21 February 2024
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Nella regione ci sono più di 11mila capannoni abbandonati, ma si continua a costruire con gravi conseguenze sul territorio. C’è chi propone di recuperare questi spazi, ma si tratta di casi ancora isolati

L’alta torre a forma quadrata dentro cui è custodito un costoso forno verticale alimentato a idrogeno, ambizioso investimento dei primi anni duemila, spicca su quel che resta della campagna circostante. Nel cortile l’erba cresce incolta, ma il capannone della fabbrica metallurgica Ilnor è ancora lì: un’area di 40mila metri quadri abbandonata dall’estate del 2017, sulla strada che da Mogliano porta a Scorzè, una delle trafficate direttrici che collegano le province di Venezia e Treviso.

I tre mesi di presidio permanente, da aprile a luglio 2017, i cancelli bloccati dagli operai e le bandiere dei sindacati appese lungo la rete metallica che circonda lo stabile, sono ormai solo un ricordo. Durante le proteste, all’entrata principale era comparso un manichino in tuta da lavoro, impiccato sotto il logo dell’azienda raffigurante il leone di San Marco stilizzato, mentre i politici locali proponevano mediazioni, ipotetici compratori e soluzioni occupazionali.

Ma è servito a poco: la Ilnor, specializzata nella produzione di nastri laminati in ottone e rame, con un solido mercato nel settore automobilistico trainato dalle esportazioni, soprattutto verso la Germania, ha chiuso nel luglio del 2017. La Eredi Gnutti Metalli, il gruppo industriale che ha acquisito l’impresa fondata dalla famiglia Fasano nel 1961, ha infatti preferito trasferire tutta la produzione a Brescia. Ai quasi 150 dipendenti dell’azienda, di cui almeno novanta operai impegnati su turni a ciclo continuo, è stato offerto un anno di cassa integrazione, poi, per chi avesse voluto, il trasferimento.

“Nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe finita così”, racconta Mario Favaro, 57 anni, alla Ilnor dal 1992. “Io sono stato tre mesi a Brescia. Loro volevano che restassi, ma ho detto di no, ho una famiglia, come faccio?”. In quanto lavoratore precoce – ha cominciato a lavorare come carpentiere a 14 anni – Favaro è riuscito da poco ad andare in pensione. Agli altri colleghi, la maggior parte provenienti da paesi vicini alla frazione di Gardigiano dove aveva sede l’azienda, non è andata così bene.

Il capannone ora è in vendita, è uno dei tanti fabbricati industriali svuotati, dismessi, abbandonati, segni della storia di una regione, il Veneto, che grazie all’industria ha prosperato per decenni. Il paesaggio da queste parti è disseminato di fabbriche e di piccole epopee industriali come quella della Ilnor. In regione si contano più di 92mila edifici industriali: di questi oltre 11mila sono vuoti, circa il dodici per cento. Le aree produttive sono dappertutto, anche nei paesini più piccoli, con una media di dieci zone industriali per comune. Ogni 54 abitanti c’è una fabbrica. Un tessuto edilizio che innerva quasi tutto il territorio, e con cui è impossibile non fare i conti.

“Dopo la seconda guerra mondiale, il Veneto è una delle regioni più povere d’Italia, da cui si emigra”, spiega Maria Chiara Tosi, docente di urbanistica all’università Iuav di Venezia. Nel dopoguerra comincia un’importante fase di industrializzazione, in particolare nel settore tessile e nella petrolchimica. Con il tempo i grandi poli vengono poi ridimensionati e, anche grazie alle competenze acquisite dai lavoratori della zona, nascono fabbriche piccole e medie che trasformano la società contadina. Gli agricoltori diventano “metalmezzadri”, persone che si dividono tra il lavoro nei campi e quello nelle fabbriche, e prende forma la casa-capannone. Molte di queste attività, infatti, si sviluppano allargando i fabbricati agricoli vicini alle abitazioni.

L’ingresso principale della Ilnor, da cui è stato rimosso lo storico logo aziendale, 30 giugno 2022. - Camilla Martini per L'Essenziale

Sorgente: Le fabbriche vuote raccontano un Veneto che non esiste più – Marco De Vidi – L’Essenziale

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