Golpe in Cile, parla il testimone italiano: “Ecco come l’11 settembre provammo a salvare Allende”

Golpe in Cile, parla il testimone italiano: “Ecco come l’11 settembre provammo a salvare Allende”

10 Settembre 2020 0 Di Luna Rossa

Pedro Guerra Figueroa, 69 anni, adesso vive a Parma dopo la fuga dal Sudamerica. Il suo ricordo, nell’anniversario del colpo di Stato, raccolto dai giornalisti che curano l’Archivio Desaparecido

di Alfredo Sprovieri

Un ultimo disperato tentativo per cambiare la storia: la mattina del golpe a Santiago del Cile un gruppo di uomini tentò di strappare il presidente Allende al suo destino. In una delle udienze del Processo Condor a Roma lo ha raccontato un testimone diretto, Juan Bautista Osses Beltran, all’epoca nella scorta personale del presidente cileno insieme a un ragazzo di origini italiane, Juan Josè Montiglio. “Ci fu un momento in cui si cercò la possibilità di rimuovere Allende dalla Moneda, prima del bombardamento. Si stava sviluppando un piano per allontanare il presidente dal Ministero dei Lavori Pubblici attraverso la porta di Calle ‘Morandé 80’ e da lì al Banco del Estado”. Lì, nella banca pubblica cilena, l’11 settembre del 1973 ad attenderlo c’era un gruppo di militanti della giovanile socialista, un pensionato di Parma quel giorno era fra loro. Si chiama Pedro Guerra Figueroa, ha 69 anni e dalla fine di quell’anno vive in Italia. Pochi mesi dopo il colpo di Stato dei militari riuscì a salvarsi entrando nell’ambasciata italiana nascosto nel bagagliaio di un’automobile, e in pochi giorni trovò asilo politico nel nostro paese. Ripensa spesso a quel giorno.

Golpe in Cile, parla il testimone italiano: "Ecco come l’11 settembre provammo a salvare Allende”

Era una mattina buia, quella del colpo di Stato.

“Sì, era tutto molto molto caotico, perché non si sapeva cosa sarebbe successo. Io e alcuni compagni ci chiudemmo all’interno del Banco dell’Estado, ad aspettare. Non sapevamo come sarebbe finita, perciò abbiamo fatto uscire presto tutto il personale ordinario dal palazzo, poi verso le undici sono iniziate le prime sparatorie nel palazzo presidenziale, dove c’erano le guardie del corpo di Allende e i militari. Dopo poco lo stesso successe anche da noi, buttarono giù la porta della banca con il bazooka. Entrarono sparando all’impazzata, e anche lì ci fu una risposta di fuoco. Verso le 12 sentiamo il bombardamento, e dopo un silenzio totale. A quel punto eravamo già stati arrestati, e da quel momento non ho saputo niente di quello che stava accadendo al Cile”.

Dove la portarono?
“Prima al Ministero della Difesa, che si trova vicino. Lì ho passato tutta la notte, il giorno dopo mi hanno portato in periferia, in una caserma militare, incappucciato. Dopo un altro giorno in caserma fui destinato allo stadio Nazionale di Santiago: entro in quell’inferno il 14 di settembre del 1973 e ci rimango fino al 22 ottobre, quando lo stadio deve essere sgomberato per una partita della nazionale che poi non si terrà”.

Cosa ha visto nello stadio?
“Ho avuto subito l’impressione che facessero sul serio. Ci fanno scendere da una jeep e poi camminare per il corridoio dello stadio, dove c’era una porta semiaperta. Mi sono fermato a guardare e ho visto una montagna di cadaveri, un militare mi urlò di proseguire, sto zitto e riprendo a camminare, ma appena posso mi giro e dico a quello dietro di me: ‘Qui stanno ammazzando la gente’”.

