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Legge elettorale, c’è un’idea per uscire dalla rissa politica | Rep

Serve una regola iscritta nella Costituzione. Basterebbe fissare un metodo, una garanzia procedurale. Il quorum della maggioranza assoluta per ogni modifica

di Michele Ainis

L’esperienza non ci manca: da quando in Italia funziona il Parlamento, abbiamo cambiato legge elettorale 11 volte. Un tic, una forma di nevrosi, già in incubazione durante l’epoca monarchica (4 interventi), che però adesso ci sta portando al manicomio. In questo primo scorcio del millennio, abbiamo messo mano a quella legge per tre volte (nel 2005, nel 2016, nel 2017); e per sovrapprezzo si contano sei referendum elettorali (nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009). Ora i partiti s’accapigliano attorno al dodicesimo esemplare della serie, mentre all’orizzonte incombe il settimo referendum, quello promosso dalla Lega. Da qui un doppio desiderio: cambiate pure la legge elettorale, ma cambiatela per l’ultima volta.

La prima è questione di sostanza; la seconda evoca un metodo, una procedura. E dunque, perché disfarsi del Rosatellum? Dal lato della maggioranza, la risposta si sa ma non si dice: perché con quel sistema Salvini vincerebbe a mani basse. Dal lato dell’opposizione, la risposta si dice anche se magari non si sa: per ottenere le elezioni anticipate. Alle nostre latitudini, difatti, la nuova legge elettorale sbuca sempre all’ultima curva della legislatura, è come un necrologio, un epitaffio. Però non è detto che la storia si ripeta, così come non è affatto certo che la riforma danneggi l’avversario. Nel 2005, per esempio, la destra battezzò il Porcellum per tirare uno sgambetto a Prodi; e invece vinse lui. Se avessimo votato con il vecchio congegno (il Mattarellum), avrebbe vinto Berlusconi.

Machiavellismi, astuzie che trasformano l’astuto in un politico scornato; e che nel frattempo rendono del tutto incomprensibili le giravolte dei partiti. Così, la Lega ha promosso un referendum ipermaggioritario, ma è disposta a sottoscrivere una legge neoproporzionale. I quattro partiti della maggioranza sono d’accordo sulla parola, non anche sulla cosa. Perché almanaccano sul modello proporzionale tedesco e lo spagnolo, su soglie implicite ed esplicite, su circoscrizioni lunghe o strette o extralarge, sempre con il retropensiero di lucrare qualche seggio. E dunque Italia Viva accetta uno sbarramento al 5%, tanto sa che prima o poi s’arriva al 3%. Leu invece non l’accetta, giusto per essere chiari fin da subito. Mentre il Pd fu concepito “a vocazione maggioritaria”; ma con quel sistema lì puoi vincere soltanto se stai dentro una coalizione, sicché ora come ora meglio il proporzionale.

È questo sguardo corto, questo pensiero rivolto da ciascuno al proprio tornaconto più immediato, che rende ogni legge elettorale effimera come una farfalla. La miopia alleva gli errori, e l’errore precedente giustifica quello successivo. Alla prova del voto t’accorgi che la nuova legge elettorale è un colabrodo, sicché per rimediarvi fabbrichi un altro colabrodo. Oppure battezzi una riforma che taglia il numero dei parlamentari (è accaduto in ottobre), senza accorgerti che stai tagliando pure le elezioni. Di conseguenza le nostre istituzioni diventano instabili e sbilenche, s’incrudeliscono i rapporti fra maggioranza e minoranza, la dialettica politica degenera in una zuffa sulle regole.

Diciamolo: non se ne può più. Ma per uscirne fuori è indispensabile proteggere la legge elettorale con una regola iscritta nella Costituzione. Non già scolpendovi un modello destinato a sopravvivere per tutti i secoli a venire: cadremmo da un eccesso all’altro. D’altronde gli stessi costituenti ne discussero, e alla fine scartarono l’idea. Basterebbe però fissare un metodo, una garanzia procedurale. Ossia il quorum della maggioranza assoluta per ogni modifica della legge elettorale. Una difesa che la Costituzione già prevede in vari casi, dall’approvazione degli Statuti regionali alla legge che attribuisce nuove competenze alle Regioni, dai regolamenti parlamentari alla legge generale sul bilancio. Sono tutte regole del gioco, ma la legge elettorale è la prima regola che impegna i giocatori. Rendendone più impervia la modifica, otterremmo giocoforza una legge condivisa, e perciò più duratura. O almeno si spera.

Sorgente: Legge elettorale, c’è un’idea per uscire dalla rissa politica | Rep

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