Il paradosso del patriottismo militaristico latinoamericano

25 Novembre 2019 0 By Luna Rossa

 

In una recente intervista, ho fatto riferimento al ruolo complementare che la maggior parte degli eserciti latinoamericani hanno svolto dal XIX secolo nelle dinamiche globali amministrate dalle grandi potenze. Come sempre, la storia e la realtà divorziarono fino a quando la prima fu inoculata nella seconda e poi fossilizzata nel subconscio popolare di una parte della popolazione. L’idea medievale di “onore” (XIII), la più moderna di “riserva morale della Nazione” (Cile, 1924) e la dottrina della “sicurezza nazionale” per l’America Latina (Washington, 1962), si sono rivelate il loro stretto contrario: grazie a questi eserciti, le grandi potenze mondiali poterono intervenire, dominare e dettare le politiche dei loro cortili (Africa e America Latina).

Immediatamente ho ricevuto i classici insulti che mi descrivono come “vendepatria”, “infiltrato” e “traditore”, le critiche della Santa Istituzione, della politica del Big Stick e dell’ideologia militarista che seduce coloro che hanno crampi alle braccio, alle mani e alle dita.

L’elenco delle prove è immenso, ma menzioniamo alcuni esempi, i meno conosciuti. Quando, nel 1928, i contadini colombiani di Ciénaga si resero conto che nessuno di loro stava raggiungendo la vecchiaia, iniziarono uno sciopero contro la potente United Fruit Company, chiedendo non una rivoluzione comunista o di altro tipo, ma miglioramenti come la costruzione di una clinica e l’assunzione di medici per le migliaia di lavoratori che raccoglievano le banane per la felicità dell’azienda e dei consumatori civililizzati. L’azienda non ha accettato le richieste e ha rifiutato di pagare i benefici stabiliti dalla legge colombiana nel 1915, sostenendo che i suoi lavoratori non erano i suoi dipendenti, ma quelli di un subappaltatore colombiano. Cinquemila lavoratori sono andati in sciopero e il governo degli Stati Uniti, sotto la pressione della compagnia di banane, ha minacciato, come al solito, la Colombia di inviare i Marines. Dopo tutto, i Marines occupavano o supervisionavano diversi paesi vicini dell’America centrale e dei Caraibi, paesi che non erano in grado di governarsi a causa della deficienza delle loro razze inferiori, come proclamato dalla stampa americana dell’epoca.

Il presidente colombiano Miguel Abadía Méndez, temendo un altro intervento che gli ricordasse lo sradicamento di parte del suo territorio, Panama, venticinque anni prima, aveva inviato il proprio esercito a Ciénaga. Secondo un telegramma del consolato americano, non tutti i soldati erano pronti a fare il loro dovere, ma la notte del 5 dicembre i soldati colombiani, quasi poveri (il “quasi” è rilevante) quanto i contadini che andavano a reprimere, trovarono cinquemila operai che dormivano per le strade della città in attesa del direttore dell’onnipotente compagnia. I soldati lessero loro il comunicato di coprifuoco che vietava le riunioni di più di tre persone. Poiché quasi nessuno riusciva a sentire quello che dicevano, nessuno obbedì. Centinaia di persone furono massacrate in poche ore e caricate sul treno del mattino per un percorso sconosciuto. Quando il sole sorse, c’erano sette corpi non raccolti, il che dimostravano la sparatoria. La brutalità militare e paramilitare si ripeterà mille volte nelle generazioni successive, ma con altri pretesti.

