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Dopo la Jugoslavia, il Kosovo, il Donbass tocca ora all’isola cinese essere usata come pedina sacrificale ai giochi geopolitici egemonici statunitensi?

Gli anni novanta sono stati l’inizio del processo di distruzione dell’ordine mondiale che esisteva dal 1945 nella forma della Carta delle Nazioni Unite, da parte degli Stati Uniti. Nella distruzione della Jugoslavia gli USA, la NATO e l’UE hanno supportato, finanziato e armato le forze secessioniste slovene, croate, bosniache, in Kosovo hanno usato in modo ufficiale la forza militare contro uno Stato sovrano, senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, per portare al potere una organizzazione terrorista.

Nella conferenza internazionale di Bratislava nel 2000, gli USA dichiararono che qualsiasi altro stato poteva invocare questo condotta statunitense come un precedente. Ed è proprio questa dichiarazione che ha aperto una nuova fase geopolitica destabilizzante nel mondo. Non nella lettura giuridica di Bratislava, ma nella possibilità, di fatto, di poter imporre il modello balcanico e del Kosovo in particolare, targato USA/NATO, come possibilità concreta di rovesciamenti di governi sovrani o indipendenti.

Gli USA ritengono di essere l’unica potenza al mondo, che non solo è al di sopra della Carta delle Nazioni Unite, ma può anche farla valere su tutte le altre. Tutti gli altri stati devono essere subordinati ad essa, a parte quelli a cui viene dato il consenso degli Stati Uniti. Il separatismo è diventato l’arma determinante per rimodellare il mondo, come aveva chiarito la Conferenza di Bratislava con gli esempi dell’URSS, della DDR e della Jugoslavia con la loro disintegrazione pianificata.

Ovviamente questo vale anche per la Cina, in riferimento dei confini che esistevano nel Pacifico alla fine della seconda guerra mondiale e che erano rispettati a livello internazionale. Il contesto della guerra civile, generata essenzialmente dagli USA, portò alla fuga del governo del Kuomintang, nell’isola di Taiwan. Fino a poco tempo fa, questo governo si considerava rappresentare l’intera Cina, ovvero la Cina all’interno dei suddetti confini. Il governo di Pechino, dal canto suo, riteneva di rappresentare l’intera Cina entro i suddetti confini. Le opinioni legali erano una cosa, la situazione fattuale un’altra. Per poter risolvere le questioni esistenti e aperte, senza guerre, il governo cinese di Pechino ha sviluppato la politica di “un Paese, due sistemi“, avviato con l’obiettivo di integrare Hong Kong e poi Taiwan all’interno di questa progettualità. Ma questa strategia ricevette un duro colpo, quando le manifestazioni di massa a Hong Kong di alcuni anni fa, richiedevano l’indipendenza.

Ciò fece capire a Pechino che la “formula di Hong Kong” non può essere applicata a Taiwan. L’abbandono di “un paese, due sistemi“, provocato da Washington e Londra, ha aperto la strada ai pianificatori anglosassoni della separazione totale di Taiwan dalla Cina. La strategia di Washington è applicare a Taiwan il modello del Kosovo: la separazione come interesse degli Stati Uniti, pronti a fornire gli strumenti militari per imporre la separazione.

Nell’agosto del 2022, il rappresentante taiwanese a Berlino ha invitato il governo tedesco, a smettere di seguire la “politica della Cina unica“, quasi come un monito. L’uso dell’arma del separatismo da parte degli USA è globalmente illimitato, e può essere utilizzato contro qualsiasi stato. Per la Cina, secondo gli esperti in Asia, vorrebbero la separazione in otto Stati. Ma il vento ed il mondo, dal febbraio 2022 sta cambiando e gli USA cominciano ad andare in fibrillazione, anche in quell’area.

Ma per entrare in profondità tra le pieghe della crisi taiwanese, occorre partire delle elezioni amministrative del novembre 2022, che hanno rimescolato e, per altri aspetti, accelerato le dinamiche di crisi dell’area.

