Berlusconi, l’eterno ritorno del Caimano: l’impunito che ha fatto saltare più governi che fidanzate – la Repubblica

Berlusconi, l’eterno ritorno del Caimano: l’impunito che ha fatto saltare più governi che fidanzate – la Repubblica

22 Luglio 2022 0 Di Luna Rossa

Lo “statista moderato”, il “patriarca liberale” ha staccato la spina all’esecutivo Draghi

di Francesco Merlo

“Draghi chi?” ha detto mercoledì sera al telefono a un vecchio amico della banda malandrina e non è stato uno sbotto di boria, ma “di allegro realismo”. Davvero l’ha detto?, ho chiesto. Siamo nell’Italia di Berlusconi e anche la spocchia ha la sua tradizione e i suoi precedenti. Nel “Draghi chi?”, come in un Oscar autoassegnato alla carriera, si condensa infatti la vita dell’eversore e dell’impunito che, nella sua lunga collezione di banchi sbancati e di tavoli rovesciati, ha fatto “saltare” più governi che fidanzate, e sia bicamerali sia festival di Sanremo, e una volta persino la coppa dei campioni del suo Milan, offeso perché c’era un riflettore difettoso. Nel “Draghi chi?” c’è lo strapotente spavaldo che licenziò Montanelli, costrinse alle dimissioni dalla Nazionale di calcio Dino Zoff, fece saltare il G8 le cui incompiute sono ancora là, alla Maddalena, e allontanò dalla Rai Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Nel “Draghi chi?” c’è persino la telefonata che fece alla questura di Milano per liberare la prostituta minorenne spacciandola per la nipote di un capo di Stato estero.

 

Di sicuro, a due mesi dagli 86 (il famoso 29 settembre di Battisti) mercoledì pomeriggio lo “statista moderato”, il “patriarca liberale”, “l’europeista del Ppe”, accarezzando la mano alla sua Marta, ha fatto saltare il governo di Mario Draghi lasciando tutti a bocca aperta, a cominciare da tanti nel suo partito. E ovviamente – si fa sapientemente trapelare – anche Gianni Letta e Fedele Confalonieri si sono uniti allo stupor mundi, a riprova che, già prima del non-voto in Senato, l’universo di Berlusconi era in campagna elettorale. E tutti erano schierati ai loro posti, anche Galliani e “don Dellutro”, pompieri, cortigiani e frondisti. E ovviamente tutte le donne del cerchio magico, a cominciare da Licia Ronzulli che dirige il traffico, “la badante” la chiama Dagospia, che ha raccontato la lite “quasi alle mani” con Mariastella Gelmini, e mancava solo il pugno sul fianco per intrepretare la rissa tra donne, un vecchio topos dei teatri maschi di periferia e ora pure della tv italiana dove per farsi notare non bisogna più eccellere ma eccedere. E’ la Ronzulli che ha le chiavi d’accesso a Berlusconi ma il “ti prego, agèndami” l’essere ricevuto, è l’ossessione che già rese potente la famosa segretaria Marinella. Ha detto la Gelmini con malizia politica, che Berlusconi avrebbe voluto far votare la fiducia a Draghi, “ma è mal consigliato”. E’ inutile dire che non è vero.

E’ invece vero che di nuovo Berlusconi ci ha spiazzati. Proprio mentre tenevamo d’occhio Giuseppe Conte in preda, povera stella, a un’intossicazione di colitico psicosomatico, e toccavamo i muscoli di Matteo Salvini, che oliava la sua vecchia ruspa da combattimento, tomo tomo e cacchio cacchio Berlusconi si riprendeva il ruolo di sfasciacarrozze. E va bene che fisicamente sembra ormai di vetro, delicato di sangue e di visceri, e c’è tutta la stanchezza dell’Italia in quella sua faccia che non sappiamo come raccontare e forse per questo rischiamo di sottovalutare, ma più sorprendente di lui c’è solo la sorpresa, ogni volta più grande, con la quale gli italiani assistono a questo gioco a perdere. Eppure nel berlusconismo, che è stato l’autobiografia della nazione per dirla con Gobetti e non un accidente della storia, “tutto ciò che era solido e stabile è già stato scosso, tutto ciò che era sacro è già stato profanato”. Persino la bestemmia delle sue barzellette divenne simonia spicciola, e fu ufficialmente perdonata dalla Chiesa in cambio di privilegi, scuole e mense. Nella storiella che l’allora presidente del Consiglio raccontò all’Aquila “orchidea!” divenne “orcodd…”. E toccò, nientemeno, a monsignor Rino Fisichella spiegare che, sì, la legge di Dio è legge di Dio, ma “in alcuni casi, occorre “contestualizzare” anche la bestemmia”.

