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C’è un pregiudizio maschile nell’idea di cosa sia un corpo sano, che rimuove i cambiamenti ciclici su base mensile. Per cambiare questa concezione e il trattamento delle mestruazioni al pari di una malattia si deve partire dall’educazione sportiva nelle scuole

Elisa Virgili

Negli ultimi due anni di pandemia si è molto dibattuto su cosa definisca un corpo sano. Io scelgo di fare un passo indietro e adottare una prospettiva di genere, tralasciando consapevolmente quel dibattito, non perché non lo ritenga importante ma per lucidare una lente che può servire anche per leggere altre questioni.

Come fa notare Susan Markens, c’è un pregiudizio maschile nella concezione medica di ciò che costituisce un corpo sano, che porta ad assumere che un corpo normale è tale se caratterizzato da stabilità ed equilibrio. Con un breve sguardo alla storia della medicina possiamo facilmente affermare che il concetto di normalità anche in questo ambito è costruito, non neutro ma strettamente legato al soggetto che costruisce questa narrazione. Questo significa, in altre parole, che la concezione di medicina e corpo sano che abbiamo è stata creata da maschi bianchi occidentali.

Stiamo parlando della costruzione del concetto di corpo sano all’interno del sapere medico inteso come discorso in senso foucaultiano, ovvero della costruzione di un sapere determinato da persone che si trovano in una specifica posizione di potere e che agisce sui corpi delle persone, delimitando un confine tra il corpo sano e il corpo malato, tra chi è bisognoso di cure e chi no.

Non sto quindi analizzando i dati riguardanti un corpo sano ma come questi parametri e valori sono stati costruiti e come influenzano altre dimensioni della vita del soggetto. Si tratta di capire come il corpo è inserito in un contesto culturale e come un parametro considerato oggettivo e quindi indiscutibile possa essere messo in discussione: come un laboratorio influisce sul resto del mondo e viceversa come il mondo esterno può influire su quello che accade in laboratorio. Il sapere medico e biologico si intreccia naturalmente con il sapere politico, economico, sociale e, per cominciare a delimitare un po’ l’ambito di questo articolo, sportivo.

Per tornare al bias menzionato sopra, inteso come la tendenza ad allontanarsi dal valore medio (in questo caso per la mancata presa in considerazione di alcuni soggetti), si può dire che pensare al corpo sano come a uno stato lineare è una nozione maschile di corpo, pensato come neutro. Questa concezione, infatti, esclude completamente il corpo che subisce cambiamenti ciclici su base mensile.

Partendo da questo semplice presupposto, si può  mettere in relazione questa nozione di stato di salute con lo sport e con l’evento ciclico per eccellenza: le mestruazioni. Anche lo sport infatti ha storicamente definito i suoi canoni, le sue caratteristiche e i suoi regolamenti intorno a un corpo maschile, determinando di fatto l’esclusione o la marginalizzazione sia dei corpi femminili che delle soggettività che non rientrano in questi due binari. Questo è ancora più evidente negli sport caratterizzati da una predominanza maschile (come quelli da combattimento ad esempio), anche se la presenza di atlete donne anche in queste discipline sta diventando sempre più imponente, sia a livello amatoriale che agonistico.

Cosa dovrebbero fare allora tutte queste donne e ragazze che entrano nelle palestre, nelle piscine e sui campi da gioco? Adattarsi al canone sportivo esistente (costruito su corpi maschili, bianchi, abili) o cercare di cambiare le sue caratteristiche per costruire il canone sportivo attorno alla diversità dei corpi? Le mestruazioni diventano in questo senso un paradigma biologico-sociale, che uso per mostrare che la neutralità è in realtà una neutralità maschile.