Sicuramente gli esiti di queste elezioni locali che hanno coinvolto 23 milioni di cittadini dell’isola, hanno posto un grosso e squilibrante problema in più per i fautori del mondo unipolare egemonizzato dal gigante statunitense. I sostenitori del riavvicinamento con la Cina continentale hanno preso la maggioranza dei comuni locali, e dopo la schiacciante sconfitta del Partito Democratico Progressista al governo, che aveva incentrato la campagna elettorale su un ulteriore rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, il 26 novembre 2022 si è dimessa da capo del partito al governo, a causa della schiacciante sconfitta.

Infatti le elezioni del governo locale, a cui hanno partecipato 23 milioni di taiwanesi, hanno cambiato significativamente la situazione politica a Taiwan. Dopo la innegabile sconfitta del Partito Democratico Progressista (DPP) al governo, la cui politica e strategia è totalmente soggiogata alle strategie statunitensi, il potere locale è passato al partito di opposizione Kuomintang, che sostiene il riavvicinamento con la Cina continentale. In queste elezioni per il controllo degli organi di autogoverno locale, i residenti della non riconosciuta Repubblica di Cina hanno eletto sindaci in 16 città e sei municipalità speciali, capi di contee, deputati delle assemblee cittadine e di contea, amministrazioni di villaggi e città (per un totale di oltre 11mila dirigenti).

La presidente taiwanese Tsai Ing-wen, con la quale l’intensificazione di tensioni con Pechino ha raggiunto il suo apice, ha già lasciato la carica di capo del partito al governo, assumendosi la responsabilità della perdita del DPP. Il principale indiretto beneficiario di questo è stata la Repubblica Popolare di Cina, che così avrebbe la possibilità di continuare una politica di unificazione pacifica con l’isola, che è la strategia che persegue da anni.

Ma questi risultati hanno provocato una reazione dura e sconsiderata da parte degli USA, che hanno incrementato provocazioni e pressioni sulle autorità del governo centrale di Taipei, incoraggiando un innalzamento delle scontro con la Cina, coscienti che questi risultati del voto popolare possono determinare non solo un nuovo assetto politico interno, ma essere anche il vettore di possibili mutamenti in politica estera e di difesa nel governo dell’isola, ridisegnando e scompaginando tutti gli scenari geostrategici dell’area.

Un dato di fatto è che queste elezioni hanno rappresentato un nuovo importante fattore destabilizzante nella politica mondiale, insieme al conflitto in Ucraina, e di fatto cambiato tutte le letture geopolitiche e strategiche dell’area dell’Estremo Oriente. A confermare la tensione crescente attorno a Taiwan, ma che coinvolge anche la Corea del sud ed il Giappone, è stato l’immediato l’annuncio da parte del dipartimento della difesa dell’isola all’indomani delle elezioni, della messa in atto di piani militari di emergenza e il dispiegamento di sistemi missilistici antiaerei, con schermaglie, all’inizio verbali e poi in questi mesi sempre più militari ed operative da entrambi i lati, con la sempre più invadente presenza di unità statunitensi.

Le due principali forze che si oppongono opposte sull’isola, il Partito Democratico Progressista al governo e il principale partito di opposizione, il Kuomintang, sono radicalmente in contrasto su una questione chiave di politica estera e strategica: le relazioni con la Cina continentale.

Il PDP, salito al potere nel 2016, guidato da Tsai Ing-wen, ha concettualmente sempre rifiutato di riconoscere il principio di “una Cina” e si è indirizzato nelle sue politiche per un crescente riduzione dei legami con la RPC, mentre il Kuomintang che governava prima, ha cercato di costruire relazioni costruttive fondate su un realismo politico.

