La minaccia di Salvini: “Senza il Viminale solo sostegno esterno” – la Repubblica

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29 Settembre 2022 0 Di Luna Rossa
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Faccia a faccia tra i due leader alla Camera dopo il messaggio recapitato dal leghista che punta al ministero dell’Interno. Il no irremovibile della candidata premier

di Emanuele Lauria

ROMA – Il punto di caduta è una nota congiunta in cui Giorgia Meloni e Matteo Salvini parlano di “grande collaborazione” e “unità d’intenti”. Ma l’incontro di Montecitorio, durato meno di un’ora, è stato preceduto da un acceso duello a distanza fra la candidata premier e il leader della Lega. Succede tutto in mattinata. Alcuni fedelissimi di Salvini fanno sapere alla vincitrice delle elezioni che per il segretario il Viminale è una pregiudiziale: quel posto non può che andare a lui, visto quanto si è speso sui temi della sicurezza e della lotta all’immigrazione clandestina. Non ci sono alternative. È una questione strettamente legata alla presenza del Carroccio nel governo. Nell’aria tesa dei Palazzi romani viaggia addirittura la minaccia di appoggio esterno da parte della Lega. D’altronde, la richiesta di “una delega pesante” per Salvini era arrivata martedì dal consiglio federale di via Bellerio. E in quella sede, durante la riunione del “parlamentino” della Lega, si era parlato esplicitamente del ministero dell’Interno.

 

Ma Meloni non ha alcuna intenzione di indicare il nome di Salvini per il Viminale. Uomini a lei vicini rilanciano le perplessità del presidente della Repubblica su un’ipotesi del genere: il capo del Carroccio è sotto processo nel caso Open Arms, ovvero per presunti reati commessi nella sua precedente esperienza al ministero dell’Interno. Impossibile immaginare un bis, è il ragionamento che si fa in queste ore nell’inner circle della presidente di Fratelli d’Italia. La trattativa è subito in salita, per la candidata a Palazzo Chigi che cercherebbe sponde anche in altri settori della Lega: in mattinata c’è chi giura di aver visto Giorgia Meloni nella sede della Regione Friuli Venezia Giulia a piazza Colonna, dove c’è il governatore Massimiliano Fedriga. Ma quest’ultimo smentisce seccamente: “Ho visto Giorgia l’ultima volta in campagna elettorale”. 

In ogni caso il braccio di ferro fra Meloni e Salvini dura a lungo e viene confermato da una fonte qualificata di Fdi. Almeno fino al primo pomeriggio, fino all’ora in cui i due leader si vedono a Montecitorio. Ma a quel punto, almeno secondo le versioni ufficiali, cessano le ostilità: ecco la nota di Fdi che sottolinea “il clima di grande collaborazione” e “l’unità di intenti”, che restituisce “la soddisfazione per la fiducia data dagli italiani al centrodestra” e “il grande senso di responsabilità che questo risultato comporta”. Meloni fa sapere che “non si è parlato di nomi, incarichi, attribuzioni di deleghe” e smentisce “presunti veti”. Si sarebbe fatta solo una suddivisione dei ministeri per fasce di rilievo e si sarebbe indicato un elenco di priorità del programma, a partire dal caro energia.

Ma la linea della candidata premier è chiara. E non è opportuna, secondo lei, l’indicazione di Salvini per il Viminale. Nessuna pregiudiziale, invece, per un altro nome della Lega o comunque indicato dal segretario del Carroccio: potrebbe essere l’ex sottosegretario Nicola Molteni o il prefetto di Roma Matteo Piantedosi. Salvini potrebbe avere un altro ministero e c’è chi parla di Sviluppo economico, proprio la delega che finora ha tenuto Giancarlo Giorgetti. Il quale replica con fermezza all’ipotesi che il segretario abbia posto un veto sulla sua riconferma al governo: “Non voglio entrare nell’esecutivo, non ho bisogno di liste di proscrizione”.

La strada, per Meloni, è irta di ostacoli. Anche perché non è andato nel migliore dei modi, martedì, l’incontro con il coordinatore di Fi Antonio Tajani. Forza Italia chiede pari rappresentanza rispetto alla Lega e Tajani, che ieri è volato ad Arcore, punta a ministeri di primo piano: Esteri, Difesa o Interni. Soluzione preferita rispetto alla presidenza della Camera. Gli azzurri non vedono di buon occhio la proposta, ventilata dalla presidente in pectore, di concedere la guida di uno dei due rami del Parlamento all’opposizione. Lo schema prevedeva Montecitorio al Pd e il Senato alla Lega con Roberto Calderoli. Per Fi dovrebbero entrare nella squadra anche Licia Ronzulli e Anna Maria Bernini. Possibile new entry la direttrice del Dis Elisabetta Belloni. Altro punto interrogativo è il ministero dell’Economia.

Si ventila la possibilità di una conferma di Daniele Franco, uscente con Draghi, come segnale di rassicurazione all’esterno sui conti e sulla gestione del Pnrr. Il ministero potrebbe essere spacchettato: alle Finanze ci sarebbe posto per Maurizio Leo. Anche se in cima alla lista dei preferiti, per via XX settembre, c’è Fabio Panetta, ora nel board della Bce. E resta in piedi l’ipotesi di un ritorno di Domenico Siniscalco. La Lega è pronta a chiedere l’Agricoltura per Gian Marco Centinaio mentre Giulia Bongiorno potrebbe andare alla Pubblica Amministrazione, perdendo il derby per la Giustizia con Carlo Nordio. Per il Welfare si pensa a Luca Ricolfi, uno dei tecnici invitati dalla Meloni alla conferenza programmatica del partito. Altri nomi caldi: Marcello Pera per le Riforme, Maurizio Lupi per i rapporti con il Parlamento. Letizia Moratti viene data in pole alla Sanità anche se lei resiste per candidarsi alle Regionali in Lombardia. Raffaele Fitto potrebbe andare agli Affari Europei. Giovanbattista Fazzolari va verso l’incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

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