Se, come afferma Jen Pylpa, è la medicina che elabora il discorso che definisce quali corpi, attività e comportamenti sono normali, a livello pratico le procedure mediche sono la principale fonte di regolamentazione istituzionale e disciplinamento dei corpi, che agisce in misura maggiore sui corpi delle donne. Se la medicalizzazione controlla i corpi attraverso pratiche ben definite, la biomedicalizzazione, in particolare nel caso delle mestruazioni, incoraggia la trasformazione dei corpi basandosi su un ideale di corpo sano, risultando così pervasiva di ogni aspetto quotidiano della nostra gestione del corpo. In questa prospettiva le mestruazioni sono viste al pari di una malattia e trattate come tali, e le donne incoraggiate a prevenire e gestire eventuali deviazioni della norma.

Come è prodotto il sapere sulle mestruazioni? Chi produce il sapere sulle mestruazioni e sui corpi femminili? Per stare a quali canoni? Questa è una domanda che può essere posta a partire dall’ora scolastica di Scienze motorie fino allo sport agonistico. Gran parte della ricerca scientifica sullo sport e sulla medicina dello sport si concentra sui fattori che influenzano la prestazione sportiva. Rare ricerche riguardano l’influenza delle mestruazioni nell’ambito delle prestazioni, quasi nessuna considera le altre implicazioni non meramente biologiche che queste hanno sullo svolgimento dell’attività sportiva. C’è pochissima letteratura, per esempio, sugli effetti delle mestruazioni o della menopausa sulla performance sportiva. Nel luglio 2020 è stato pubblicato articolo sulla rivista scientifica Sports and Medicine che esamina la letteratura disponibile per quanto riguarda gli effetti delle mestruazioni sulle prestazioni sportive, analizzando 78 articoli sul tema che collettivamente hanno coinvolto 1.193 donne. Eppure i dati che ne ricaviamo non possono ancora essere certi.

Secondo queste ricerche gli ormoni estrogeni agiscono sul metabolismo permettendo alle cellule dei muscoli di consumare più rapidamente le scorte di zuccheri. Avrebbero anche un effetto antiossidante prevenendo eventuali infiammazioni che possono avvenire durante gli allenamenti. Gli stessi ormoni possono influenzare in modo positivo la capacità di attivazione muscolare volontaria, e diminuire quella involontaria, aumentando così velocità e potenza della prestazione sportiva. Di conseguenza, l’innalzamento dei livelli di estrogeni che si ha durante la fase follicolare, ovvero il periodo del ciclo di ovulazione che inizia con la produzione di ormone follicolo-stimolante (Fsh) e termina con l’ovulazione, potrebbe potenzialmente influenzare la performance sportiva a circa 6-10 giorni dall’inizio del ciclo mestruale, fatto confermato anche dallo stesso sentire delle atlete che lo percepiscono come un momento di particolare forza ed energia. Altre ricerche si concentrano sull’effetto che lo sport ha sul corpo delle donne durante le mestruazioni piuttosto che sulla qualità delle prestazioni, suggerendo che, nella maggior parte dei casi, non sono una limitazione ma un beneficio sia rispetto alla percezione del dolore che per quanto riguarda l’influenza sull’umore.

Come può leggere questi dati chi, come me, non ha una formazione medica? Il mio punto di vista è quello di una filosofa che si interroga sui corpi sessuati, di una donna che fa sport a livello non agonistico, e di una ricercatrice più che trentenne che cerca di capire attraverso interviste con ragazze e insegnanti di Scienze motorie come si può cambiare la concezione neutra del corpo a partire proprio dall’educazione sportiva che si fa nelle scuole. Ho potuto approfondire questa riflessione nella ricerca Corpi che sanguinano, in collaborazione con Codici Ricerca e Intervento, intervistando ragazze dai 15 ai 18 anni, insegnanti di Scienze Motorie, allenatori e allenatrici e facendo dei focus group con ragazzi e ragazze sempre nella stessa fascia d’età. I primi risultati della ricerca sono serviti a creare un poster che, con l’aiuto delle ragazze, sto diffondendo nelle scuole con l’idea di tornare a parlare assieme di sport e mestruazioni per decostruire gli ultimi tabù e cominciare a pensare in modo un po’ diverso l’ora di Scienze Motorie a partire dai nostri corpi.

