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Sarebbe la prima volta per un ex presidente. Corte in allerta a New York. Transennato l’edificio. Ma per ora le «falangi» non si mobilitano

di Massimo Gaggi

Corte penale di New York e politica americana in fibrillazione per un momento storico ormai imminente: la prima incriminazione di un ex presidente degli Stati Uniti potrebbe arrivare già oggi o slittare ancora di qualche giorno se il grand jury istituito dal procuratore distrettuale Alvin Bragg prenderà ancora tempo dopo aver ascoltato un altro testimone, Robert Costello, che mette in dubbio la credibilità del principale accusatore di Trump, Michael Cohen.

Lo stesso ex presidente aveva detto qualche giorno fa che ieri, martedì, sarebbe stato arrestato per il caso Stormy Daniels: la pornostar che sarebbe stata pagata nel 2016 con fondi elettorali (130 mila dollari) per tacere su una relazione sessuale di dieci anni prima con Trump. Circostanza da lui sempre negata ma confermata da Michael Cohen, che al tempo era il suo avvocato, ed è finito in galera per questa ammissione e per altri reati, compresa la falsa testimonianza. Pare che i membri del grand jury si siano convinti della fondatezza delle accuse di uso illegittimo di fondi elettorali (con relativo falso in bilancio) mosse a Trump.

Ieri, comunque, è continuato il lavoro della corte in un clima sempre più teso: mentre all’esterno tutta l’area del tribunale veniva transennata nel timore che le previste proteste possano sfociare in disordini e violenze, all’interno si è tutto fermato per oltre un’ora per la minaccia telefonica di una bomba. Anche Stormy Daniels è stata raggiunta da varie minacce di morte da quando Trump ha parlato del suo possibile arresto. E sempre ieri il portavoce del procuratore Bragg ha replicato con un «non ci facciamo intimidire» alla richiesta di ben tre presidenti di commissioni parlamentari, tutti repubblicani, che vogliono convocare il district attorney e chiedono gli atti di un’inchiesta che definiscono «politicamente motivata».

Interferenze pesanti nel lavoro dei magistrati, ma rimane da capire perché un caso emerso già da diversi anni (le confessioni di Cohen e la sua detenzione risalgono al 2018) riesploda solo ora. Nel 2018 Trump era presidente e non poteva essere incriminato, ma non fu nemmeno chiamato in causa nell’inchiesta.

Non vedremo, comunque, Trump in manette: se l’ex presidente si recherà nel tribunale penale di New York per l’incriminazione gli verranno prese le impronte digitali e gli verrà comunicata la data della prima udienza. Anche se fosse arrestato, verrebbe rilasciato subito su cauzione. Secondo gli esperti potrebbe essere trattenuto solo se continuasse a minacciare di promuovere un’insurrezione contro l’azione della magistratura.

Parlando del suo prossimo arresto, Trump ci è andato vicino invitando i suoi fan a protestare in massa, a ribellarsi: «Riprendiamoci il Paese!», ha scritto sul suo social Truth. Fin qui, però, alla solidarietà politica di molti esponenti repubblicani non ha fatto riscontro una mobilitazione delle falangi trumpiane.

Forse è solo tattica o forse le pesanti condanne inflitte agli assalitori del Congresso hanno raffreddato l’irruenza di molti miliziani. E dall’incendiario Alex Jones, gran teorico delle cospirazioni, a Roger Stone, una vita passata a suonare la carica a fianco di Trump, sono numerosi i trumpiani «duri e puri» che sembrano non raccogliere l’appello dell’ex presidente: Stone invita i manifestanti a essere cauti, a protestare in modo pacifico, a non cadere nella trappola tesa dalla polizia di New York.

Nemmeno Ali Alexander, organizzatore del movimento «Stop the Steal» (la presunta frode elettorale) andrà a protestare: «A New York non c’è libertà, rischiamo di essere arrestati tutti, o peggio e io ho altro da fare».

Sorgente: Trump, incriminazione vicina. Allarmi e minacce in tribunale- Corriere.it