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Violenza e populismo dal Messico al Brasile. Il disordine che ferisce l’America Latina – La Stampa

Dimostranti sulle barricate a Brasilia, capitale brasiliana, dopo il taglio del governo di 1,85 miliardi sul programma Educazione

Camminare per le strade di grandi città latinoamericane sta diventando un’attività ad alto rischio. Restarsene a casa, anche». Sono passati quasi vent’anni da quando lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ha pronunciato questa frase e da allora la realtà non ha fatto altro che confermarla. Nonostante la sua apparente identità comune, l’America Latina è più simile a un arcipelago che a un continente, e dopo l’indipendenza della Spagna e dal Portogallo ha vissuto una storia di frammentazione e di scontri. Malgrado l’uso dello spagnolo e del portoghese, lingue sorelle, abbia cementato una cultura riconoscibile come identitaria, e allo stesso tempo simile in tutti quei Paesi. Nell’ultimo quarto del secolo scorso un nuovo tratto comune li ha uniti: l’ingombrante debito estero di quasi tutto il territorio. E ora, che la storia torna a frammentare e a contrapporre i suoi vari Stati, un’altra caratteristica comune sembra cancellare le differenze: l’esistenza di una violenza letale che la rende, insieme all’Africa sub-sahariana, la regione con il più grande numero di omicidi nel mondo.

Lo scenario di sangue e fuoco

Quasi un terzo degli omicidi commessi ogni anno sulla Terra avvengono in America Latina. Le due grandi potenze dell’area, Messico e Brasile, insieme al Venezuela e ai piccoli Paesi centroamericani sono in testa alla lista.

Nella regione, data per conquistata alla democrazia alla fine del secolo scorso, l’emergere del chavismo e dei suoi alleati in Bolivia e in Ecuador, insieme alla resilienza del regime cubano, hanno ben presto annunciato la nuova emergenza del populismo che ora ne domina le strutture politiche. In realtà il populismo è una malattia endemica di quei luoghi sin dall’indipendenza dalla corona di Spagna e dall’impero portoghese. A prescindere dal segno ideologico. Dal peronismo al castrismo, da Trujillo a Pinochet, dalle giunte militari alle dittature rivoluzionarie, gli appelli alle masse e il ricorso alle armi da secoli sono una costante nella politica latinoamericana. Guerre civili come quella colombiana o la pressione dei cartelli della droga e delle bande organizzate sono uno scenario costante di sangue e di fuoco contro cui nessun governo è stato in grado di combattere con successo.

Questa situazione è stata ed è compatibile con livelli di crescita e di sviluppo a volte considerevoli, anche se si verificano lunghi periodi di stagnazione che vengono in genere coronati da recuperi tanto rapidi quanto instabili.

Tradizioni ancestrali

Negli ultimi due decenni diversi milioni di latino-americani sono diventati consumatori e sono entrati a far parte della classe media e alcuni stati come il Perù hanno a lungo mantenuto una crescita del Pil vicina o superiore al 5 per cento annuo, anche se i loro ultimi cinque presidenti consecutivi sono stati in un modo o nell’altro incarcerati con accuse di corruzione non sempre provate. Come in alcuni Paesi sviluppati, l’Italia o la Spagna, ad esempio, l’economia sembra andare avanti per conto proprio, al di fuori o malgrado la politica. Ciononostante, la violenza non ha smesso di crescere e questo evidenzia che la sua origine non si basa solo sulle enormi disuguaglianze sociali e sulla povertà di grandi parti della popolazione. La diffusa corruzione, un’altra caratteristica comune a questi Paesi, e la sua presenza quasi epidemica nelle forze di sicurezza, nella polizia e in non pochi eserciti, contribuisce al fallimento nel mantenimento dell’ordine pubblico e facilita il lavoro della criminalità organizzata. La permanenza di tradizioni e culture ancestrali, poi, conferisce agli atti criminali una straordinaria crudeltà.

Brasile e Messico hanno inaugurato quest’anno regimi politici di ideologia praticamente opposta, ma molto simili nei profili demagogici e persino folkloristici incarnati dai loro leader. Entrambi si inseriscono nel filone principale di ciò che potremmo chiamare il nuovo disordine latinoamericano, in cui la ferita aperta del Venezuela, l’instabilità istituzionale in Perù, le difficoltà del piano di pace in Colombia, un Paese che ha ricevuto più di un milione e mezzo di profughi dal regime di Maduro, l’incognita politica e il fallimento economico dell’Argentina e le carovane di migranti centroamericani che in marcia verso gli Stati Uniti, compongono un quadro epico e drammatico del destino delle loro popolazioni.

Sia Bolsonaro, un pre-fascista, sia López Obrador (Amlo), rappresentante tardivo dei valori fondanti del Messico rivoluzionario, affrontano situazioni molto difficili che gravano sullo sviluppo politico ed economico dei loro Paesi. Si sono offerti al loro popolo come la soluzione, e magari lo fossero, anche se in realtà sono essi stessi in gran parte il problema. Bolsonaro è il Trump brasiliano, altrettanto rozzo e ignorante, ma molto meno divertente e popolare. Amlo gode di una popolarità senza pari nel suo Paese e, di fronte alla spudorata vergogna degli altri due, ha un pensiero più articolato ed è latore di un messaggio più profondo, anche se polverizzato dalla sua demagogia oratoria e mitizzato grazie ai bagni di folla. Con Trump entrambi hanno in comune il fatto che nello spazio di pochissimo tempo hanno subito defezioni nella propria squadra.

Recentemente si è dimesso il ministro delle Finanze messicano, un esperto tecnocrate che per mesi ha dovuto confrontarsi con il capo del gabinetto economico, Alfonso Romo, il miliardario di Monterrey che cerca di combinare il populismo del suo presidente con le aspettative economiche degli imprenditori. In contrasto con l’ortodossia fiscale del primo, questi si sforzano di promuovere politiche espansive che sottraggano il Paese alla minaccia della recessione.

Anche se per ora, a parte alcuni incidenti, non si sono verificate gravi catastrofi a Brasilia o nella capitale azteca, lo scetticismo e la paura si diffondono tra gli operatori economici. Il disastro del Venezuela, ormai uno stato fallito, e la stagnazione dell’Argentina, che andrà alle urne alla fine dell’estate, completano un panorama di confusione e scarse aspettative a breve termine. Per continuare a parafrasare Galeano, si potrebbe riassumere che il carattere primordiale di questo problema è che «chi non è prigioniero del bisogno è imprigionato dalla paura». Il ricorso al populismo, ora così in voga, minaccia di accrescerli entrambi.

Traduzione di Carla Reschia 

Sorgente: Violenza e populismo dal Messico al Brasile. Il disordine che ferisce l’America Latina – La Stampa

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