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Un assaggio di colpo di Stato travestito da rivolta civile. Incendi nelle strade e scontri con la polizia nella capitale da parte dei sostenitori del presidente uscente Jair Bolsonaro sconfitto dalle ultime elezioni dal candidato di sinistra Lula. Bolsonaro si è rifiutato di riconoscere il risultato – la lezione di Trump negli Usa-, ha presentato e perso un ricorso alla Corte suprema elettorale, ma istiga la sua base elettorale più estrema, miliziani violenti ed organizzati.
Le minacce della paura, sapendo che molti conti della criticatissima presidenza Bolsonaro, presto arriveranno al saldo.

Troppi parallelismi col 6 gennaio 2012 a Capitol Hill, Usa

Tutto molto organizzato, avanguardisti a trascinare l’assaggio di una rivolta violenta. Autobus e auto dati alle fiamme, e guerriglia urbana con le forze di polizia, con gli stessi incendiari ad invocato l’intervento dell’esercito per impedire a Lula di prendere il potere, l’insediamento ufficiale del primo gennaio a Brasilia. Progetto golpista innegabile, con l’invenzione del presidente eletto in fuga su un elicottero. Assalto al comando di polizia e finale dei codardi che trovano rifugio nel quartier generale dell’esercito. Il presidente uscente, nel suo stile, non trova nulla su cui dichiarare.

Impossibile non tracciare parallelismi con quanto avvenne il 6 gennaio 2021, quando sostenitori di Donald Trump assaltarono Capitol Hill aizzati dall’ex presidente Usa che non riconobbe il risultato delle elezioni che avevano portato alla Casa Bianca Joe Biden.

Il lupo, il pelo e il vizio

«Il lupo bolsonarista si tiene ben stretto sia il pelo che il vizio», l‘ironia preoccupata di Claudia Fanti sul Manifesto. «Non avendo al momento le forze per impedire a Lula di prendere il potere il primo gennaio, cerca quantomeno di creare il caos. Si spiega così la notte di terrore promossa lunedì a Brasilia, con la tentata invasione della sede della Polizia federale e con vari veicoli dati alle fiamme».

Segnale di pessime intenzioni

Una prova di forza neppure molto ben riuscita, ma segnale di pessima intenzioni. Ed è accaduto, certo non a caso, nel giorno in cui Lula ribadiva il suo «impegno a costruire un vero stato democratico, a garantire la normalità istituzionale e a lottare contro le ingiustizie», ricevendo per la terza volta, dal Tribunale superiore elettorale, l’ufficialità di presidente eletto – quello che gli consente, insieme al suo vice Geraldo Alckmin, di assumere l’incarico l’1 gennaio – «in nome della libertà, della dignità e della felicità del popolo».

La destra e il fascismo evangelico

Fine di un mandato presidenziale tra i più discussi anche nella storia politica travagliata del Brasile. Il potere perduto e le temute rese dei conti. Una destra estremista che, rifiutando l’esito del voto e invocando l’intervento dell’esercito, aveva già organizzato manifestazioni e blocchi stradali. Costringendo il ministro della Corte suprema Alexandre de Moraes ad ordinare l’arresto di uno dei principali esponenti delle proteste bolsonariste: l’indigeno José Acácio Serere Xavante (un pastore evangelico che non ha mantenuto alcuna relazione con la sua etnia), il quale, su richiesta della procura nazionale, sarà in custodia cautelare per dieci giorni con l’accusa di aver compiuto atti antidemocratici.

La mano di Bolsonaro

Bolsonaro a rischio, figli usati nella gestione personale e autoritaria del potere dato come già in fuga all’estero, decide di rompere il silenzio per non ammettere la sconfitta. E ancora nega e mente. Proprio sabato aveva rotto il silenzio che manteneva da 40 giorni, esprimendo davanti ai suoi sostenitori «dolore nell’anima, per la sua sconfitta al ballottaggio ed esortando le forze armate a restare unite per affrontare il socialismo e garantire la libertà del popolo brasiliano». Il patriota a mascherare il golpista.

Le impunità concesse ai manipoli

Non sorprende, denuncia qualche deputato, che alcuni dei capi manipolo delle violenza, «ben addestrati, equipaggiati e certi dell’impunità, abbiano potuto trovare riparo nel quartier generale dell’esercito a Brasilia o, come nel caso del blogger Oswaldo Eustáquio (già sotto indagine per il caso delle cosiddette milizie digitali), addirittura nel Palácio da Alvorada: la residenza ufficiale del presidente dove pare che Michelle Bolsonaro stessa si sia presa cura di loro». Brutta aria insomma, a partire dell’omissione complice di Bolsonaro, sino alla posizione condiscendente di alcuni comandanti militari.

Le ultime cartucce, sperando non vogliano sparare ancora

Mentre il presidente uscente consuma le sue ultime cartucce –almeno così speriamo in molti, Lula sta già lavorando per garantire un rapido ritorno alla tranquillità: il suo primo ordine ai nuovi comandanti militari, le cui nomine saranno presto rese note, sarà infatti proprio quello di mettere fine agli atti dei bolsonaristi di fronte alle diverse caserme del paese. Con un Capodanno brasiliano pieno di aspettative, ma anche di timori.

Sorgente: Bolsonaro trumpista non si arrende: avanguardisti mettono a ferro a fuoco la capitale –