Perché vi avevano portato lì, che tipo di trattamento vi riservarono?
“Militavo nella gioventù socialista, avevo diversi incarichi prima del colpo di stato. Allo stadio c’erano tanti compagni della mia sezione. Ti chiamavano dall’altoparlante, poi ti portavano in un posto che si chiama ‘el Caracol’, una specie di locale doccia, femminile tra l’altro. Lì si torturava, e quando lo facevano alzavano il volume degli altoparlanti con la musica. Ogni tanto si sentiva qualche colpo di arma, qualcuno ritornava tutto rotto e qualcuno non tornava proprio. Lo facevano scomparire, era morto o sarà stato portato da qualche altra parte, a noi non lo dicevano di certo. Il tempo lì dentro lo passavi così, aspettando che toccasse a te”.

Lei è stato torturato?
“Mi facevano assistere alle torture, che è anche peggio. È una tortura psicologica: sono stato male per tantissimo tempo per questo”.

Che tipi di torture ha visto?
“Lì dentro visto la ‘Parrilla’, che è un letto con quelle molle di ferro che adesso non ci sono più. Lì davano la corrente, con scosse che ti devastano, poi c’era un bidone pieno di escrementi in cui ti buttavano dentro e poi ovviamente ti picchiavano, tutto il tempo. Volevano che qualcuno tradisse, e a volte è avvenuto, ma io posso anche arrivare a capirli: ho visto cosa facevano per farli parlare, e non lo facevano solo a militanti come noi. Io l’avevo messo in conto, ma vederlo fare anche a bambini e donne, questo lo trovo ancora oggi inaccettabile”.

Come uscì da lì?
“Un giorno mi dissero che ero libero, ma mi consigliarono anche di lasciare il paese, altrimenti avrei avuto conseguenze molto peggiori. Davanti allo stadio era pieno di gente che chiedeva se avessimo visto i loro cari, era uno strazio. Andai via con gli stessi vestiti con i quali ero entrato e sempre con quelli arrivai in Italia. Mio padre era emigrato da Scalea, in Calabria, così cercai di entrare all’ambasciata italiana e da lì arrivai a Roma, prima di essere destinato a Parma con altri tre compagni, che oggi non ci sono più. Io avevo in progetto di andare in Germania per lavorare, ma qui ricevemmo un’accoglienza enorme, ho trovato un nuovo lavoro, mi sono fatto una famiglia e non me ne sono più andato”.

Golpe in Cile, parla il testimone italiano: "Ecco come l’11 settembre provammo a salvare Allende”

Salvador Allende

È mai tornato in Cile?
“Sì, dopo 20 anni, e torno ogni due anni. Quando vado lì lo dico prima ad un’associazione e mi fanno incontrare i giovani allo stadio. La memoria è la cosa più importante, e noto che si sta perdendo. Tanti mi dicono che solo ora hanno scoperto che i propri cari sono stati reclusi lì”.

Tornando alla mattina del golpe, rimpianti?
“Il Cile di Allende era un sogno di noi giovani, che portavamo avanti da tanto tempo. Non solo socialisti e comunisti, anche i cattolici. La mattina dell11 settembre io avevo 22 anni, e insieme agli altri abbiamo provato a difendere questo sogno come potevamo, ma la verità è che non ci aspettavamo tutto quello che è successo. Solo una volta arrivato allo stadio ho scoperto che Allende era morto e che il piano della sua scorta per portarlo via dal Palazzo della Moneda era fallito. Qualche tempo prima c’era già stato un altro tentativo di colpo di Stato a Santiago, e noi sapevamo che in casi di emergenza quello sarebbe stato un percorso di fuga, ma a quanto pare qualcosa andò storto. So che hanno trovato un cancello sbarrato e che Allende ha ordinato a tutti di tornare indietro, e il resto purtroppo è storia. Lo aveva detto che sarebbe uscito solo da morto da quel simbolo del potere popolare, e lui era uno di parola”.

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Questa storia fa parte dell’Archivio Desaparecido, un progetto di memoria e inchiesta attiva realizzato dal Centro di Giornalismo Permanente di Roma

Sorgente: Golpe in Cile, parla il testimone italiano: “Ecco come l’11 settembre provammo a salvare Allende” – la Repubblica

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