Al di là dell’influenza delle mestruazioni sulle prestazioni sportive quello che mi interessa è comprendere se e come le mestruazioni vengano ancora percepite come un momento in cui il corpo non è sano e come questo, assieme ai diversi tabù da sempre legati al sangue, determini la partecipazione o meno delle ragazze all’attività sportiva e l’esclusione da uno spazio educativo fondamentale sia a livello sociale che corporeo, sempre che i due aspetti possano essere pensati come divisi. Dalle parole delle ragazze, ma anche dei ragazzi, e dei e delle loro insegnanti, emerge come determinati preconcetti non siano ancora scardinati, come il linguaggio e la comunicazione siano ancora permeati di non detti (termini non espliciti per nominare le mestruazioni), poca conoscenza e vergogna.

La vergogna non si traduce in nascondimento esplicito o tabù, tuttavia il discorso che si costruisce attorno alle mestruazioni è quello del poter o dover fare tutto senza che le mestruazioni diventino un argomento da discutere o che marchi una differenza, con la percezione che questa differenza comporti ancora una discriminazione. La maggior parte delle ragazze intervistate (in particolare chi fa sport anche in ambito extrascolastico) afferma di fare comunque sport durante le mestruazioni, senza che questo influisca particolarmente, tuttavia, se saltano la lezione, lo fanno con una giustificazione generica (indisposizione, equiparando così le mestruazioni a una malattia) che segna una difficoltà comunicativa sia da parte delle ragazze che dei e delle insegnanti. In particolare gli insegnanti maschi non approfondiscono mai la motivazione per cercare di non essere invadenti e/o inopportuni, aumentando così il senso di tabù. Certo la soluzione, come suggeriscono le ragazze, non è fare più domande esplicite ma creare un clima in cui ci si senta a proprio agio anche a discutere di mestruazioni e magari pensare assieme all’insegnante le modalità di partecipazione alla lezione che favoriscono il benessere psicofisico dell’alunna in quel momento. Questo può passare ad esempio attraverso la negoziazione di tipologie diverse di esercizi, del miglioramento degli spazi per la cura e l’igiene intima ma anche attraverso l’informazione e la creazione di consapevolezza dei propri corpi che dovrebbe essere portata avanti costantemente nelle scuole con delle ore dedicate, attraverso un programma efficace di Educazione sessuale e affettiva.

Nonostante sia un argomento sempre più sdoganato, anche da parte dei ragazzi e delle ragazze, c’è il desiderio e il bisogno di parlarne maggiormente a scuola in spazi dedicati, proprio perché ancora l’educazione a riguardo è affidata a famiglia e amicizie, mentre portarla dallo spazio privato a quello pubblico è fondamentale per passare da tabù a conoscenza consapevole dei propri corpi. Questo passaggio permetterebbe anche di ragionare in modo diverso sulle lezioni di Scienze motorie e in modo più ampio sullo sport, permetterebbe di creare uno spazio non solo e non tanto più accogliente ma formato proprio a partire dalle diversità dei corpi, uno spazio non più neutro. Permetterebbe insomma di uscire dalla logica del corpo universale maschile come norma a cui tendere, da un corpo sano inteso come sempre uguale e performante.

*Elisa Virgili è ricercatrice indipendente e si occupa di Studi di Genere, Teorie Queer e Filosofia Politica. Fa parte del Centro di Ricerca Politesse e della rete Gifts ed è docente di un laboratorio di filosofia politica per l’Università Statale di Milano che si tiene all’interno della Casa di Reclusione di Opera.

Chi è interessatə a momenti di confronto sul tema nelle scuole durante l’orario scolastico o durante delle assemblee può scrivere a: [email protected]

Corpi che sanguinano è un progetto di Elisa Virgili e di Codici ricerca e intervento. Illustrazioni MG Posani @virginruhm. Scarica il poster e diffondilo.

Foto di apertura: Mestruo è lotta, di Federica Chierici – Collettiva Ambrosia

Sorgente: Corpi che sanguinano – Jacobin Italia