Il Kuomintang, negli ultimi decenni, ha sempre cercato di facilitare un riavvicinamento con la Repubblica popolare cinese e il PCC, con la politica realista di tre negazioni: nessuna indipendenza, nessuna unificazione e nessun uso della forza. Questa gestione ha permesso di costruire una sorta di tregua basata sulla non aggressione e sul progresso nello sviluppo di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa che aveva persino portato il presidente Xi Jinping a incontrare nel novembre 2015 a Singapore Ma Ying-yeou, capo supremo di Taiwan e leader del Kuomintang all’epoca.

Un dato è certo, queste elezioni potrebbero segnare una nuova svolta nel rapporto tra Cina e Taiwan, riaprendo un’era di dialogo bilaterale e coesistenza pacifica, stabilendo meccanismi di cooperazione reciprocamente vantaggiosi per entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan e allontanando venti di guerra.

Nella logica delle amministrazioni statunitensi, fondata su una politica strategica di contenimento della Cina, Taiwan è considerata una risorsa fondamentale e preziosa per Washington, su cui l’attuale amministrazione dell’isola degli ultimi anni ha cercato di trarre profitto, ricevendo un crescente sostegno politico, economico e un’imponente assistenza militare dagli Stati Uniti. Il culmine di questa integrazione completa di interessi tra Washington e Taipei, ha avuto la sua consacrazione politica e pubblica, c la visita sull’isola della presidente della Camera USA, Nancy Pelosi nell’agosto dello scorso anno.

Per la signora Pelosi, è stata l’azione politica di più alto profilo fatta poco prima del suo ritiro dalla carica di presidente della Camera dei Rappresentanti, dopo che i Democratici hanno perso il controllo della camera bassa del Congresso nelle elezioni di novembre. Per il capo dell’amministrazione taiwanese, la presidente Tsai Ing-wen, questa visita fu considerata un momento di trionfo: durante la visita di Nancy Pelosi nell’isola, Tsai Ing-wen rilasciò dure dichiarazioni contro la RPC, mentre la parte cinese, contrariamente alle aspettative di molti, non reagì con alcuna azione militare, ma soltanto con forti dichiarazioni diplomatiche e politiche.

Ma questo presunto trionfo di Tsai Ing-wen non è durato a lungo. Infatti come descritto sopra nelle elezioni del 26 novembre, il DPP, che lei guidava, ha subito una schiacciante sconfitta, vincendo solo 5 dei 21 mandati dei sindaci di città e municipalità, mentre il Kuomintang ha ricevuto 13 mandati. È altamente indicativo che i candidati del Kuomintang abbiano preso seggi di sindaco in quattro delle sei città più grandi dell’isola: nella capitale Taipei, così come a Xinbei, Taoyuan e Taichung, mentre due seggi sono stati vinti da candidati indipendenti.

La vittoria del Kuomintang in queste elezioni seppur amministrative, nelle analisi di innumerevoli analisti ed esperti dell’area, viene ritenuta avere tutte le carte in regola per diventare il preludio al ritorno al potere sull’isola del Kuomintang alle prossime elezioni politiche di inizio 2024. Fatto che potrebbe cambiare radicalmente i rapporti con la RPC, che sono scesi in questi anni al punto più basso degli ultimi decenni. Mentre tra il 2008 e il 2016 aveva raggiunto i livelli più alti di collaborazione e comprensione, durante il governo KMT, quando furono firmati una serie di importanti accordi turistici, commerciali e aziendali.

E questo fa capire la fibrillazione degli USA e il costante innalzamento del livello di provocazioni e la ricerca di alzare la tensione, coinvolgendo Corea del Sud e Giappone, per far scoppiare una nuova area conflittuale e poter poi intervenire “a supporto” delle autorità locali, ma se le autorità locali non sono ad essi assoggettate ecco che l’unica possibilità e la ricerca di un conflitto, per “difendere la democrazia taiwanese” o affermare l’indipendenza di Taiwan. La stessa strategia adottata in Kosovo per la Serbia (RFJ) e poi per il Donbass in Ucraina, costringendo così l’altra parte a intervenire. Ma se non c’è un governo sottomesso a questa logica, la cosa si complica, ecco perché negli ultimi mesi le dichiarazioni di Taipei, hanno subito un preoccupante livello di bellicosità e astiosità, in apparenza incomprensibili per chi non segue a fondo le dinamiche geopolitiche di quell’area, strategica per gli equilibri politici, militari, economici del mondo.

