armi, una protesta. Almeno una qualche forma di resistenza. Eppure, non cambia mai niente.

Nel nostro paese, secondo dati Eurostat del 2019 relativi al reddito netto disponibile pro-capite, esiste una differenza media di circa 10000 euro tra le regioni del nord e quelle del sud, con Sicilia, Campania e Calabria agli ultimi posti.

Nonostante le evidenti disuguaglianze economiche, anche in termini di servizi e infrastrutture, la maggioranza dei cittadini italiani si è espressa per un governo che non dimostra alcuna volontà di ridurre le differenze tra nord e sud.

Ampliando il raggio d’analisi, anche in Europa troviamo importanti iniquità nella distribuzione del reddito tra l’area centro-nord, con Londra che alza la media, l’area sud e quella est. In sud Italia si possono trovare valori vicini, e a volte persino inferiori, a quelli delle aree più avanzate dell’est, come la Polonia. E non dimentichiamoci dei super-ricchi: proprietari di multinazionali, capi della finanza, imprenditori e fruitori indisturbati dei paradisi fiscali. Circa 500 miliardari con patrimoni, non adeguatamente tassati, che da soli coprono il 20% della ricchezza dell’U.E.

Personaggi delle televisioni pubbliche e private che appaiono protagonisti di show che niente hanno da aggiungere alla cultura italiana o europea, se non contribuire al suo declino. Personaggi strapagati per mandare ai cittadini messaggi preparati ad hoc per essere minuziosamente privi di ogni stimolo critico e di senso della realtà. Messaggi esattamente in linea con i valori della società in cui viviamo, cioè il consumo e l’apparenza.

Intanto, poco lontani da noi, si stanno svolgendo conflitti con dinamiche spesso distorte dai mass media.

Il numero dei morti sul lavoro è in aumento, ci sono impieghi per i quali non esistono sindacati, non vengono riconosciute ferie o malattia e la gente dorme per strada.

L’attenzione della gran parte dei cittadini-spettatori è completamente soggiogata dagli slogan pubblicitari e dalle notizie manovrate dei tg (di stato!) e continuano, lobotomizzati, a rimandare impegni e ad organizzare l’agenda in base ai palinsesti televisivi o passano gran parte del loro tempo ad usare social, i cui ideatori, nel frattempo, mandano i loro figli in scuole dove non ci sono nemmeno le lavagne elettroniche.

Complice, forse, anche la sensazione di non poter incidere in nessun modo nelle scelte politiche, il focus viene totalmente distolto dai temi che, almeno un tempo, erano cari ai cittadini, i quali spesso hanno dovuto rivendicare diritti che gli spettavano. Invece, oggi, anche se molti diritti ce li stanno togliendo, continuiamo, mezzi addormentati, a vedere le serie su Netflix e la televisione, a fare acquisti su Amazon, comodamente da casa, perché poi semmai si può anche rimandare indietro la merce.

Siamo pronti a comprare l’ultimo modello delle varie tecnologie disponibili sul mercato e ci illudiamo di avere tutti i diritti possibili.

La possibilità del consumo immediato ci fa credere di avere una qualità della vita alta. È come se ogni diritto in meno venisse compensato con un consumo in più e ogni malcontento venisse immediatamente sedato, almeno per un po’. Il consumo, momentaneamente e in modo apparente, rende quieto ogni desiderio o impulso e, allo stesso tempo, ci allontana sempre più dai più profondi bisogni dell’esistenza.

Siamo talmente impegnati ad omologarci agli standard da cui siamo costantemente bombardati, da non avere né tempo né energie per organizzare una rivolta, uno sciopero o, prima ancora, per fare gli adeguati approfondimenti e letture riguardo un tema per cui lottare.

Ormai, siamo dentro al sistema fino al collo. Il lavoro non ci lascia abbastanza tempo libero per l’incontro e il confronto con gli altri lavoratori e anche il tempo libero è talmente scandito da attività organizzate e prestabilite, ovviamente tutte omologate, che quasi vogliono farci dimenticare che la vita è una sola. Figuriamoci se c’è spazio per pensare a una qualche forma di rivoluzione.

Il consumo è l’oppio del nostro tempo.

di Chiara Grasselli

 

Sorgente: La rivoluzione può aspettare | La Fionda