Bufera sui no pass vestiti da deportati. La comunità ebraica: oltraggio alla Memoria

Bufera sui no pass vestiti da deportati. La comunità ebraica: oltraggio alla Memoria

1 Novembre 2021 0 Di Luna Rossa

di Agostino Gramigna Floriana Rullo

In piazza sabato a Novara con le pettorine a strisce e il filo spinato. Noemi Di Segni: farneticazioni. La condanna della politica

Su un cartello c’era scritto: «Stop dittatura». Su un altro: «Non cedere ai ricatti, resisti!». Uno striscione tenuto da due donne: «Fai valere i tuoi diritti». Sobrio, rispetto alla performance inscenata dagli altri manifestanti no green pass, in marcia sabato per le vie di Novara (come accade da 15 settimane). In testa e in coda al corteo i partecipanti hanno indossato vestiti da prigionieri dei campi di concentramento, come a voler paragonare le restrizioni anti Covid alla dittatura nazista. Pettorine esibite a strisce verticali bianche e grigie, qualcuna anche con un numero appiccicato, come quelle dei prigionieri di Auschwitz. La performance ha suscitato disapprovazione e indignazione.

Durissime le parole di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane: «Davanti a farneticazioni come quelle di Novara non è possibile invocare la libertà d’espressione garantita dalla Costituzione. Paragoni impossibili come quello cui abbiamo assistito costituiscono un assoluto abuso e un’offesa alla Memoria, che non è solo Memoria ebraica ma patrimonio comune di una società e civiltà». La messinscena è stata completata da una corda con dei nodi, per richiamare il filo spinato.

 

Giuseppina Pace è la donna che ha organizzato la manifestazione. Da tutti conosciuta come Giusy, fa l’infermiera all’ospedale Maggiore di Novara, è presidente dell’associazione «Istanza Diritti Umani» ed è sindacalista del Fsi Usae. Ha provato a spiegare così l’esibizione delle pettorine a righe. «Noi non siamo gli ebrei, siamo solo nuova minoranza creata dal governo per privarci della nostra libertà. Un simbolo che indossano anche i carcerati. La strumentalizzazione che è stata fatta è stata imbarazzante. Non siamo stati ascoltati». Giusy ha sempre lavorato in corsia durante la prima ondata della pandemia. Racconta che per ora, finite le sue ferie programmate, non tornerà a lavorare: è sprovvista di green pass. «Nel 2020 pensavo fossero gli ospedali i nuovi lager. Ma ora la discriminazione che stiamo subendo come minoranza potrebbe portare a situazioni drammatiche».

Posizioni e spiegazioni che non hanno convinto il ministro della Salute Roberto Speranza. Rimasto, a suo dire, «scioccato» dal corteo di Novara: «Scioccato da chi si richiama ai campi di concentramento. Sono cose fuori dalla grazia di Dio. Non esiste dittatura sanitaria. Dobbiamo insistere a dare messaggi basati su evidenza scientifica. Queste persone non vanno insultate, ma convinte sui dati che ci dicono che i vaccini sono efficaci e sicuri». Netta la posizione presa dal sindaco di Novara, il leghista Alessandro Canelli: «Paragonare una posizione ideologica relativa a un vaccino e a un green pass alla pagina più tragica della nostra storia e a persone che sono state deportate, umiliate, torturate, annientate psicologicamente e assassinate è a dir poco vergognoso. Non potevano scegliere modo peggiore per esprimere una posizione sulla quale si può o meno essere d’accordo ma che non doveva diventare causa di vergogna nella nostra comunità».

Sui no green pass travestiti da prigionieri dei lager non sono mancate le reazioni del mondo della politica. Attraverso i social, la vicepresidente del Senato e responsabile giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando, ha scritto: «A Novara una vergogna che offende la memoria della vittime della Shoah. Anche solo mettere in relazione il vaccino o il green pass con l’Olocausto è semplicemente folle». Dello stesso tono il commento della vicepresidente del gruppo di Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli: «Quanto accaduto a Novara è un oltraggio alla storia che non può essere tollerato. Ancora una volta i no vax e i no green pass scambiano la libertà di manifestare con il diritto di offendere».

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