Sea Eye: «Abbiamo chiesto un porto sicuro a tutta l’Europa. Nessuno ha risposto» | il manifesto

7 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Intervista a Carlotta Weibl. «A bordo abbiamo 65 naufraghi allo stremo delle forze, tra cui 39 minori. Il più giovane è un ragazzo di 12 anni. Si tratta di persone che hanno bisogno di cure sanitarie immediate, che si trovano in mare ormai da troppi giorni», spiega la portavoce della ong tedesca proprietaria della Alan Kurdi

Sebastiano Canetta

Carlotta Weibl, portavoce di Sea Eye, la Ong tedesca proprietaria della nave Alan Kurdi, stacca qualche minuto l’orecchio dal satellitare di servizio per rispondere alle domande del manifesto. Da oltre venti giorni è in collegamento costante con l’equipaggio e soprattutto con il capo missione Gorden Isler che ieri ha denunciato come «negli ultimi giorni 44 rifugiati sono morti nel bombardamento di un campo-profughi e quindi la Libia non è un posto sicuro per nessuno. La Alan Kurdi non riporterà i naufraghi nell’inferno libico che restituisce «racconti di torture, violenze sessuali, traffico di esseri umani e omicidi. E il fatto che abbiamo due profughi libici a bordo, significa che la vita, da quelle parti, sta diventando sempre più pericolosa per gli stessi libici» come testimonia Sea Eye.

Quali sono le condizioni a bordo della Alan Kurdi in questo momento?

La situazione è molto critica sia dal punto di vista fisico che psicologico. A bordo abbiamo 65 naufraghi allo stremo delle forze, tra cui 39 minori. Il più giovane è un ragazzo di 12 anni. Si tratta di persone che hanno bisogno di cure sanitarie immediate, che si trovano in mare ormai da troppi giorni. In particolare sulla Alan Kurdi il comandante e l’equipaggio sono sempre più preoccupati per i molti casi di uomini e donne che soffrono la permanenza forzata a bordo. Le storie che ci ripetono sono letteralmente allucinanti: uno dei naufraghi ci ha raccontato di essere partito tre anni fa dal suo paese e di aver impiegato oltre tre mesi per attraversare il deserto, mentre il suo amico è stato ucciso immediatamente dopo il confine con la Libia. Fin da subito, abbiamo informato le autorità delle condizioni insostenibili dei naufraghi. Aspettiamo ancora una risposta.

Il ministro Salvini vi ha diffidato ufficialmente dall’entrata nelle acque territoriali italiane. La Alan Kurdi violerà il divieto per motivi umanitari esattamente come la Sea Watch?

Non abbiamo alcun piano specifico, attualmente la nostra nave si trova in acque internazionali davanti all’isola di Lampedusa che secondo le leggi internazionali rimane il porto sicuro più prossimo alla sua posizione. Il nostro obiettivo, in ogni caso, non è politico ma umanitario: non abbiamo nessuna volontà di rompere il blocco navale italiano in quanto tale. Abbiamo chiesto un porto sicuro – cioè la soluzione per le persone che abbiamo salvato – a tutti i Paesi europei, non solo all’Italia. Nessuna risposta. Eppure, siamo stati obbligati al soccorso dei naufraghi, come la Sea Watch con la differenza che Alan Kurdi batte formalmente bandiera tedesca e dunque la Germania non può fare finta di niente. Oltre sessanta città tedesche si sono dette disponibili ad accogliere tutti i naufraghi che ospitiamo a bordo. Volendo, il problema sarebbe risolto in pochissimo tempo.

In Germania ieri decine di migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere al governo di accogliere i naufraghi salvati. Eppure il ministro Horst Seehofer, proprio come Salvini, impedisce anche la solidarietà diretta.

Sì, è vero. L’ho ribadito nel mio intervento alla manifestazione di Bonn che, come le altre 90 città, ha voluto dimostrare il livello di solidarietà alle missioni di salvataggio denunciando la criminalizzazione del soccorso in mare. Si parla sempre della cosiddetta soluzione europea però le persone continuano ad affogare nel Mediterraneo. Per quanto ci riguarda, come tedeschi, chiediamo conto al ministro Seehofer della mancata accoglienza dei profughi nonostante le manifestazioni di solidarietà a tutti i livelli.

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