In questi mesi il presidente cinese Xi Jinping ha ripetutamente affermato che la Cina non accetterà mai “alcun processo politico che miri a raggiungere la cosiddetta indipendenza di Taiwan”.

In questo scenario pur senza intraprendere azioni militari offensive, la Cina continua a fare pressione per un abbassamento dei toni ostili, su Taipei, effettuando regolari manovre al largo delle sue coste. Ma non va dimenticato che, definendo la soluzione del problema di Taiwan una priorità assoluta, nel suo discorso al 20° Congresso del PCC tenutosi a ottobre, il presidente cinese Xi Jinping ha chiarito che non si può escludere un’azione militare, se continua questo atteggiamento aggressivo delle autorità dell’isola, spinte dagli interessi statunitensi e non dagli interessi dei cittadini taiwanesi.

E’ evidente a tutti che, se la tensione sale a livelli superiori, la possibilità di un conflitto tra Stati Uniti e Cina su Taiwan, anche per interposti paesi, come in Ucraina tra Russia e NATO, rischia di far deflagrare una nuova guerra nel Pacifico. Se invece l’evidente orientamento popolare emerso dalle elezioni di novembre scorso, verrà rispettato, garantendo un cambiamento di governo e un cambio di rotta nelle relazioni con la RPC, fondati su un interesse reciproco e percorsi di integrazione graduali e pacifici, allora questo ridarà alla Cina continentale la possibilità di continuare la precedente politica di unificazione pacifica con l’isola, che non richieda uno scenario militare. Ma ciò non è negli interessi egemonici e unipolari degli Stati Uniti, e questo è il problema e il rischio di un nuovo scenario tipo Kosovo e Donbass.

La visita provocatoria nell’agosto 2022, della Pelosi ha portato la proposta alle autorità attuali dell’isola di applicare a Taiwan il modello del Kosovo: il separatismo, con la garanzia che questo è negli interessi statunitensi e che essi garantiranno una copertura di natura militare per imporre il distacco. Pochi giorni dopo il rappresentante taiwanese a Berlino aveva pubblicamente invitato i vertici della società civile tedesca e delle ONG berlinesi, sempre obbedienti, a smettere di trattare il problema di Taiwan con una lettura “di un sola Cina” nel caso della RPC. L’utilizzo dell’arma del separatismo ( conosciuto poi come “balcanizzazione”) da parte degli USA è globalmente illimitato e può/sarà utilizzato contro qualsiasi stato e in qualsiasi contesto geopolitico. Per la Cina, secondo le analisi di esperti e analisti in Asia, è prevista la separazione in otto Stati.

Ma nell’isola si rafforza sempre più un orientamento, ormai manifestatosi apertamente come indicato sopra, che propende realisticamente per un percorso di pacificazione e relazioni pacifiche e costruttive con la RPC, che escludano un confronto militare improponibile con il colosso cinese.

Con la nuova provocazione lanciata dagli USA, avvenuta con la visita del presidente della Camera di Washington, Kevin McCarthy a Taipei, si è potuto vedere come la società taiwanese, con associazioni, partiti e media locali si siano schierati contro processi di intensificazioni di politiche volte allo scontro e non al dialogo.

Oltre 10 organizzazioni per la riunificazione di Taiwan hanno proposto una“un’azione unitaria contro la provocazione di McCarthy a Taipei per sostenere l’indipendenza di Taiwan

Wu Rongyuan, promotore del “Forum per la Pace e lo Sviluppo nello Stretto” e presidente del Partito dei Lavoratori, ha affermato che l’obiettivo generale di questa azione unitaria contro McCarthy e il caos a Taiwan, è quello di allargare nell’opinione pubblica, le forze contro “l’indipendenza di Taiwan” e l’imperialismo statunitense, e di svolgere il ruolo di forze patriottiche sull’isola per una riunificazione pacifica.

