La Lombardia non è pronta alla fase 2: «Stiamo facendo gli stessi errori di marzo»

La Lombardia non è pronta alla fase 2: «Stiamo facendo gli stessi errori di marzo»

7 Ottobre 2020 0 Di Luna Rossa

Anche i medici e infermieri che lavorano in ospedale chiedono da mesi di rafforzare l’assistenza sul territorio, l’unica che può prevenire il collasso delle terapie intensive e una nuova strage. Ma per ora niente è cambiato

  • La tanto temuta seconda ondata pandemica, che si potrebbe sovrapporre all’abituale picco dell’influenza stagionale, rischia di mandare in tilt nuovamente tutto il sistema se non verrà messa in campo una risposta adeguata. Soprattutto a livello territoriale, vale a dire fuori dagli ospedali.
  • Gli ospedali sono i luoghi dell’eccellenza lombarda ma proprio lì nelle settimane drammatiche del picco pandemico si è avuto il 55 per cento di mortalità nelle terapie intensive, a fronte di una media nazionale che va dal 25 al 40 per cento. Questo perché i pazienti in ospedale ci sono arrivati spesso in condizioni disperate, troppo tardi, senza alcun filtro sul territorio.
  • Bisogna “fare rete”: sono queste le parole che si leggono in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni e sottoscritta in pochi giorni già da 500 addetti ai lavori nel campo della sanità lombarda, soprattutto bergamasca.

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In Lombardia ci sono decine di migliaia di persone, soprattutto anziane, paralizzate dalla paura. Paura di morire. Paura di una seconda ondata, dopo che la prima ha causato 17mila decessi nella regione. E’ pronta la sanità lombarda a una seconda ondata sovrapposta all’influenza stagionale?

Proprio dalla Lombardia – dove l’emergenza pandemica ha messo a nudo carenze e falle di un modello sanitario sbilanciato sull’eccellenza ospedaliera a scapito dell’assistenza di territorio – si alza un coro di voci preoccupate.

C’è Tullia Mastropietro, 39 anni, lavora in Val Brembana. A marzo la batteria del suo cellulare, un vecchio Nokia, è letteralmente esplosa per le troppe chiamate.

C’è la pediatra di Azzano san Paolo, un comune alle porte di Bergamo, Beatrice Pietrobon, 48 anni, che come moltissimi altri suoi colleghi lombardi vorrebbe tornare a visitare i pazienti in ambulatorio, anche quelli con sintomi simil-influenzali, mentre a tutt’oggi una delibera regionale lo impedisce.

C’è l’infermiera del servizio di assistenza domiciliare integrata (Adi), Romina Zanotti, 43 anni, che durante l’emergenza Covid si è spaccata la schiena con turni massacranti su e giù per le valli bergamasche, a casa dei pazienti, senza alcun riconoscimento economico straordinario e che ora teme la sospensione del servizio per mancato finanziamento pubblico.

C’è lo psicologo, Davide Baventore, vicepresidente dell’ordine degli psicologi lombardi, che da Milano lancia l’allarme dell’incremento dei disturbi post-traumatici da stress, delle forme d’ansia, di ipocondria, di depressione e di disagio esistenziale: senza investimenti sui servizi di salute mentale (oggi al palo) si trasformeranno in emergenza sociale.

Ci sono gli operatori sanitari delle Rsa lombarde, a rischio licenziamento per via del tracollo economico dell’intero comparto (200 milioni di euro tra mancati ricavi e aumento dei costi), che chiedono finanziamenti urgenti e protocolli di sorveglianza epidemiologica attiva nelle case di riposo: là dove ci si contagia e si muore di più per colpa del virus, lo screening e i test sono lasciati in questo momento alla discrezionalità del singolo gestore, ovvero al privato.

L’urgenza di fare rete

Poi ci sono gli ospedalieri, operatori sanitari del pubblico e del privato convenzionato. Pietro Brambillasca e Mirco Nacoti sono anestesisti del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, da mesi si sgolano per ribadire che l’epidemia non si combatte aumentando solo i posti in terapia intensiva, ma creando una regia sul territorio tra tutti i soggetti in campo (Ats, Asst, medici di base, pediatri, istituti di cura accreditati e cooperative socio-assistenziali).

