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Ogni anno il rito si ripete, informate le autorità di pubblica sicurezza. Tolleranza e verdetti contrastanti aprono un varco nella legge Scelba

Acca Larentia a Roma come via Paladini a Milano, la strada di Sergio Ramelli. Come Predappio, come Dongo, come Salò. Nella geografia dell’estrema destra nostalgica ci sono luoghi iconici e liturgici dove la storia a volte si ripete: e non sempre in forma di farsa. Sono luoghi dove la Costituzione sembra sospesa, le leggi disattese, lo Stato assente o spettatore; in nome di una vigilanza lasca – per usare un eufemismo -, e infine tollerante. E ogni anno da anni ti chiedi: come è successo? Perché succede? Chi lo permette?

Le braccia tese e le grida del rito neofascista del “presente” che hanno squarciato il silenzio del Tuscolano la sera del 7 gennaio; quelle immagini riprese dall’alto e diffuse da Repubblica che hanno fatto il giro d’Europa sono il passato che non passa. Sembrava la Roma di cento anni fa, invece è oggi. Stessi saluti fascisti, stesso ordine per file, stessa devozione all’Idea, come la chiamano vecchi e nuovi camerati. Ecco. Mentre si può affermare che in Germania quella lugubre parata la polizia l’avrebbe sciolta e i partecipanti – capeggiati dagli organizzatori di CasaPound – sarebbero stati arrestati, perché questo sarebbe accaduto, fermiamoci a ragionare su alcuni punti. Che sono di sostanza.

 

Acca Larentia, centinaia di saluti romani per commemorare la strage davanti all’ex sede del Msi

 

In nome di quale “deroga”, o principio dell’ordine pubblico o magari persino del “buon vivere”, si permette da anni – al netto di governi e amministrazioni di segno politico diverso, dunque indistintamente – che la Capitale d’Italia subisca l’onta di una messinscena nera gonfia dei saluti cari a Mussolini e Hitler allestita col pretesto di commemorare tre vittime degli anni di piombo? Stesso discorso vale a Milano per il 29 aprile in onore di Ramelli: anche lì braccia tese e la chiamata del “presente”. E poi i cortei e i pellegrinaggi a Predappio e Salò e Dongo, dove il duce e i suoi gerarchi furono arrestati. «La manifestazione era autorizzata». È il ritornello stanco ripetuto dagli organizzatori e dalla questura. Non vi è dubbio. È così da anni e nessuno ha mai ritenuto che non fosse il caso. Ed è questo il problema. Così come quella celtica gigantesca disegnata a vernice sull’asfalto, quest’anno clonata anche su un maxi cartellone affisso sulla facciata di un edificio: il segno di un quartiere dove gli abitanti si sentono in ostaggio di ultrà e camicie nere.

Chi in questi giorni si è presentato in commissariato di polizia per segnalare l’aberrante show di Acca Larentia prima che avvenisse, mostrando i manifesti e tutto, si è sentito dire che: primo, «la manifestazione è autorizzata»; e, secondo, «la Digos e le autorità di pubblica sicurezza sono informate». La plasticità delle immagini di quanto successo alle 18.20 (ora del duplice omicidio di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, ndr) raccontano un fatto. Il tradimento dell’articolo 4 della legge Scelba. Il reato di apologia di fascismo è commesso da “chiunque pubblicamente esalta esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo”.

C’è un’anomalia italiana della tolleranza del neofascismo che passa e diventa esibizione. Fa impressione? Sì. Ma i neofascisti sanno che a Roma, come nel resto del Paese, a causa del combinato disposto di più fattori, ci sono spazi nei quali infilarsi. Il primo è aperto dall’ambiguità delle sentenze della Cassazione. Alcune hanno stabilito che se fatto con scopi commemorativi e in luoghi adeguati (vedi cimiteri) il saluto romano è permesso. In nome di questi pronunciamenti ci sono state molte assoluzioni. Altre sentenze hanno affermato il contrario, e quindi condanne. In ogni caso: Acca Larentia è sì una commemorazione, ma non è un cimitero; è una pubblica via. E la scenografia neofascista scelta per ricordare “tutti i camerati caduti” non è esattamente un’opzione all’insegna della sobrietà e del rispettoso silenzio. Se il pretesto è dunque commemorare, lo scopo è esaltare usi e modi del fascismo tramandati dal neofascismo degli anni ’70. «La Digos invierà un’informativa alla procura di Roma», fanno sapere dalla questura. Come sempre accade per manifestazioni politiche ci sono agenti che filmano e “controllano”. Già. Ma cosa? Ciò che è ampiamente annunciato perché si ripete in modo identico da anni? Vecchia nuova vergogna di Stato, sullo sfondo di Acca Larentia versione 2024 si registrano, oltre all’imbarazzo del prefetto, i silenzi della politica. Della premier Meloni, che starà forse cercando la matrice, del ministro dell’Interno Piantedosi che al massimo farà una nota. E sì, non era un rave party, non erano studenti che protestavano davanti al Parlamento. Erano solo neofascisti, anzi, “cani sciolti”, come dice FdI. Intruppati a centinaia una sera di inverno nella capitale d’Italia.

Sorgente: Predappio, Dongo, Salò: l’anomalia italiana di quei cortei autorizzati – la Repubblica

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