Quello che i dati non dicono sull’economia | Rep

2 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Le cifre Istat sull’occupazione. Ciò che dovrebbe indurre i gialloverdi ad una rigorosa cautela sono due aspetti su cui l’Istat non dà alcun conforto

C’è tanto entusiasmo, motteggia l’ineffabile Conte, premier ombra del governo legastellato, mentre vaga ramingo nei cortili del palazzo Justus Lipsius in cerca di un qualunque alleato disposto ad ascoltare la suicida posizione italiana sulle nomine Ue. “Avanti così”, cinguetta Matteo Salvini, Capitano del governo verde.

“Oggi è una bella giornata”, sfarfalla Di Maio, Caporale del sub-governo giallo. Sono tutti contenti, nonostante il fallimento europeo e tricolore della doppia missione Osaka-Bruxelles.
L’Istat, finalmente guidata dall’amico e patriota Blangiardo, regala al Paese un maggio felice per il mercato del lavoro.

La disoccupazione scende ai livelli minimi dal 2012, l’occupazione sale ai livelli massimi dal 1977. Intanto aumentano le trasformazioni, dai contratti a termine a quelli permanenti. Quasi una manna dal cielo, in questi tempi di carestia. Una certa soddisfazione è legittima. Soprattutto per i Cinque Stelle che un anno fa, come primo atto di governo, si sono assunti la responsabilità di varare un decreto che ha in parte corretto il Jobs Act di Renzi. Quando la nuova legge fu approvata Di Maio, ancora non avvezzo all’affaccio dal balcone a beneficio del popolo in festa, la sparò ugualmente grossa: è la Waterloo del precariato. Ma imprese e opposizioni la spararono ancora più grossa: sarà l’Apocalisse del lavoro. Dieci mesi dopo, i dati ufficiali dicono che il precariato non è sconfitto (anche se cresce meno) e che il lavoro non è finito (anche se cresce poco). Dunque, si può capire che il leader grillino accusi i “profeti di sventura”. Ma farebbe bene a moderare gli entusiasmi.

È inutile inscenare ogni volta la stessa recita a soggetto intorno alle statistiche mensili su occupazione e disoccupazione. Non conviene a nessuno. Chi governa deve evitare il trionfalismo, chi dissente deve evitare il disfattismo. L’aumento degli occupati di maggio risente probabilmente dell’avvio della stagione estiva, e potrebbe essere destinato a non ripetersi nella seconda metà dell’anno. Purtroppo non si schioda l’occupazione femminile (solo un più 1 per cento), e resta al palo quella giovanile (tra i 15 e i 24 anni). Nonostante un tasso di occupazione complessivo al 59 per cento, restiamo al penultimo posto in Europa. Ma quello che più conta, e che dovrebbe indurre i gialloverdi ad una rigorosa cautela, sono altri due aspetti fondamentali, sui quali l’Istat non da alcun conforto.

Il primo aspetto: a maggio siamo tornati a una base occupazionale di 23 milioni e 387 mila unità, recuperando i livelli pre-crisi del 2008. Ma Blangiardo non ci dice a quanto ammontano nel frattempo le ore lavorate, che in rapporto al tasso di occupazione servono a capire qual è stato l’andamento della produttività e la dinamica del precariato. L’ultimo dato disponibile è del 2018: un milione e 800 mila ore lavorate in meno, su una base occupazionale di 23 milioni e 300 mila unità. Se nel 2019 si confermasse questo andamento, e non c’è ragione di credere il contrario, vuol dire che la produttività è calata ulteriormente (già ora l’Italia produce 50 mila euro di Pil per ogni lavoratore, contro i 65 mila euro della Germania e i 60 mila euro della Francia) e che il lavoro precario ha continuato a espandersi (anche se a ritmi più lenti dell’anno precedente). Il secondo aspetto, collegato al primo: l’obiettivo della “buona” occupazione è solido, strutturale e credibile solo se ad accompagnarlo c’è il rilancio di una crescita economica robusta, durevole e sostenibile. E qui arriviamo al cuore del dramma italiano. Che spiega tutto: il disagio sociale e il debito pubblico, la procedura d’infrazione e il rischio sui mercati finanziari. A meno di un impossibile miracolo nel secondo semestre, per quest’anno restiamo impalati a un misero più 0,1 per cento di Pil. In queste condizioni, fare la faccia feroce a Bruxelles ci fa solo danni.

Salvini che al telefono ordina a Conte di usare il pugno di ferro ricorda il Duce che con Hitler in visita a Roma fa sfilare i carrarmati di cartapesta. Ma qui, più che a Mussolini, siamo a Ridolini. Finora, agito da un raptus di crescente e inquietante autolesionismo, il governo italiano ha sbagliato tutte le mosse nella partita a scacchi con la Ue.

Arrestare la Capitana Coraggiosa Carola Rackete – accusandola di aver messo a repentaglio “la sicurezza nazionale”, neanche fosse una terrorista della Baader Meinhof e non una volontaria che salva vite in mare – ci ha esposto a una meritata gogna planetaria. Bocciare la candidatura di Timmermans al vertice Commissione – sposando la linea eurofobica degli irredentisti di Visegrad, a loro volta ispirati da Putin, Zar di tutte le Russie e nuovo profeta delle democrazie illiberali – ci ha messo alla berlina nell’Occidente europeo. L’assestamento di bilancio appena approvato dal Consiglio dei ministri tura le falle del 2019, ma non dà nessuna garanzia sul 2020-2021 alla nuova Commissione che si insedierà a novembre, né in termini di ripresa della congiuntura né in termini di risanamento dei conti pubblici. Come sempre, Mattarella allarga fino al limite la fisarmonica dei poteri presidenziali, offrendo la sua garanzia personale e istituzionale sulla tenuta del bilancio italiano e cercando così di inchiodare la maggioranza ai suoi doveri.

Ma fino a quando può bastare l’ombrello del Quirinale, a proteggere dalla Tempesta Perfetta un Paese così diviso e confuso? Tra le patetiche rivendicazioni di Conte e le sistematiche concessioni di Di Maio, c’è da chiedersi se Salvini non stia cercando davvero l’incidente, per portare l’Italia al voto in una devastante campagna elettorale tutta giocata contro l’Unione nemica e matrigna. La Lega con la flat tax in deficit, come arma di distruzione europea, Il Movimento Cinque Stelle con il salario minimo, come arma di distrazione italiana. Non ci resta che aspettare l’Autunno Sovranista, per chiudere in gloria questo “anno bellissimo”.

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