Qi Jialin, presidente del Partito dell’Alleanza Unita, ha sottolineato che gli Stati Uniti sono desiderosi di utilizzare Taiwan per contenere globalmente la Cina e sono decisi ad innalzare le tensioni nello stretto anche con azioni ostili. Studiosi statunitensi hanno indicato che tutte le stazioni di polizia di Taiwan dovrebbero essere dotate di lanciarazzi anticarro e posamine, infatti, stanno vendendo veicoli militari e posamine, per trasformare l’isola di Taiwan in una “isola minata”.

La madrepatria deve essere riunificata e sarà riunificata, e questa è la sacra missione del popolo cinese su entrambi i lati dello stretto e del popolo cinese in tutto il mondo, ma se la riunificazione può essere realizzata in modo pacifico dipenderà principalmente dal fatto che il popolo sull’isola si attivi per questo“, ha concluso Qi Jalin.

Ji Xin, editore della rivista “Observation” di Taiwan, ha affermato che i cittadini di Taiwan hanno una tradizione di patriottismo e ha invitato le persone intelligenti sull’isola ad opporsi sia all’interferenza degli Stati Uniti negli affari interni della Cina, che alle provocazioni di guerra nell’area: “Il potere del popolo può cambiare il destino di Taiwan, e questo processo di unificazione avrà sicuramente successo!”

Moneneng, presidente della Summer Tide Federation, ha affermato che, poiché il DPP al potere ha finora lavorato per “l’indipendenza di Taiwan”, gli Stati Uniti hanno spazio per seminare discordia e soffiare sul fuoco, che è anche la ragione principale per cui Pelosi, McCarthy e altri politici statunitensi continueranno a visitare Taiwan per sostenere i loro interessi. “Se questa situazione non cambia, il popolo di Taiwan sarà trattato solo come carne da cannone, tutti i ceti sociali sull’isola dovrebbero unirsi e dare voce alla loro opposizione all’indipendenza di Taiwan e all’interferenza statunitense sull’isola”, ha affermato.

Chen Fuyu, vice presidente della “Federazione pancinese per lo sviluppo pacifico nello stretto di Taiwan”, ha affermato che: “ in considerazione della serie di misure adottate dagli Stati Uniti per intervenire da sempre nella questione di Taiwan e interferire negli affari interni della Cina, è necessario espandere i legami tra le nostre due parti, esprimere fermamente la contrarietà alle interferenze e all’indipendenza di Taiwan, del popolo taiwanese e rifiutarci di agire come pedine delle forze anti-cinesi degli USA e del Giappone per contrastare la Cina, e sperare che gli individui su entrambi i lati dello stretto si rappacifichino, cooperino e rinforzino lo sviluppo e, infine, realizzino la riunificazione pacifica del paese”.

Alla fine delle iniziative sono stati raggiunti alcune conclusioni: indirizzare le future proteste, ampliando l’opposizione all’interferenza degli USA nelle due sponde dello stretto, contro varie questioni che danneggiano Taiwan, tra cui: le visite di membri del Congresso degli Stati Uniti che tengono audizioni a Taiwan, l’opposizione ai funzionari statunitensi di stanza negli organi esecutivi e legislativi di Taiwan, l’opposizione alla posa di mine antiuomo a Taiwan, l’opposizione alle vendite di armi statunitensi alle forze armate taiwanesi e l’opposizione agli Stati Uniti che costringono Taiwan a estendere il servizio militare. Allo stesso tempo, è stato formato un gruppo di lavoro unitario per prepararsi a realizzare una serie di contromisure come firme e proteste pubbliche.

