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Niente Erasmus, siamo inglesi. Studenti a casa, nell’era Brexit | il manifesto

Gran Bretagna. Bocciata la mozione presentata dai Libdem, Scottish National Party e Verdi per mantenere il programma nell’accordo di uscita del Paese dall’Ue. Il ministro dell’istruzione Gavin Williamson, quelli della scuola Nick Gibb e dell’università Chris Skidmore, hanno tutti votato contro. Nel 2017 gli studenti britannici che hanno studiato all’estero erano 16.561. Quelli europei ospiti 31.727

Niente Erasmus, siamo inglesi. L’elogio della follia tessuto nella Gran Bretagna dell’era Brexit fa la sua prima illustre vittima. Il progetto omonimo, l’ormai leggendario programma d’interscambio accademico che continua a formare generazioni di studenti europei offrendo loro un’indispensabile esperienza di studio e ricerca in un Paese altro da quello di provenienza, scompare dall’orizzonte degli studenti britannici. Mercoledì la sua attuale incarnazione, Erasmus+, non ha ottenuto i voti sufficienti perché fosse mantenuta nella legge sull’accordo di uscita del Paese dall’Ue, prevista per il 31 gennaio prossimo. La mozione presentata dai Libdem, Scottish National Party e Verdi circa una clausola che puntava a salvaguardarla è stata sconfitta 344 voti contro 254.

IL MINISTRO dell’istruzione Gavin Williamson, quelli della scuola Nick Gibb e dell’università Chris Skidmore, hanno tutti votato contro. Se fosse passata, il governo sarebbe stato tenuto per legge a negoziare il permanere del Regno Unito nel programma anche post-Brexit. È un primo frutto dell’ampio margine di manovra di cui il governo Johnson dispone ora che ha sbancato le recenti politiche con settantotto seggi di maggioranza. E che consentirà di disincagliare dalle famigerate secche parlamentari degli ultimi due anni il processo di uscita.

Al programma partecipava il 53% degli studenti britannici che studiano all’estero. Nel 2017 sono stati 16.561, mentre 31.727 quelli europei ospiti del Regno Unito. Migliaia di loro omologhi già impegnati nell’iter introduttivo restano sospesi nell’incertezza nonostante le rassicurazioni governative.

I RIPETUTI POSTICIPI della scadenza di uscita avevano finora assicurato l’allocazione di fondi per l’anno scolastico 2019/20, ma quello che seguirà è ancora poco chiaro, complice anche il fatto che il programma è settennale. L’esito del voto significa che il governo non è legalmente obbligato a negoziare una presenza nel programma, ma nemmeno che non può farlo qualora volesse. E non è improbabile che cercherà una soluzione alternativa alla full membership che preservi la possibilità di formarsi per un periodo limitato in Europa e viceversa.

L’ipotesi di una futura partecipazione a pagamento, come già praticato da Turchia, Islanda, Norvegia e Serbia, non pare del tutto peregrina, come anche quella di lasciare alle singole università il compito di stabilire rapporti individuali con le controparti europee. In ogni caso è improbabile che il governo faccia in tempo a riposizionarsi nel programma in tempo per il prossimo ciclo, che andrà dall’anno prossimo al 2027.

SI RECIDE COSÌ un’altra fibra che legava il Paese all’Ue. Il distacco ultimo andrà a consumarsi il 31 gennaio prossimo e si svolgerà con l’approvazione del parlamento britannico del withdrawal agreement, la ratifica di quello europeo e l’inizio del periodo cosiddetto di transizione, quello in cui decidere il futuro assetto dei rapporti fra le parti, che scadrà alla fine dell’anno. Nel frattempo tutto resterà ancora com’è, in ambito commerciale come in quello istituzionale.

Appena dietro il patente autolesionismo della decisione è il bandolo sovranista della matassa: se il non essere obbligati a fare alcunché «da Bruxelles» collima con lo slogan take back control ripetuto con la straziante regolarità di un mantra dai brexittieri, la ricaduta culturale è sotto gli occhi di tutti. Anche per questo il governo ha dichiarato, qualora fallissero i negoziati per la partecipazione continuata del Regno Unito al programma, che cominceranno discussioni con i singoli Paesi per intrecciare scambi «bilaterali». Ingrossando così la galassia negoziale in cui i funzionari britannici andranno a smarrirsi.

Sorgente: Niente Erasmus, siamo inglesi. Studenti a casa, nell’era Brexit | il manifesto

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