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Senza un intervento imminente del Governo italiano e dell’intera Comunità internazionale per arrestare il conflitto, il collasso è sicuramente alle porte con conseguenze molto gravi per tutti

Quella cui abbiamo assistito nel cuore dell’Europa è stata una disumana aggressione che colpisce non solo il popolo ucraino ma il senso stesso dei diritti umani che l’Unione Europea si pone di difendere. Tra questi diritti di civiltà, la possibilità di accedere a un mercato libero, aperto ed equo non può essere definita secondaria: è, anzi, una delle precondizioni per garantire a un popolo e una comunità la capacità di autodeterminarsi, mantenendo indipendenza economica e produttiva.

Oltre al palese rischio umanitario che una guerra porta con sé, non può essere sottovalutata la serie di conseguenze che, a medio e lungo termine questa operazione potrà avere sui commerci anche per chi, come noi, è geograficamente lontano dalle operazioni belliche, che pure auspichiamo terminino al più presto. Dal punto di vista economico, il conflitto porterà anche in Italia una nuova pesante ondata di inflazione destinata a mettere in difficolta i ceti più fragili del nostro Paese e a provocare danni permanenti sull’intero sistema imprenditoriale nazionale.

Si stima, infatti, per le aziende, una perdita sugli interscambi di almeno 25 miliardi di euro, di cui 20 miliardi con la Russia – verso cui esportiamo annualmente circa 7 miliardi di prodotti e da cui esportiamo 13 miliardi di gas e materie prime – e 5 miliardi con l’Ucraina, fornitore di grano e di mais per consumo umano e animale e di metalli per le produzioni metallurgiche.

Oltre al rialzo del prezzo del petrolio e al balzo del gas del 30%, quindi, la guerra porterà nuovi rincari tra il 15 e il 20% anche sui beni di prima necessità, tra cui pasta, farine, pane, latte e carni, impattando inevitabilmente sulle imprese e poi sulle tasche delle famiglie italiane. 

Il tessuto imprenditoriale italiano fa un vanto e una bandiera del suo essere fondato su un sistema di aziende medie e piccole: è assolutamente impensabile, per realtà come quelle che rappresentiamo e tuteliamo, dopo le difficolta provocate dalla pandemia, prepararsi ad affrontare un’altra crisi a causa della totale mancanza di liquidità, di coperture assicurative e di sostegno da parte delle banche. È auspicabile che si mettano in campo ulteriori misure per venire in sostegno alle aziende: è stato, per esempio, un errore non prorogare la cassa Covid per il settore turistico, scaduta il 31 dicembre dello scorso anno, così come non è condivisibile una ‘mancata riforma degli ammortizzatori sociali’.

Una risposta efficace potrebbe essere rappresentata dall’abrogazione del ticket di licenziamento che l’azienda deve versare all’Inps in caso di cessazione di rapporto lavorativo e che, nell’attuale fase, è riconducibile non alla cattiva gestione da parte dell’imprenditore ma ad una crisi economica di carattere internazionale.

Quanto ai bonus edilizi, altro tema ampliamente dibattuto, non è limitando la cessione del credito che si evitano le frodi. Oltretutto, la carenza di manodopera specializzata e i rincari dalle materie prime all’energia hanno già creato enormi difficoltà: e considerata la situazione internazionale questo quadro non può che peggiorare. Senza un intervento imminente del governo italiano e dell’intera Comunità internazionale per arrestare il conflitto, il collasso è sicuramente alle porte con conseguenze molto gravi per tutti.

Sorgente: La tragedia in Ucraina mette a repentaglio il libero mercato (di R. Capobianco) – HuffPost Italia