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Il Pd in pressing: «Troppi dossier in impasse, ora via i decreti Salvini»

Nicola Zingaretti, segretario Pd

Dopo il via libera alla kermesse di Villa Pamphili. Dal Nazareno appunti anche sull’Europa: «Il premier si ricordi che l’Italia ha ottenuto risultati grazie a Gualtieri, Gentiloni e Amendola»

Daniela Preziosi

Gli Stati generali sono ormai digeriti ma il malumore sullo «stile» del premier nel Pd non è archiviato. Anzi. Alla scorsa direzione Zingaretti ha chiesto «una svolta di concretezza». Sull’agenda dell’appuntamento che parte oggi a Villa Pamphili la svolta è arrivata, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali del gruppo dirigente dem. Ma il «salto di qualità» a cui si riferisce Zingaretti è una richiesta a più generale. Con declinazioni anche precise: perché nell’agenda di governo da troppi mesi restano impantanati dossier cruciali.

Nella riunione del consiglio dei ministri di giovedì sera a farlo notare è stato il capo delegazione Franceschini. «Ormai è urgente rivedere i decreti sicurezza», ha spiegato al premier. Il premier – che nell’album delle foto ha l’indimenticabile scatto in cui esibisce il cartello con l’hashtag «#decretosalvini», settembre ’18 – ha capito il messaggio e si è impegnato a riunire i capi delegazione e la ministra Lamorgese. Presto, forse già la prossima settimana. Capitolo delicatissimo, per la maggioranza, quello dei decreti Salvini ancora in vigore. La loro modifica è nel programma di governo, ma i 5 stelle sono disponibili a procedere esclusivamente sulla base dei rilievi del capo dello stato. Per una parte del Pd non è abbastanza.

È quasi la stessa parte che lunedì in direzione annuncia di voler votare un ordine del giorno contro la vendita delle navi militari italiane al Cairo in nome della mancata verità sulla morte di Giulio Regeni. Ma è difficile che il Pd, il partito «affidabile», possa dire formalmente no a una scelta che il premier ha dato per fatta. È anche per compensare questo dissenso che Franceschini ha messo sul tavolo la modifica dei decreti sicurezza.

Ma il malumore del Pd va molto al di là delle questioni interne. Sempre giovedì scorso in una video riunione del segretario dem con i ministri e i capigruppo, tutti hanno condiviso l’opinione che la «svolta» chiesta dal Pd debba essere presa sul serio. E che Conte va «convinto» a farlo. «C’è un’impasse ormai su troppi dossier», è la constatazione. Il riferimento in primis è ad Alitalia e a Mittal, sui quali fra Pd e M5s le distanze sono ancora notevoli. La sensazione è che il premier, mettendosi alle spalle il periodo dell’emergenza e in vista delle turbolenze d’autunno, riprenda a privilegiare i provvedimenti su cui può far risaltare il suo ruolo.Tralasciando quelli in cui la maggioranza lo costringerebbe a mediazioni difficili. E a potenziali danni di immagine.

I dem ora non possono più permettersi di abbozzare e temporeggiare: ormai, a forza di sondaggi, il Nazareno deve prendere atto che il premier pesca consensi nella maggioranza, e in parte proprio in casa dem. Il calore del «fortissimo punto di riferimento» del centrosinistra si è raffreddato. Se Conte decidesse di varare una sua lista, per il futuro «centrosinistra» sarebbe un gioco a somma zero. L’ultimo sondaggio, quello di Termometro Politico, è il più allarmante: il partito di Conte varrebbe l’8,9 per cento. Pd e M5s perderebbero 3 punti ciascuno. I primi passerebbero dal 20,8% attuale (quella quota che consente di dire di essere «a una manciata di voti dalla Lega») al 17,1. E cioè sotto la quota 2018. Oltre al ricordo delle ultime elezioni, il peggior risultato della storia del Pd, risulta molesto anche il ricordo della lista Monti e della «non vittoria» del ’13.Conte nega l’intenzione di mettersi in proprio. Lo ha fatto ieri nelle molteplici conversazioni concesse alla carta stampata alla vigilia della kermesse (altro indizio dell’avvio di una campagna di autopromozione). «Ho letto le interviste del presidente. Nega in modo reciso di pensare ad una sua lista. Io gli credo», dice Andrea Marcucci, capogruppo al senato. Più che un atto di fede, suona come un avviso. Il Pd dunque deve tornare a farsi sentire, e prendersi un pezzo della scena al premier che tende a occuparla tutta.

E qui arriviamo al «tesoro» che sta per arrivare dall’Europa. E anzi torniamo agli Stati generali che si aprono oggi proprio con gli autorevoli titolari delle istituzioni europee. Una scelta ovviamente condivisa, ma che al Nazareno di nuovo leggono come il tentativo di intestarsi i meriti di tutti: «Conte deve ricordare», è la riflessione consegnata «che è grazie all’azione del Pd, con Paolo Gentiloni, Roberto Gualtieri e Vincenzo Amendola che l’Italia ha ottenuto risultati in Europa su Recovery Fund e Sure».

Sorgente: il manifesto.it

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