Biden si tiene stretto Erdogan, leader debole ma roccaforte regionale | L’HuffPost

Biden si tiene stretto Erdogan, leader debole ma roccaforte regionale | L’HuffPost

15 Giugno 2021 0 Di marco zinno

Erdoğan incontra Biden in un momento di massima debolezza. Il presidente turco sta vivendo il periodo più nero della sua lunga permanenza quasi ventennale al governo del paese.Per un lungo periodo di tempo, il leader turco era apparso potente, soprattutto all’interno della Turchia. Il suo carisma era all’apice tra il 2001 e il 2011. Appariva come un abile stratega e un grandissimo oratore che ipnotizzava la maggioranza dei suoi connazionali. I suoi sostenitori lo hanno glorificato come “leader nazione e globale”. Il suo fascino e la sua forza sembravano valicare i confini della Turchia. Ma, ormai, da alcuni anni il presidente turco sta vedendo scemare il suo prestigio in patria e anche all’estero.La perdita di consensi nei sondaggi sembra inarrestabile. Ha difficoltà gravissime ad affrontare le criticità dell’economia del suo paese, ulteriormente aggravata dalla pandemia di Covid-19. L’inflazione, da tempo a due cifre, sta salendo alle stelle e la disoccupazione è in aumento: quella giovanile è di ben oltre il 30%. Il tutto con conseguente fuga di capitali e impoverimento anche della classe media. Per la prima volta da decenni, gli economisti temono una crisi della bilancia dei pagamenti. Questa crisi economica sta erodendo la base elettorale che sostiene Erdoğan: in un sondaggio di aprile, solo il 27% degli intervistati ha dichiarato che sosterrebbe il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) se si tenesse ora un’elezione, percentuale questa ben al di sotto del 49% che aveva votato per l’AKP nel 2015. Le piccole imprese che gli hanno fornito un solido supporto per anni sono diventate luogo di malcontento, accelerando l’erosione dei suoi indici di gradimento, ormai scavalcato nei sondaggi dai sindaci di Istanbul e di Ankara.Le elezioni sono previste per l’anno 2023. Ma se Erdoğan non riuscirà ad arrestare l’attuale fase negativa, sembra difficile che possa sopravvivere politicamente nella prossima tornata elettorale, come hanno chiaramente dimostrato le elezioni locali del 2019 nelle quali ha perso il controllo di tutti i maggiori centri urbani che producono i due terzi del prodotto nazionale lordo della Turchia. A tutto questo si aggiunge la faida esplosa all’interno nel suo partito, già scisso in tre tronconi e che sta inoltre subendo colpi mortali in seguito alle rivelazioni del mafioso Sedat Peker che sta denunciando la collusione tra stato e mafia che vede coinvolto, in particolare, il falco della politica securitaria turca, il ministro dell’Interno Süleyman Soylu.  È in questo contesto che si svolge l’incontro tra Erdoğan e Biden, a margine del vertice Nato del 14 giugno. Il leader turco, molto indebolito rispetto a qualche mese fa, tenta di ripristinare le relazioni con il suo maggiore alleato nel suo primo incontro con Biden a circa sei mesi dall’insediamento del presidente USA alla Casa Bianca. Vi era stato solo un contatto telefonico tra i due presidenti lo scorso 23 aprile quando Biden telefonò a Erdoğan per dire che il giorno successivo avrebbe riconosciuto il Genocidio armeno del 1915. Un insolito sottomesso Erdoğan si era limitato a sottolineare semplicemente il fatto che lui e Biden si sarebbero incontrati a giugno.Il potente uomo forte della Turchia si trova messo alle strette e da almeno due mesi sta inviando segnali a Washington facendo intendere di essere pronto per un ripristino delle relazioni travagliate con gli Stati Uniti per la sua personale sopravvivenza politica, mostrandosi così pronto a cedere su molti fronti della controversia americano-turca. Erdoğan intende tornare da questo incontro con un risultato che potrà utilizzare soprattutto in politica interna. Biden, invece, affronterà l’incontro spiegando al leader turco nel modo più chiaro possibile che i rapporti con gli Stati Uniti non saranno più gli stessi di prima, soprattutto come quelli avuti durante l’amministrazione Trump. Tuttavia l’amministrazione USA non vuole che la Turchia passi dall’asse NATO a quello Russia-Cina. Erdoğan ne è consapevole e utilizzerà questo elemento come punto di forza per ottenere vantaggi nelle relazioni bilaterali. Dunque è realistico pensare ad una ripresa delle relazioni USA-Turchia nonostante le differenti visioni tra i due presidenti. La questione critica più importante per gli USA è rappresentata dal sistema missilistico S-400 che la Turchia ha acquistato dalla Russia, non interoperabile con quello Nato. D’altro canto, per Ankara la questione che più la preoccupa è la cooperazione degli USA con le milizie curde delle Unità di protezione del popolo (YPG), considerate terroristiche perché sarebbero una ramificazione siriana del fuorilegge Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).La soluzione più probabile è che Erdoğan corrisponda alle richieste principali avanzate dall’amministrazione USA che vuole che Ankara rinunciall’acquisto di un’annunciata nuova fornitura del sistema antimissile russo S-400 e che non utilizzi quelli già posseduti o che li faccia sparire dal suolo turco e che ri

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