Come mai in Russia non è esplosa la bomba atomica finanziaria scatenata dalle sanzioni? – infosannio – notizie online

Come mai in Russia non è esplosa la bomba atomica finanziaria scatenata dalle sanzioni? – infosannio – notizie online

20 Aprile 2022 0 Di ken sharo

(Sandro Orlando – Oggi) – La Terra inizia dal Cremlino, insegnavano i libri di scuola sovietici. E i russi, in questo inverno 2022 che si annuncia lunghissimo, sono tornati a guardare il mondo dalla prospettiva della Piazza Rossa, costretti da un Occidente che ha voltato loro le spalle. In soli 50 giorni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, i consensi per il presidente Vladimir Putin sono volati all’83% (per quanto siano attendibili; è intanto diventata ancora più spietata ogni forma di dissenso).

E anche il rublo, dopo lo choc iniziale, è tornato ai tassi di cambio pre-guerra. Dalle oltre 6 mila sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Europa, un record assoluto nella storia, la Russia si aspettava una «bomba atomica finanziaria», che però non c’è stata. Almeno finora, l’economia ha retto.

«I nostri ex partner hanno fatto a gara per introdurre ogni giorno nuove restrizioni nell’intento di creare il panico, e riportarci indietro di decenni», ha detto il premier russo Mikhail Mishustin: «Neanche negli anni più bui della Guerra fredda erano arrivati a tanto». Nella sua relazione alla Duma, la Camera bassa del Parlamento, Mishustin pareva però sereno: una calma incomprensibile alla luce della situazione, dopo che centinaia di multinazionali straniere hanno annunciato il ritiro dalla Russia.

Va bene se sono Prada e Chanel a chiudere, ma se anche i colossi che producono farmaci, computer, telefonini, auto, aerei e macchinari, se ne vanno, come si va avanti? Eppure sarebbe fuorviante aspettarsi una Mosca con gli scaffali vuoti e le file davanti alle banche. I cosmetici francesi sono stati sostituiti da quelli coreani, la Coca Cola è stata rimpiazzata dal mors, il kompot (entrambi ricavati da mirtilli, bacche o frutta) e altre bevande russe.

La capitale è oggi più splendente che mai, nessuna città europea può competere per bellezza, pulizia e sicurezza. Lo si vede già dalle periferie lustrate a nuovo che dall’aeroporto di Vnukovo portano in città, il wi-fi a ogni fermata, i parchi giochi e giardini pubblici curatissimi, il traffico ordinato.

Che ne è della Mosca grigia, violenta ed esagerata in tutto, degli anni Novanta? «Rispetto a quel periodo ora sono molto meno preoccupato», racconta Sergei Statsenko, insegnante di 55 anni, che come milioni di suoi connazionali ha vissuto il primo decennio postcomunista come un incubo a cui li ha sottratti Putin. «I russi non hanno mai vissuto così bene come con lui», dice.

«L’Europa però non ha mai vissuto così male», aggiunge. Ha governato col pugno di ferro, in-staurato una verticale di potere, represso ogni dissenso, ripristinato la censura e la delazione; ma ha restituito ai russi quell’identità, sicurezza e fiducia che il crollo dell’Urss aveva loro tolto. E la sicurezza è anche la chiave con cui i più giustificano “l’operazione speciale” in Ucraina, come la guerra viene chiamata qui, tirando in causa il crescente odio antirusso, e le manovre della Nato. Non si fa illusioni, Sergei: «Siamo a una svolta epocale», dice. Aggiungendo: «La mia generazione ha la pelle dura, ma siamo sopravvissuti ad altri grandi cambiamenti e ce la faremo anche stavolta, nonostante i sacrifici». Questo nervosismo fiducioso si respira dappertutto, in città.

Al 5lesimo piano della Torre Imperia, uno dei 15 grattacieli che formano Moscow City, il centro direzionale più grande d’Europa a pochi chilometri dal Cremlino, incontro Lanfranco Cirillo, uno degli imprenditori italiani più di successo in Russia. Soprannominato “l’architetto di Putin”, per aver fatto fortuna con le residenze dei magnati delle grandi compagnie statali di gas e petrolio, cittadino russo dal 2014 per decreto presidenziale, Cirillo è appena rientrato da Dubai, dove ha spostato i suoi affari.

Racconta: «Le sanzioni faranno male a tutti, anche agli europei, ma non porteranno al fallimento della Russia, che è un continente dalle risorse immense, poco popolato. I russi peraltro sono abituati a soffrire, essendo passati nell’ultimo secolo per tanti tipi di rivoluzioni, controrivoluzioni e disastri. Ma l’aspetto meno lungimirante di questa politica è che sta spingendo la Russia verso la Cina».

La frase viene interrotta da una telefonata da Anapa, sul mar Nero, dove un collaboratore di una sua azienda vinicola lo informa dell’alternativa trovata per aggirare il blocco, e assicurare gli approvvigionamenti: l’Armenia. Ma è tutta l’economia russa che si sta riposizionando per risolvere le difficoltà logistiche e finanziarie causate dall’isolamento.

«Dubai è strapiena di russi, e i prezzi degli uffici sono alle stelle», dice Cirillo, che ha subito fiutato dove andava il business. Anche a Mosca si registra un aumento delle compravendite immobiliari, mentre aziende cinesi e russe si preparano a sostituire quelle occidentali, le banche aprono conti in yuan e le catene di fornitori si spostano in Turchia e Serbia. D’accordo, ma gli orrori di Mariupol e Bucha? «Solo propaganda», taglia corto il presentatore televisivo Vladimir Solovyov, a cui hanno devastato le ville sul lago di Como finite sotto sequestro: «Mi chiamano oligarca perché ho due proprietà in Italia, propagandista perché ho le mie idee sull’Ucraina. Voi ci accusate di deportare i civili, quando cerchiamo di salvarli, Zelensky li usa come scudi umani, e siamo noi i criminali. Voi credete alle fake news di Kiev, non fate neanche il tentativo di capirci», accusa.

Forse è vero che non li capiamo, se in questi vent’anni ci è sfuggito che Putin è stato «un leader preoccupato dalle scelte quotidiane, tirato in direzioni diverse, che ha reagito agli eventi senza un modello che lo guidasse», come spiega il politologo Daniel Treisman. Di fatto l’annessione della Crimea, più che contenere la Nato, ha prodotto il risultato opposto.

Con un effetto però insperato: invertire il processo di europeizzazione della società russa che il Cremlino viveva come una minaccia, interrompendo l’integrazione delle élite benestanti in Occidente, e la fuga di capitali. La strategia si ripete? «Ci eravamo preparati alle sanzioni», ha detto il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov. Nazionalizzare le aziende straniere, aumentare l’autosufficienza produttiva, spostare il baricentro economico verso l’Asia sono i nuovi obiettivi. E si parla già di una terza capitale a Novosibirsk, in Siberia. Una Russia tartara che guarda a Pechino, noncurante delle proteste, gli arresti e l’esodo di una parte minoritaria della popolazione, per lo più giornalisti, insegnanti, intellettuali. È un gigantesco esperimento sociale. Ma guai a trarre conclusioni: «La Russia è un indovinello avvolto in un mistero dentro a un enigma», diceva Winston Churchill. Oggi più che mai.

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