Vent’anni dopo, nel 1948, la Costa Rica, stanca delle manipolazioni, eliminò il suo esercito e resistette persino alle invasioni dei regimi militaristi della regione. Da allora, nonostante il contesto sfavorevole e in mezzo al cortile di casa tormentato dalle dittature dei burattini, non ha mai più sentito parlare di dittature militari.
Prendiamo il caso della rivoluzione boliviana del 1952. È l’unica rivoluzione popolare in America Latina accettata dagli Stati Uniti. Come possiamo capire questa eccezione alla regola? Quando un fatto contraddice il modello storico, è sufficiente esaminare i documenti originali per trovare la risposta. Uno di questi è un rapporto inviato al presidente Truman il 22 maggio 1952 dal suo ambasciatore in Bolivia, Dean Acheson, che avvertiva Washington che se gli Stati Uniti non avessero riconosciuto la nuova rivoluzione popolare guidata da Siles Zuazo e Juan Lechín (Victor Paz Estensoro si unì a loro dall’esilio), la Bolivia sarebbe diventata più radicale contro la presenza di compagnie americane. (Qualcosa che Eisenhower e l’arroganza di Nixon non permetteva loro di capire quando Fidel Castro li visitò a Washington non appena arrivato al potere sull’isola: credevano che avrebbero risolto il problema cubano con la stessa facilità con cui avevano affrontato Guatemala e Iran sei anni prima, ma la sconfitta militare a Bahia Cochinos dimostrò loro il contrario). Truman diede il suo OK, seguì il suggerimento di Acheson, e i cambiamenti in Bolivia cominciarono a prendere forma. Anche se molto marginalmente, indiani e minatori cominciarono ad esistere come esseri umani.

Il passo successivo era ovvio: Washington cominciò a chiedere al governo boliviano di disarmare le milizie che avevano reso possibile la rivoluzione del 1952 (una contraddizione ideologica per i fondatori degli Stati Uniti) e di consolidare invece un esercito tradizionale.

Una delle figure della rivoluzione, il presidente Paz Estensoro, ha iniziato ad allinearsi alle direttive del Nord. Ha consolidato un forte esercito in Bolivia fino a quando, durante il suo secondo mandato, è stato rovesciato da una nuova dittatura, orchestrata dalla CIA. La Bolivia subirà altre dittature oligarchiche con l’aiuto di alcuni criminali nazisti (come il macellaio di Lione, Klaus Barbie) assunti dalla CIA per sopprimere i movimenti popolari strategicamente definiti “comunisti”, come se solo i comunisti fossero in grado di lottare per la giustizia sociale, la libertà individuale e i diritti umani dei popoli.

Potremmo continuare, ma ho appena oltrepassato il limite intimidatorio delle mille parole. Riassumiamo lo schema storico indotto da tutta questa storia tragica. Dopo aver analizzato migliaia di documenti declassificati, credo che, oltre a dimostrare la passata funzione servile della maggior parte degli eserciti latinoamericani, possiamo indurre e dedurre che le superpotenze imperialiste hanno avuto successo solo quando le rivolte popolari sono arrivate al potere attraverso le elezioni (Venezuela 1948, Guatemala 1954, Brasile 1964, Cile 1973, Haiti, 2004, etc.) e fallito miseramente quando trionfarono con l’azione armata, non dai loro eserciti ma dalle loro milizie ribelli (Messico 1910, Bolivia 1952, Cuba 1959, Nicaragua 1979). Non sto dicendo che questa è la soluzione oggi, ma che è stata la realtà per più di un secolo ed è la cultura fossilizzata in una parte significativa della sua popolazione.

La funzione tradizionale degli eserciti latinoamericani non era quella di condurre alcuna guerra contro un invasore (la guerra delle Falkland fu un tentativo disperato di salvare un’altra dittatura), ma di reprimere i propri popoli quando si ribellavano contro lo sfruttamento dei potenti interessi creoli e stranieri, protetti da dittatori istituiti e sedotti dalle grandi potenze imperiali.

Il marchio sul subconscio collettivo è così potente che chiunque osi ora ricordare questi semplici fatti sarà stigmatizzato come “agente pericoloso”. L’odio per chi sta sotto non è scomparso, anche nei paesi in cui il braccio imperiale si è ritirato. C’è ancora il trauma, l’avvizzimento, ma con nomi più eleganti. Quante persone negli Stati Uniti tollererebbero che il loro esercito fosse dispiegato per le strade del proprio paese? In America Latina, questa è una vecchia usanza.

Per non parlare di quelli che Malcolm X chiamava “i negri di casa”, che quando sentono qualcuno parlare dell’oligarchia e di quelle sottostanti, fanno il segno della croce e accusano il messaggero di creare crepe e divisioni nella società.

Jorge Majfud

Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli

Sorgente: VOCI DALLA STRADA: Il paradosso del patriottismo militaristico latinoamericano

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