Mentre negli USA molti pensano ostinatamente al modo migliore per condurre una guerra contro la Cina “in difesa di Taiwan“, recentemente un alto generale degli Stati Uniti ha affermato che una guerra per Taiwan potrebbe scoppiare entro due anni ricordando le parole di Biden sull’”indebolimento dello status quo” e sul suo “cambiamento unilaterale e violento”, appare chiaro l’obiettivo statunitense, provocare e innalzare la tensione con contatti e visite ufficiali, che trattano i leader di Taiwan come se fossero rappresentanti ufficiali di uno stato indipendente, fornendo armi su larga scala e praticando una assidua propaganda di guerra.

La Repubblica Popolare Cinese, ribadisce la sua volontà di una riunificazione pacifica, ma nello stesso tempo vuole anche che vengano rispettati gli impegni passati, in questa logica schiera e rafforza metodicamente forze militari nella regione, il governo cinese si difende dalle provocazioni con esercizi simbolici per dimostrare che non vuole dare l’opzione militare. Spesso, come dimostrazione di fermezza, durante queste esercitazioni, l’aviazione cinese attraversa anche il confine della zona di identificazione della difesa aerea (ADIZ) dichiarata da Taiwan. Naturalmente, la Cina non riconosce una tale zona di identificazione della difesa aerea, in quanto può essere stabilita solo da uno stato riconosciuto. Mentre Washington e Taipei intensificano i preparativi per la guerra, Pechino cerca in tutti i modi di non cadere nella trappola di una corsa agli armamenti., ma indubbiamente  la RPC non rinuncerà mai all’aspirazione a riunificare Taiwan con la madrepatria e sta facendo del suo meglio per realizzarla in modo non violento sulla strada del modello “un paese, due sistemi”, seppur rivisto per la specificità taiwanese e la fase attuale..

Pechino continua a ribadire e favorire lo sviluppo delle relazioni economiche, degli investimenti e del commercio tra la terraferma e l’isola, nonché i contatti tra familiari e altre persone, ma parallelamente si prepara ad evoluzioni belliciste sostenute dalle strategie statunitensi.

Secondo alcuni analisti e strateghi militari russi la Cina ha elaborato tre opzioni per sconfiggere Taiwan, in una ipotesi di conflitto

Nelle ultime esercitazioni militari su larga di aprile, durate tre giorni nelle vicinanze di Taiwan, denominate “della Spada Comune”, il gruppo d’attacco della Marina dell‘Esercito popolare di liberazione cinese (EPL), ha elaborato azioni di simulazione per bloccare l’isola. Facendo così capire che pur perseverando nella ricerca di soluzioni pacifiche, l’opzione di riunire l’isola con la Cina continentale con qualsiasi opzione, è sul campo, che prevede anche un blocco degli aiuti dagli Stati Uniti. L’esercito cinese non ha solo i mezzi, ma anche le capacità per una incisiva guerra vittoriosa.

Infatti nell’ottobre dello scorso anno, il presidente cinese Xi Jinping , parlando all’apertura del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese, aveva dichiarato: “..la Cina si sta battendo per una riunificazione pacifica con Taiwan, ma non abbandona l’opzione militare per risolvere la questioneUna cosa è certa: la riunificazione nazionale si farà sicuramente”. D’altronde Xi Jinping quando incontrò J. Biden a Bali, in Indonesia, il presidente cinese fissò il concetto, che la questione di Taiwan” “… è al centro degli interessi fondamentali della Cina, ed è alla base del fondamento politico delle relazioni Cina-Usa, e costituisce la prima linea rossa da non oltrepassare nei legami sino-americani…”.

Quasi tutti gli analisti militari sottolineano che Taiwan ei suoi alleati nella fase attuale avrebbero enormi difficoltà a resistere alla potenza di fuoco cinese. Pechino è ben consapevole delle debolezze della difesa del nemico e le esercitazioni militari di “Spada comune” hanno lanciato il messaggio inequivocabile che la Cina è pronta a riprendersi Taiwan anche con mezzi militari. Ma questa decisione finale spetterà alla leadership politica del paese.

Sorgente: E’ il turno di Taiwan dopo Kosovo e Donbass? – Marx21