La battaglia per il salario minimo: il contesto | coniare rivolta

La battaglia per il salario minimo: il contesto | coniare rivolta

19 Settembre 2022 0 Di ken sharo

La sostanziale stagnazione dei salari, unita alla ricomparsa dell’inflazione sulla scena economica, ha riacceso il dibattito sull’opportunità di introdurre un salario minimo per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. In questo contributo forniamo un affresco di quella che è la situazione salariale italiana, in modo da poter successivamente discutere (nella seconda parte del nostro approfondimento) benefici e limiti delle misure riguardanti l’introduzione di un salario minimo legale in tale contesto.

La questione salariale è da decenni il principale nodo da sciogliere per restituire dinamismo all’economia italiana e, soprattutto, per garantire condizioni di vita dignitose alle lavoratrici e ai lavoratori di questo paese. Negli ultimi 30 anni (1990-2020), infatti, l’Italia è l’unico paese ‘avanzato’ (area Ocse) che ha fatto registrare una riduzione dei salari reali (-2,9%), ossia della quantità di beni che il lavoratore può acquistare con la propria retribuzione (anche detto potere d’acquisto), a fronte di paesi come Francia e Germania che hanno visto rispettivamente una crescita del 31% e del 34%. Siamo perciò l’unico paese Ocse in cui, in media, i salari reali sono oggi inferiori rispetto a trenta anni fa.

Salari medi reali 1990-2020 (dati Ocse; fonte: OpenPolis)

Secondo un recente rapporto Inps, il numero di lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora in Italia è pari a 3,3 milioni, ben il 23,3% del totale. In più, circa 5 milioni di persone guadagnano meno di 780 euro al mese (dato preso per confronto con l’importo del Reddito di cittadinanza).

La questione salariale italiana ha però radici profonde, che non si fermano qui. Bisogna aggiungere al quadro chi un lavoro non ce l’ha e non riesce a trovarlo, ossia i disoccupati (2,174 milioni di persone nel primo trimestre 2022), e chi non lo cerca neanche più, ossia i lavoratori inattivi e scoraggiati (circa 1,1 milioni). Inoltre, va considerato anche il fenomeno del lavoro povero – il quale coinvolge tutte quelle lavoratrici e lavoratori che, pur lavorando, hanno retribuzioni che li collocano al di sotto della soglia di povertà – che è causato non solo da retribuzioni orarie troppo basse, ma anche dal numero ridotto di ore lavorate. In altre parole, pur introducendo un minimo salariale, tutti coloro che hanno contratti intermittenti, lavorando una manciata di ore su base settimanale o per un numero troppo ridotto di mesi l’anno, rimarrebbero intrappolati nella povertà lavorativa. In più, all’interno di questa casistica ampia, ricordiamo che il part-time è in genere involontario: i lavoratori che finiscono in tale categoria molto spesso vorrebbero lavorare più ore. Tuttavia, spesso alle imprese è più comodo assicurare un numero minore di ore e nel caso ricorrere allo straordinario o, più semplicemente, al nero.

Andando poi a guardare le dinamiche relative dei salari rispetto all’inflazione, l’erosione salariale si è accentuata nel 2021. Come recentemente evidenziato dall’Istat, la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è fermata nel 2021 al +0,6%, mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) – uno degli indici dell’inflazione – si è attestato su base annua al +1,9%. Questo differenziale tra andamento dei salari e prezzi ha comportato una notevole riduzione del potere d’acquisto (meno 1,3%). Detto altrimenti, i prezzi sono cresciuti anche nel 2021 più velocemente delle buste paga, peggiorando ulteriormente la capacità di spesa e la qualità della vita di lavoratrici e lavoratori.

Ancora peggio va nel 2022. I dati sull’inflazione prospettano una caduta verticale del potere d’acquisto nell’anno in corsoL’Ocse stima per l’Italia una riduzione dei salari reali del 3,2% nel 2022 e di ulteriori 0,6% nel 2023. La seconda peggiore performance nel biennio tra i paesi del G7, dopo il Regno Unito. Per quest’anno il dato acquisito dell’inflazione è pari a luglio al 6,6%, mentre la previsione annua dell’ISTAT sull’IPCA depurato dai beni energetici è pari al 4,7% per il 2022. Per i rinnovi dei CCNL (cioè per gli aumenti concordati delle retribuzioni contrattuali) il dato che viene usato è il secondo. Dato che con i salari derivanti dalle contrattazioni i lavoratori ovviamente acquistano anche beni come la benzina e pagano le bollette, ciò significa che si potrebbe avere una crescita media dei salari inferiore del 1,9% rispetto alla dinamica dei prezzi, generando un’ulteriore riduzione dei salari reali.

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