Bisogna “fare rete”. Sono queste le parole che si leggono in una lettera aperta indirizzata alle istituzioni e sottoscritta in pochi giorni già da 500 addetti ai lavori nel campo della sanità lombarda, soprattutto bergamasca.

La tanto temuta seconda ondata pandemica, che si potrebbe sovrapporre all’abituale picco dell’influenza stagionale, rischia di mandare in tilt nuovamente tutto il sistema se non verrà messa in campo una risposta adeguata. Soprattutto a livello territoriale, vale a dire fuori dagli ospedali.

E’ la medicina di prossimità e della cura primaria, domiciliare, a essere oggi la grande assente: la T di territorio (l’ultima lettera dell’acronimo Asst delle Agenzie Socio Sanitarie Territoriali) nessuno l’ha più vista da queste parti.

E’ un dettaglio non di poco conto il fatto che i promotori di questa lettera aperta siano soprattutto ospedalieri: in una regione ospedalo-centrica, l’iniziativa di stimolare le istituzioni per colmare le lacune di questo modello sanitario – che ha dimezzato la prevenzione, abbandonato il territorio e portato al collasso delle terapie intensive lombarde – arriva proprio dal luogo che si è rivelato più critico: gli ospedali.

Quei luoghi dell’eccellenza lombarda, dove nelle settimane drammatiche del picco pandemico si è avuto il 55 per cento di mortalità nelle terapie intensive, a fronte di una media nazionale che va dal 25 al 40 per cento. Questo perché i pazienti in ospedale ci sono arrivati spesso in condizioni disperate, troppo tardi, senza alcun filtro sul territorio.

“E’ da marzo che un gruppo di noi bergamaschi sta incalzando le istituzioni – dice Mirco Nacoti, anestesista del Papa Giovanni XXIII di Bergamo – perché la narrazione racconta che a livello ospedaliero sia stato fatto il massimo, che si siano aumentati i letti in terapia intensiva, poi però i dati ci dicono che nella bergamasca ci sono stati 10mila morti e che il territorio è carente. Il problema è che dopo 6-7 mesi le Ats e le Asst continuano a non parlarsi. E se non si parlano, nulla può cambiare veramente. Oggi le persone hanno più paura e sono più preparate in caso di seconda ondata. Ma dal punto di vista del cambiamento delle politiche sanitarie siamo al punto di partenza».

Senza risposte

Il grosso di questa battaglia gira intorno alla medicina del territorio ed è evidente che l’anello debole risieda non solo nei medici di base, sempre più soli e sempre più demotivati, ma anche in quel servizio nevralgico e preziosissimo che è l’Assistenza Domiciliare Integrata (Adi), un insieme di trattamenti socio-assistenziali gestiti dal privato convenzionato ed erogati gratuitamente al domicilio del paziente, quindi finanziati dal pubblico.

Romina Zanotti, infermiera di Assistenza Domiciliare Integrata, lavora da 24 anni in Val Seriana: «Il nostro ente, che in Lombardia segue 100 mila pazienti all’anno, rischia di collassare. Siamo 42 operatori sulla provincia di Bergamo. Abbiamo lavorato molto più delle nostre possibilità. Alla regione lo abbiamo fatto presente, ma ci hanno detto di avere pazienza, fino a fine ottobre non ci diranno niente. Siamo fermi da giugno, gli infermieri sono allo stremo».

Questi infermieri sono liberi professionisti, il servizio viene attivato dal medico curante, il budget non è aumentato durante la pandemia: «Oltre ai nostri pazienti abbiamo seguito i casi Covid anche gravissimi. Ho assistito famigliari di pazienti a cui sono state mostrate dai volontari del 118 fotografie con i morti di Coronavirus  in sacchi neri nei corridoi degli ospedali, per disincentivare il ricovero dei propri cari – dice l’infermiera Romina Zanotti – non avrei mai immaginato che dopo questa tragedia le scelte politiche sui budget sarebbero rimaste le stesse».

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