0 8 minuti 1 anno

 

L’inchiesta interattiva di RaiNews e Tgr sull’agonia di una filiera consolidata e prestigiosa del Nord Italia, minacciata dal cambiamento climatico degli ultimi anni

Ci abbiamo messo secoli a diventare i maggiori produttori di riso in Europa: siamo primi con il 57% del raccolto ed esportiamo anche varietà nobili che esistono solo da noi. Adesso, in un colpo solo, stiamo cancellando decine di migliaia di ettari all’anno. Nonostante la domanda di riso stia aumentando in Italia, tra campi bruciati e produttori che per salvare il salvabile scelgono in corsa di cambiare coltura, si parla di almeno 42mila ettari in meno in due anni: spariti 8.500 ettari nel 2022 e previsti altri 7.500 ettari in meno nel 2023. E queste sono solo le risaie che i risicoltori hanno scelto di non seminare secondo l’Ente Nazionale Risi. «Al calcolo vanno anche aggiunti i campi seminati (218mila è l’ultimo dato), ma non sopravvissuti all’estate: bruciati altri 26mila ettari nel 2022 e chissà quale sarà il conteggio del 2023» commenta con preoccupazione Roberto Magnaghi, direttore dell’Ente Risi.

Una strage con danni per milioni di euro e con conseguenze devastanti anche per l’occupazione di migliaia di famiglie che, dal campo alla trasformazione e alla distribuzione, hanno ereditato la professione di generazione in generazione. Una riduzione così repentina, tra l’altro, rappresenta non solo un danno economico per una filiera florida, ma ha anche pesanti conseguenze sulla storia e sull’ecosistema di aree geografiche che da centinaia di anni ruotano intorno a questa coltura tradizionale.

Risone, cioè il riso come viene raccolto, ancora avvolto dalla membrana con cui cresce sulla pianta (Luigi Tamborini/Crea)

Chicchi di riso sbramati, integrali (Luigi Tamborini/Crea)

Chicchi di riso lavorati (Luigi Tamborini/Crea)

Che cosa è successo?

La combinazione di temperature alte e siccità anomala è l’imputata numero uno e la Pianura Padana una delle vittime che ha sofferto di più, ma è difficile parlare di emergenza quando ormai da anni si susseguono solo record, con le statistiche che registrano quasi esclusivamente indici idrici negativi rispetto alle medie, temperature massime e minimi storici di precipitazioni. Ogni stagione è peggiore della precedente e la situazione degrada perché la carenza di acqua si innesta su un quadro ormai compromesso. Una crisi che ha colpito non solo la produzione agricola, ma anche la fornitura di acqua potabile e le centrali idroelettriche.

Francesco Vincenzi, presidente di Anbi (l’Associazione Nazionale dei consorzi di Bonifica), è d’accordo: «Il problema idrico è strutturale: dal 2003, quando abbiamo iniziato a raccogliere i dati, è diventato ricorrente. La penuria d’acqua è la condizione normale dell’Italia. Non può e non deve essere affrontata con decreti di emergenza». Le preoccupazioni che riguardano tutti si amplificano per le colture bisognose di acqua, come il riso. Soprattutto perché «il mondo del riso» come chiarisce Paolo Carrà, presidente dell’Ente Risi, l’ente che si occupa della tutela del riso ma che non ha potere decisionale od operativo sulla filiera «è consapevole che non c’è mai stata nel passato una visione a medio lungo termine di quelle che sono le infrastrutture idriche e su quelle che sono le riserve idriche».

La terra tra siccità, frane e alluvioni: perché questi tre fenomeni sono collegati. La spiegazione del fisico climatologo Valerio Rossi Albertini al Tg2 Post del 1 marzo 2023

Le parole d’ordine da almeno un anno per tutti sono: raccolta, raccolta e raccolta dell’acqua quando c’è. Anzi, a questo punto, di quando si spera tornerà: «Di fronte alla tropicalizzazione del clima» illustra Ettore Prandini, il presidente di Coldiretti, «occorre organizzarsi per raccogliere l’acqua nei periodi più piovosi per poi renderla disponibile nei momenti di difficoltà», spiega riferendosi al Piano laghetti, il progetto elaborato con l’Anbi con cui si prevede di realizzare entro il 2030 una rete di 10mila piccoli invasi diffusi sul territorio.

I bacini di accumulo sono proposti trasversalmente come una soluzione, ma tra interessi diversi per l’uso della risorsa, burocrazia, impatto sulle comunità che queste infrastrutture di contenimento possono avere e presenza di migliaia di attori coinvolti, non sorprende che la soluzione non sia stata già messa in pratica negli anni passati. Il Governo Meloni ha recentemente creato una cabina di regia che dovrebbe coordinare le diverse realtà, ma secondo il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin più che parlare di un super commissario straordinario bisognerebbe parlare di poteri commissariali per molte delle opere da realizzare.

 

L’auspicio che il 2022 potesse essere un’eccezione sembra contraddetto dai dati negativi raccolti i primi mesi del 2023: il deficit idrico generalizzato in tutto il Nord Italia continua e i risicoltori sono preoccupatissimi perché quando a metà aprile dovranno seminare dovranno decidere se rischiare con il riso oppure, quando possibile, passare ad altre colture, comunque meno redditizie. Per evitare anche che si faccia ricorso alle importazioni di riso dai giganti asiatici, dove si coltiva con standard diversi da quelli italiani ed europei e su cui dopo 3 anni sono stati rimossi i dazi, l’Ente Risi promuove la produzione a tutti i costi. Ma al momento il 2023 appare un salto nel buio.

Lungo il reticolo dei fiumi: abbiamo fatto seccare la Pianura Padana

Il 98% delle aree coltivate a riso in Italia si snoda lungo l’asse del Po in 4 regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Le risaie del triangolo Vercelli-Novara-Pavia da sole coprono oltre il 90% delle aree di produzione.

Diventa ancora più evidente quindi il problema delle risaie quando di fatto proprio l’area più critica è quella nordoccidentale del Piemonte e della Lombardia «perché non ha nevicato quasi niente e ha piovuto poco. Un problema che si materializza sulle portate dei fiumi che sono abbondantemente sotto quelle che sono le portate medie mensili» spiega Alessandro Bratti, Segretario Generale dell’Autorità Distrettuale del Po. Che aggiunge: «Veniamo da anni siccitosi e il fatto che le falde acquifere siano scariche è un problema perché non è che in due-tre mesi si riesce a fare qualcosa». Ovvero, la pioggia che stanno tutti aspettando non basta più: per ricaricare le falde, indispensabili in primavera, l’acqua deve arrivare dagli affluenti che partono dalle montagne. Le diramazioni sono anche sotto. Ma affinché arrivi dagli affluenti sono i bacini che devono avere le riserve, e a loro volta vengono alimentati gradualmente dallo scioglimento delle nevi quando si alzano le temperature.

Una metafora chiarissima la usa Sandro Passerini, del Consorzio produttori agricoli Parco Ticino: «Bisogna concepire la Pianura Padana come una spugna, se la tieni sempre umida la puoi spremere e l’acqua è sempre a disposizione, ma se la spugna la fai seccare prima di riavere l’acqua ci vuole tanto tempo».

…. continua a leggere cliccando il link sotto riportato

Sorgente: Storie dalla siccità: la strage delle risaie lungo la Pianura Padana | RaiNews