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Bruciati i ponti si salvi il parlamento

La camera dei deputati

Rappresentanza. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico

Gaetano Azzariti

Si sono bruciati i ponti, non c’è più nessuna possibilità di tornare indietro. Ridotto il numero dei parlamentari, se non si completa il percorso secondo gli impegni assunti dall’attuale maggioranza avremmo prodotto danni irreversibili alla nostra democrazia costituzionale e al pluralismo politico.

Per evitare quest’esito è necessario approvare entro brevissimo tempo una legge elettorale rigorosamente proporzionale. Inoltre, prima della fine della legislatura sarà fondamentale rivoluzionare i regolamenti parlamentari. Infine, alcune riforme costituzionali di contorno potranno essere utili, sebbene non saranno decisive.
A queste misure ci si riferiva quando le forze politiche che sostengono l’attuale maggioranza hanno sottoscritto il programma di governo impegnandosi ad approvare «la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica». Al momento della decisione definitiva sulla modifica della composizione delle Camere la «contestualità» ha prodotto unicamente un secondo documento politico in cui viene ribadita la necessità di addivenire in tempi brevi a riforme ulteriori. Basta allora confidare sul rispetto degli impegni presi? Le prime divisioni già affiorano e il cammino sarà più arduo di quel che non si pensi.

Per una ragione di fondo: per mettere in sicurezza la nostra democrazia pluralista è necessario che le due maggiori forze dell’attuale maggioranza cambino radicalmente le loro culture istituzionali. Il Movimento 5 stelle dovrà abbandonare le ambiguità populiste ed antiparlamentari e approdare ad una più matura visione della lotta politica entro le istituzioni, giungendo finalmente a considerare il Parlamento repubblicano per quel che è: il luogo centrale della rappresentanza politica plurale e non una scatoletta di tonno.

Si deve in sostanza chiarire che la ragione di fondo della riduzione dei parlamentari non è ascrivibile ad una demagogica ragione di «taglio delle poltrone» o di generica riduzione degli sprechi, ma rappresenta un tentativo di restituire dignità e ruolo all’organo centrale della nostra democrazia. Un Parlamento più snello perché si ritiene che così possa essere più autorevole e uscire dalla subalternità mostrata negli anni più recenti. Un organo autonomo dal Governo, titolare della funzione legislativa, a cui spetta conferire la fiducia, ma anche controllare e indirizzare l’esecutivo. Sarebbe la scoperta della centralità del Parlamento: il migliore antidoto contro le pulsioni autoritarie. Personalmente non credo sia solo o tanto una questione di numeri, ma se indirizzata in tal senso la riforma ormai approvata potrebbe avere un suo pregio e produrre effetti benefici. Condizione essenziale però è che questo Parlamento in miniatura sia effettivamente rappresentativo del conflitto sociale, requisito necessario affinché poi possa esercitare la sua funzione autonoma di mediazione e giungere a definire un compromesso reale tra le forze in campo.

Per questo sono essenziali le tre riforme inizialmente richiamate. Una legge elettorale per assicurare una rappresentanza reale delle divisioni sociali; un’organizzazione dei lavori dentro il Parlamento che assicuri la libera dialettica politica: non solo dunque – com’è ora – tempi certi e contingentati per giungere ad una decisione; forme di razionalizzazione, anche di natura costituzionale, che tendano ad evitare le degenerazioni nell’assemblearismo.
Per i 5 stelle si tratta in sostanza di maturare la convinzione che per governare un paese non basta Rousseau, ma è necessario rivalutare le istituzioni della rappresentanza, scoprire la difficile, ma nobile arte della weberiana politica come vocazione (Politik als Beruf).

Ma per giungere a questo risultato è necessario che muti anche la cultura istituzionale del Partito Democratico. Si abbandoni cioè quella koiné culturale che ha preso il sopravvento piegando la logica costituzionale alle esigenze di una governabilità ad ogni costo e artificialmente conseguita.

Per anni questo partito – più degli altri – ha scommesso sulla possibilità di affermare una democrazia maggioritaria che fosse in grado di semplificare il sistema politico, riducendo la frammentazione ritenuta eccessiva e assicurando la formazione di Governi stabili. Una strategia che ha operato principalmente su due fronti: quello elettorale con sistemi che hanno finito per sacrificare eccessivamente la rappresentanza democratica (lo ha riscontrato la Consulta, decretando l’incostituzionalità dell’Italicum); quello parlamentare adottando regolamenti – ma anche ammettendo prassi e comportamenti tenuti dai propri gruppi – proiettati unicamente a favorire la decisione e la disciplina di partito, a scapito della discussione e del confronto tra gli eletti. Ora ci troviamo di fronte ad un sistema politico ingovernabile che deve essere ricostruito dalle fondamenta. I partiti sono lacerati da guerre intestine, i confini tra maggioranze e opposizioni si sono dissolti, le strategie politiche di lungo corso sono state abbandonate, l’azione politica è dominata dall’emergenza. In questa situazione continuare a preoccuparsi di ricercare regole istituzionali che assicurino una stabilità artificiale ai Governi a scapito della rappresentanza reale appare un suicidio. Da ultimo, la richiesta dei «pieni poteri» da parte di un leader espressione di un’agguerrita minoranza del popolo italiano dovrebbe rappresentare un chiaro campanello d’allarme.

Comprendo che non sia facile per un partito che è nato con una vocazione maggioritaria cambiare prospettiva e sostenere un modello di democrazia che favorisce la libera dinamica politica, ma non si tratterebbe semplicemente di un’ammissione di colpa (d’altronde chi è senza peccato?), bensì della raggiunta consapevolezza che l’agognata governabilità non può essere considerata un presupposto, bensì un risultato. Costituzione, Parlamento, leggi elettorali e regolamenti parlamentari devono assicurare il valore essenziale della rappresentanza democratica, «sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente» (per richiamare le chiare parole della Consulta). Spetterà poi alle forze politiche definire indirizzi politici coerenti e assicurare Governi stabili. Ma questo potrà avvenire solo quando i partiti torneranno ad essere espressione di una rappresentanza reale.

Bruciati i ponti non possiamo più tornare indietro, ora dobbiamo scegliere quale direzione prendere: tentare di riscoprire il ruolo autonomo del Parlamento o abbandonarlo definitivamente? In molti puntano sulla seconda soluzione, noi sulla prima.

Sorgente: ilmanifesto.it

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