Ad aggravare le colpe della nostra sorpresa c’è il precedente più caldo: nel gennaio scorso Berlusconi aveva fatto saltare la candidatura al Quirinale proprio di Mario Draghi, proponendo se stesso e usando Vittorio Sgarbi come “energheion'” direbbero i greci, la risorsa, il deposito di carburante, con il compito di reclutare soldati per riscrivere la storia: “Ti passo il bunga-bunga” diceva Sgarbi chiamando al telefono il malcapitato, “sono l’utilizzatore finale” esordiva l’altro regalando quadri in cambio di voti (ma “erano croste” precisò Sgarbi). Burlesque?

Non c’è congiura, non c’è colpo di mano, non c’è populismo di piazza che sia stato organizzato da Berlusconi, anche contro i tribunali di Stato, contro la Corte costituzionale e contro il capo dello Stato allora in carica, senza il burlesque come cornice. E così mercoledì la macchinazione, in tutti i suoi dettagli, compresa l’uscita dall’aula per non votare la mozione del traditore Casini, è stata ideata e diretta nel burlesque di Villa Grande, che somma due eccessi, lo sfarzo lezioso e ridondante del dolce stil nuovo di Zeffirelli e il kitsch barocco di Berlusconi che, in altre ville e in altre epoche, stordì sia Lucio Colletti sia Checco Zalone stupiti, instupiditi e persi nel cercare il gabinetto.

 

Berlusconi ha diffuso un video che ieri Filippo Ceccarelli ci ha raccontato, e che sembra la scena di un film dei Soprano con il mammasantissima vestito di nero accanto alla biondissima calabrese in abito celeste. La coppia presiedeva il vertice che ha poi emesso la sentenza: c’erano Lupi, Bernini e Tajani e ovviamente Salvini, “il centrodestra di governo consegnato alla Lega” ha commentato Maria Stella Gelmini lasciando Forza Italia, seguita da Renato Brunetta e, forse, da Mara Carfagna. Tutti e tre sanno bene che anche l’addio ai monti riempie gli archivi del berlusconismo. Sono infatti mille i fedelissimi ai quali Berlusconi ha via via tolto la scena mentre gliela dava, tutti riassumibili nel delfino più amato e più dimenticato, quell’Angelino Alfano al qual negò il famoso quid.Non dimentichiamolo, adesso che il presidente Mattarella ha sciolto le Camere, ed è cominciata la campagna elettorale. Oggi ci sono Salvini al posto di Bossi e Giorgia Meloni al posto di Fini, ma nel progetto di un Italia “Indietro Tutta”, nel futuro come rimpianto, e dentro la cornice burlesque della “patonza deve girare”, tra i tre ceffi della destra, il più estremista è Berlusconi. E “mamma mia, è come l’ultima scena del Caimano” l’abbiamo troppo scritto e troppo detto. Invece la sola scena che del Caimano non si avvera mai è proprio l’ultima, quella delle fiamme che purificano e rigenerano come nell’epica classica. Ancora una volta, infatti, Berlusconi si sta esibendo in “a me gli occhi, please” e non ci sarà l’autoaccensione del mondo prevista da Nanni Moretti.

Sorgente: Berlusconi, l’eterno ritorno del Caimano: l’impunito che ha fatto saltare più governi che fidanzate – la Repubblica